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Sab, Ago

Con la Vespa a Pesariis, nella valle dei Solari

Itinerari
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Tutto dipende da che parte guardi il mondo. Se poggi sui sellini di una Vespa verde bugesa del ’56, due ore di Panda 1000 si traducono in tre ore e mezza abbondanti di strada, quasi quattro.

Se poggi sui sellini di una Vespa del ’56, il viaggio non incomincia dall’uscita autostradale Carnia, ma da Feletto Umberto-Udine Nord. La bugesa non regge ritmi serrati, cinque euro di pieno e una o due soste in baretti occasionali sono necessari. “Mandi, Sonia”, “Mandi, il solit” (“il solito”, per la distinta signora quarantenne, è un calice di nero con un po’ di patatine per far spessore…). Sono le dieci e dieci del mattino. “Fas frescot, nomo?” (trad. “fa freschetto, vero?”), ”Eh sì”. Non ci degnano di uno sguardo, un caffè e un “Ma man” (trad. “ciao”), Val Pesarina stiamo arrivando.

 

In questi giorni post giro d’Italia (di ciclismo, s’intende) la Carnia è ancora in aria Zoncolan, la salita impossibile. Nemmeno idealmente tentiamo di emulare il gruppo di campioni con il suo bagaglio di 3.000 chilometri sul groppone, e raggiungiamo invece Annalisa, responsabile del punto di informazione turistica di Prato Carnico.

 

L’infopoint è proprio accanto alla “Casa del Popolo” a Pieria, frazione di Prato Carnico, un enorme edificio storico, giallo stinto, un tempo luogo di diversi concerti, che guarda la valle. “Lo stanno ristrutturando – spiega Annalisa – e qui ci verrà la nuova biblioteca, un bar e all’ultimo piano degli alloggi, di cui siamo un po’ a corto”.

 

Rinunciando alla sua pausa pranzo Annalisa ci accompagna a Pesariis. Dalla strada si intravede un gruppo di casette strette l’una all’altra. “Che paese è quello?”, “Pradumbli”, “Pra…pra…”, “Pradumbli”, “Predungli?”. Niente da fare, non entra, la pronuncia è bloccata e lo sarà per almeno dieci ore. Annalisa è molto paziente e mi ripete per l’ennesima volta: “Pradumbli, il paese degli anarchici”. Anarchici? Ma la nostra accompagnatrice non sa altro… e nel frattempo raggiungiamo Enzo Gonano, sagrestano e custode degli orologi e nostro mentore pomeridiano.

 

> LA VALLE DEL TEMPO

I 200 abitanti di questo pacifico villaggio montano sono gli eredi della secolare tradizione orologiaia e dell’opera della famiglia Solari, quella degli orologi a scatto di cifre con calendario. Per capirci, aspettando il treno a Venezia o l’aereo a Dallas, per vedere l’ora di partenza, la destinazione, il binario o l’uscita, e certamente il ritardo del mezzo, dagli anni Cinquanta ad oggi miliardi di occhi hanno consultato ansiosamente le preziose cifre su una tabella nera con rulli di palette plastiche semovibili firmati Solari.

 

L’elegante orologio a scatto di cifre esposto al Museum of Modern Art di New York? Made by Solari. L’orologio da torre in Piazza Libertà a Udine? Made by Solari, 1852. E quello in Piazza Unità a Trieste? Made by Solari, 1875. Incredibile, la Solari è presente perfino sulla torre del palazzo reale di Cetinje, Montenegro. Un’attività iniziata già nel 1600. “I cramârs (venditori ambulanti carnici, ndr) impararono l’arte nella Foresta Nera in Germania – racconta Enzo Gonano – e la portarono in questa valle; all’inizio era un lavoro che si poteva fare in casa. Qui c’erano due o tre famiglie che fabbricavano orologi domestici”.

 

> LA SVOLTA DELLE TORRI

Poi nel 1725 arrivano i Solari. “Loro cambiarono genere – prosegue Gonano – e si dedicarono agli orologi da torre: comprarono un fienile vicino al corso d’acqua e lo usarono come laboratorio, una sorta di fucina di fabbro”. Nel Museo degli orologi c’è anche una foto di una casa in pietra a un piano, molto semplice, che è la prima “faria” (trad. “officina”), poi demolita per creare più a valle una fl'Orologio calendario perpetuo giganteabbrica e quindi il vero impero.

 

“Negli anni Cinquanta – conclude Gonano – ci fu la spaccatura: una parte dell’attività rimase a Pesariis e una parte si trasferì a Udine. In quell’occasione agli operai venne chiesto di scegliere da che parte stare, e quindi di rischiare in prima persona”. Attualmente la ditta è unica, anche se le sedi sono staccate, la proprietà è ormai passata a delle società esterne e della Solari è rimasto solo il marchio.

