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Gio, Dic

Il teatro, sogno e destino di una vita

Arte contemporanea
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È la signora del teatro triestino. Attrice a tutto tondo, interprete brillante e drammatica sul palcoscenico, ma anche al cinema e in televisione, Ariella Reggio da oltre quarant’anni ha saputo ricoprire ruoli molto diversi fra loro, protagonista di testi comici e tragici, di opere classiche – pur mancandole ancora, come sostiene lei, un vero “grande classico” – e dialettali, al fianco di grandi attori e dei registi più noti del panorama nazionale. Sempre disponibile, con la battuta pronta e la semplicità delle persone autentiche, l’abbiamo incontrata dietro le quinte del Teatro Bobbio durante una pausa di “Fuori i secondi. Tiberio Mitri: professione pugile” di Enrico Luttmann, nuova produzione della Contrada che ha aperto la Stagione 2010/2011 dello Stabile privato giuliano.

È la signora del teatro triestino. Attrice a tutto tondo, interprete brillante e drammatica sul palcoscenico, ma anche al cinema e in televisione, Ariella Reggio da oltre quarant’anni ha saputo ricoprire ruoli molto diversi fra loro, protagonista di testi comici e tragici, di opere classiche – pur mancandole ancora, come sostiene lei, un vero “grande classico” – e dialettali, al fianco di grandi attori e dei registi più noti del panorama nazionale. Sempre disponibile, con la battuta pronta e la semplicità delle persone autentiche, l’abbiamo incontrata dietro le quinte del Teatro Bobbio durante una pausa di “Fuori i secondi. Tiberio Mitri: professione pugile” di Enrico Luttmann, nuova produzione della Contrada che ha aperto la Stagione 2010/2011 dello Stabile privato giuliano.


