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Gio, Dic

SottoTrieste. Duemila anni di storia in Cittavecchia

Itinerari
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Un itinerario attraverso le diverse vicende storiche e le trasformazioni urbanistiche della nostra città dalla sua versione romana a quella dei primi decenni nel XX secolo, è il leitmotiv di un’esposizione frutto di un lungo percorso di studi, indagini stratigrafiche e d’archivio che sembra aver colto davvero nel segno.

Un itinerario attraverso le diverse vicende storiche e le trasformazioni urbanistiche della nostra città dalla sua versione romana a quella dei primi decenni nel XX secolo, è il leitmotiv di un’esposizione frutto di un lungo percorso di studi, indagini stratigrafiche e d’archivio che sembra aver colto davvero nel segno.

“Un percorso – spiega Chiara Morselli, docente presso il Dipartimento di Storia e Culture dall’Antichità al Mondo contemporaneo (DiSCAM) dell’Università di Trieste e curatrice della mostra – frutto di dieci anni di lavoro iniziato con lo scavo condotto nell’area di Crosada dall’allora Dipartimento di Scienze dell’Antichità in partenariato con il Comune di Trieste nell’ambito del programma di iniziativa Comunitaria Urban - progetto Tergeste. Quest’opportunità ci ha permesso di condurre un’indagine stratigrafica su un’area campione, che si affianca ai trentaquattro saggi effettuati in Cittavecchia dalla Soprintendenza per i Beni archeologici del Friuli Venezia Giulia all’interno del triangolo Teatro Romano – S. Maria Maggiore – Cavana. Il tutto è sfociato in una serie di pubblicazioni scientifiche, ma, grazie alla collaborazione con la Soprintendenza, cui si è aggiunto il contributo dei Civici Musei di Storia ed Arte, abbiamo desiderato rendere partecipe dei risultati anche il largo pubblico”.
> RIVELAZIONI
Gli scavi hanno il merito di non aver semplicemente riportato alla luce tracce della Trieste che fu, ma pure di aver regalato ai ricercatori importanti scoperte. “Il ritrovamento – racconta Morselli – dei resti di una dimora residenziale, di una strada romana e di una necropoli sotto il palazzo vescovile e di altre abitazioni di alto livello, vista la qualità e la raffinatezza dei loro affreschi, ci hanno rivelato che l’area compresa tra l’Arco di Riccardo e il mare (che ai tempi dei Romani arrivava all’altezza del Teatro Romano e dell’attuale Urban Hotel di Androna Chiusa, dove al suo interno sono visibili i resti della spiaggia, ndr) era fortemente edificata già in età Augustea (I secolo a.C. / I secolo d.C.) con abitazioni di un certo livello, mentre finora si pensava che lì ci fosse la periferia. Inoltre in via dei Capitelli sono stati trovati i resti di un monumento, una sorta di arco, che riteniamo abbia avuto la funzione di ingresso alla città per chi proveniva dal mare per poi accedere, si pensa, a una zona pubblica, forse alla piazza di un mercato”. E non finisce qui. “Sono stati infine ritrovati – prosegue – in anni recenti, grazie ai sondaggi della Soprintendenza, i resti delle banchine del porto e dei magazzini, di cui già nell’Ottocento si era ipotizzata l’esistenza anche in assenza di precisi ritrovamenti archeologici. Dati, dunque, di assoluta novità”.
> MISTERI INSOLUTI
Nonostante le sue modeste dimensioni e i risultati finora raggiunti, Trieste nasconde ancora molti segreti. “Come il fatto – conferma la docente – che, considerata la sua natura mercantile, non sia ancora stata trovata alcuna traccia di terme. Un elemento tipico e fondamentale per una città portuale, soprattutto per questioni igienico-sanitarie, vista l’affluenza di persone dall’esterno. C’è poi la questione delle mura della città romana: nonostante siano state ritrovate ben tre iscrizioni che testimoniano la costruzione di mura e torri tra il 33 e il 32 a.C. per volere di Ottaviano, non è ancora stato accertato se queste mura arrivassero fino al mare o si fermassero all’altezza dell’Arco di Riccardo”.
> ARCHEOLOGIA E… STATO DELL’ARTE
Grande risposta, nelle prime settimane di apertura della mostra, da parte della cittadinanza e degli istituti scolastici, che hanno riempito il carnet delle visite guidate, ma tante nuove iniziative sono ancora in programma: da mercoledì 10 novembre, ad esempio, sono previste anche visite guidate direttamente sul campo tra le vie cittadine.
Ma qual è lo stato di salute dell’archeologia italiana? “Se da parte della popolazione – risponde Claudio Zaccaria, direttore del DiSCAM giuliano – riscuote molto interesse, la cultura relativa alla conoscenza del passato non è ancora così riconosciuta dalle istituzioni. Paradossalmente, nel nostro caso, si è rivelata più sensibile la Regione che, con l’eccezione della collaborazione con i Civici Musei, l’Amministrazione comunale. Questo atteggiamento, piuttosto diffuso nel nostro Paese, crea, a carattere generale, una serie di conseguenze. La prima è la mancanza di sbocchi professionali: ultimati gli studi o si riesce ad entrare all’interno del Ministero dei Beni culturali o si va a fare ricerca e ad insegnare all’Università. Ma il fatto che l’età media dei docenti a Trieste sia ben superiore ai cinquant’anni e che il recente concorso pubblico per trenta posti al Ministero sia stato il primo dopo dodici anni (lasciando fuori tre generazioni di studenti) lascia molto pensare. Il tutto a scapito di molti giovani preparatissimi. Inoltre l’attività di scavo in Italia si riduce solo o al recupero (in caso di ritrovamenti durante interventi edilizi o simili) o alla ricerca (con forte componente di formazione per gli studenti)”.
Insomma, nonostante il Belpaese sia uno tra i luoghi con più memoria storica del mondo, sembra non esserci spazio per i giovani archeologi. Ma non solo: non esistendo alcun albo o organismo a tutelare la categoria, spesso, ci dicono, “ci si ritrova a tirare avanti” a suon di contratti di collaborazione pagati anche con cifre irrisorie rispetto alla mole di lavoro. Ma ci sarebbe una soluzione in tutto questo? “Quello che manca in Italia – risponde Chiara Morselli – rispetto ad altri Paesi come la Francia è l’applicazione dell’archeologia preventiva: si tratta di un’attività di studio e di ricerca sul territorio nelle aree a maggior “rischio archeologico” per la realizzazione di mappe, così come avviene dal punto di vista geologico. Una cosa molto utile, anche per la stesura dei piani regolatori, che permetterebbe di evitare le frequenti situazioni dei cantieri fermi a seguito di inaspettati ritrovamenti, com’è accaduto con il Park Sì di San Giusto. Il tutto prevede una decentralizzazione della gestione delle attività di scavo, che verrebbe dunque gestita non direttamente dal Ministero, ma da Regioni, Province, Comuni o gruppi di Comuni”. “L’assurdo – conclude – è che una legge italiana per l’archeologia preventiva dal 2008 c’è, ma non è mai stata applicata. Una soluzione che, peraltro, offrirebbe un’opportunità lavorativa a molti giovani italiani”.
Corinna Opara