Quando è nato il suo amore per il teatro?
“Alla fine del liceo, quando ascoltavo alla radio le commedie della Compagnia triestina di prosa di Giulio Rolli. La suggestione di quei programmi e quelle splendide voci mi facevano letteralmente sognare. Da lì ho capito di voler fare l’attrice, proprio come accade ai ragazzi di oggi che guardano in tv “Amici” o “Saranno famosi”. Dopo il liceo mi iscrissi al Teatro Nuovo, alla Scuola di recitazione “Silvio D’Amico”, l’unica dell’epoca a Trieste, dove ebbi la fortuna di conoscere Ugo Amodeo e Sergio D’Osmo che mi portarono in breve tempo al professionismo, prima alla radio e poi sul palcoscenico. Oggi il successo di un attore si valuta quasi esclusivamente in televisione, ma credo che lavorare da cinquant’anni in questo ambiente costituisca già un enorme successo. I personaggi famosi sul piccolo schermo sono pochi in confronto alle migliaia di artisti, giovani e meno giovani, in cerca di lavoro. Sono stata fortunata a poter fare questo mestiere per così tanti anni…”.
Quali differenze ci sono fra recitare a teatro, sul set cinematografico o in tv?
“Ho conosciuto la tv e il cinema più tardi rispetto al teatro, ma le differenze sono abissali. Il teatro lo conosco da cima a fondo, perché ho fatto proprio di tutto: dalle comparsate alle parti minori, fino ai ruoli da protagonista. La televisione attuale l’ho provata di recente con la serie “Tutti pazzi per amore”. Il suo ritmo è incredibilmente veloce, perché i costi sono alti e bisogna fare in fretta, tanto che se le parti da recitare sono piccole si registrano anche 5 o 6 puntate al giorno. Credo che in tv e al cinema sia indispensabile un bravo regista. La parte tecnica è fondamentale: dalle luci alle riprese, dal montaggio alla produzione. Anche in teatro il regista è importante, ma sul set lo è ancora di più”.
A cosa pensa quando sta per alzarsi il sipario?
“C’è sempre un po’ di paura del pubblico, ma alla mia età è una paura quasi godibile e perfino piacevole. Una sorta di sano masochismo… (sorride, ndr). Al contrario, col passare degli anni si diventa più fragili, insicuri, e il rischio è la memoria che può giocare brutti scherzi. Io, grazie a Dio, ce l’ho ancora buona”.
Com’è cambiato negli ultimi anni il mondo dello spettacolo?
“Decisamente in peggio. Nel senso che ormai è tutto globalizzato, mercificato e conta più il nome di grido, anche se non vale nulla, mentre ci sono attori e produzioni di qualità che rimangono quasi sconosciuti o confinati nel territorio in cui nascono. Nessuno li vuole perché sono “poco famosi” e “non fanno cassetta”. Ecco, questa cosa del “teatro di cassetta”, devo dire, condiziona troppo i cartelloni degli Stabili pubblici, che invece dovrebbero dare spazio alle nuove drammaturgie. Alla Contrada ci dibattiamo fra mille difficoltà, portando in scena – almeno credo – produzioni degne e di livello, che però si fermano qui, non girano e così non vengono conosciute. Mi dispiace davvero, perché ci sono tanti giovani attori di talento che meriterebbero più visibilità e successo”.
Si diverte di più a recitare in dialetto o in lingua?
“Il dialetto fa parte della mia vita ed è sicuramente più diretto e più facile da interpretare. L’italiano per noi triestini è sempre stato complicato, perché come scriveva Svevo: «Con ogni nostra parola “toscana” noi mentiamo». È un parlare troppo “forbito”, ci si sente stonati, non a proprio agio. La cosa però che mi infastidisce è che in Italia vengono privilegiati solo certi dialetti rispetto ad altri. Il nostro non va oltre Monfalcone”.
Ci sono ruoli che non è riuscita ancora a interpretare?
“Senza dubbio quello di Giulietta (sorride, ndr), ma non demordo! E poi i classici. Nella mia carriera ho fatto molta drammaturgia moderna, testi brillanti, in dialetto e teatro per ragazzi. È vero che, ad esempio, ho interpretato Checov, ma avrei voglia di cimentarmi con i “grandi classici”, i capolavori del teatro di tutti i tempi. Forse però dovrei iniziare a studiare per poterli fare”.
C’è invece qualcosa che non rifarebbe nella sua carriera?
“Certamente sì, anche se penso che ogni esperienza nella vita ci arricchisce comunque. Soprattutto da giovani si deve provare a fare un po’ di tutto, seguendo l’esempio degli attori inglesi che passano senza troppi problemi da Shakespeare all’avanspettacolo. A patto che questo tutto sia dignitoso e non vada mai contro i nostri principi. Purtroppo i giovani d’oggi non hanno le possibilità che avevamo noi, grazie alle Compagnie di giro, di fare esperienza sul campo: anche interpretare un semplice cameriere, che dice una brevissima battuta, è una scuola fondamentale per capire come muoversi in scena e come impostare la voce”.
Cosa ne pensa del progetto di Raiuno, affidato a Massimo Ranieri, di portare il teatro in tv in prima serata?
“È una splendida idea. Del progetto doveva far parte anche Pia Velsi, la zia Filomena di “Tutti pazzi per amore”, ma considero Massimo Ranieri la persona giusta: un uomo intelligente, un bravo cantante e un attore capace che attrae molto. Penso che la gente lo seguirà e si abituerà finalmente a uno spettacolo diverso rispetto a certi programmi davvero insopportabili della nostra televisione”.
Parliamo di Orazio Bobbio: quanto le manca e quanto manca lui al teatro di oggi?
“Non si può nemmeno immaginare quanto mi manchi Orazio. Una persona insostituibile. Ho trascorso una vita con lui e col passare del tempo sento crescere la sua mancanza, ogni giorno di più. Ovviamente anche al teatro manca tanto, anche se noi della Contrada lo sentiamo sempre vicino. Era una persona splendida, che soprattutto nei momenti di crisi sapeva reagire con atteggiamento sempre propositivo. Aveva molto coraggio e quel pizzico di “sana follia” senza la quale la Contrada non sarebbe mai nata”.
A parte Bobbio, fra i tanti registi e attori con cui ha lavorato, chi ricorda in particolare?
“Sicuramente Francesco Macedonio. E non solo perché stiamo ancora lavorando assieme. Da lui ho imparato moltissimo, soprattutto una lezione importante: dietro ogni battuta ci devono essere sempre pensiero ed emozione, perché altrimenti una battuta resta vuota. Un artista può avere una splendida voce, una dizione perfetta che incanta gli spettatori, ma senza pensiero ed emozione alla fine, in chi ascolta, non rimane nulla. È una questione di comunicazione, che non vuol dire ritmo o velocità nella recitazione. È qualcosa che nasce da dentro. Fra gli attori ricordo con affetto Giorgio Valletta, Lino Savorani – i miei primi maestri – e Giuseppe Battiston, ma anche attrici come Isa Barzizza o Maria Amelia Monti con la quale ci sentiamo regolarmente. Tra i registi invece non posso dimenticare Mario Licalsi, che fu decisivo per la mia carriera affidandomi il primo monologo drammatico”.
Se non fosse diventata un’attrice, cosa avrebbe fatto nella vita?
“Ripeto spesso che mi sarebbe piaciuto diventare orafo, perché amo i gioielli… Ma lo dico così, tanto per scherzare. In verità fare l’attrice è stata da sempre la mia vera e unica passione. Il sogno e il destino della mia vita”.
Ariella Reggio tornerà in scena al Teatro Bobbio ad aprile, assieme a Marcela Serli, nell’atto unico “Buonanotte mamma” di Marsha Norman.
Claudio Bisiani