 

> PROPRIETA' COLLETTIVA

Bighellonando per il paese incontriamo qualche turista tedesco, la maggior parte delle case è chiusa. “Sembrano disabitate, in realtà molti rientrano il fine settimana o le usano d’estate, durante le vacanze”, ci dice Annalisa.

 

Di affittare a forestieri non se ne parla. Peccato, però, perché sarebbe interessante pensare alla Carnia come a una “Metropoli diffusa”, una città sparsa fatta di paesi indipendenti, come propone Claudio, un ragazzo di Invillino. Un concetto di comunità sul quale si basa peraltro anche la Proprietà Collettiva di Pesariis, “una delle 75 realtà friulane che interessano ben 100 mila ettari di territorio”, come spiega Delio Strazzaboschi, responsabile amministrativo-finanziario dell’Amministrazione frazionale. “Alla nostra frazione – aggiunge Annalisa – è stata riconosciuta l’autonomia patrimoniale con decreto regio da Umberto I, e lo scorso anno abbiamo festeggiato il 110° anniversario”.

 

La Proprietà Collettiva è un Ente locale e funziona in sostanza come la proprietà demaniale. Gli 838 ettari di bosco e i 747 ettari di prati e altre zone improduttive, assieme a diversi immobili, sono indivisibili, inalienabili, non soggetti a usucapione (e quindi il possesso prolungato non ne determina l’acquisto), e destinati solo all’uso agro-silvo-pastorale. In quest’ottica nel 2003 la Proprietà Collettiva ha assorbito l’unico negozio di alimentari di Pesariis salvandolo dalla chiusura definitiva ed ha anzi avviato nel 2004 un progetto biologico commercializzando alimenti con certificazioni ambientali. “Purtroppo – commenta Strazzaboschi – il progetto non è andato a buon fine perché siamo troppo lontani da tutto da un punto di vista logistico. Rimane comunque il negozio, fondamentale per gli anziani, che altrimenti dovrebbero andare a piedi da una frazione all’altra. In inverno sarebbe veramente proibitivo”.

 

Visto che ci sono chiedo a Strazzaboschi di Pradumbli, diventato ormai il mio tarlo: “Perché è conosciuto come il paese degli anarchici?”. Ma… non sembra entusiasta della mia curiosità e devia il discorso sugli ottimi prodotti artigianali pesarini in vendita alla Bottega del Tempo. Eppure la storia racconta che proprio Prato Carnico è zona di antica e radicata tradizione anarchica come la Carnia è terra di resistenza.

 

Ci congediamo dalle nostre guide e ci mettiamo ad ammirare le montagne ricoperte di boschi, proprio come al cinema. Un panorama diverso da quello della foto d’epoca vista a Casa Bruseschi, una casa-museo del Cinquecento in centro a Pesariis, dove si vedono queste montagne a pascolo. “La gente – ricorda ancora Gonano – un tempo coltivava patate e fagioli, e ogni famiglia aveva almeno una mucca. Purtroppo oggi ci sono solo boschi, per gli abitanti delle valli sinonimo di montagna abbandonata”. Come cambiano le prospettive.

 

> FAGIOLI ANARCHICI

“Cjalâisa il panorama?”, “?… Sì!”, “Polenta e panorama, eh? In timp di guera si mangiava polenta e pala Casa dell'orologionorama, nu davin 50 grams di grana e i magiavin como suriis cui dinc devant parsê che no finisedin subit. Par mangiâ tociava lâ a copâ una pioura oltre cunfin. Si leva cencia cjamesa cussì no nu cognosevint. Mandi…”, “?… Mandi, ma che scusi e chel pais aì?”, “Chel li? Si clama Pradumbli. Son famôs i fasôi!”, “Come?”, “Fasôi ve, una volta cui fasôi si comprava di vistî e di mangiâ, la Egle a era encja tal sornal pai soi fasôi…”, “Ah sì?”, “Cumô mi tocia propri là, fruts, mandi”. (trad.: “Guardate il panorama?”, “Sì”, “Polenta e panorama, eh? In tempo di guerra si mangiava polenta e panorama, ci davano cinquanta grammi di formaggio grana che mangiavamo con gli incisivi, così durava più a lungo. Per mangiare dovevamo rubare e ogni tanto uccidere una pecora oltre il confine. Ci andavamo senza camicia così non ci riconoscevano. Ci vediamo…”, “Arrivederci, ma scusi e quel paese lassù?”, “Quello là? Si chiama Pradumbli. Sono famosi per i fagioli!”, “Come?”, “Fagioli, una volta con i fagioli si comprava da vestire e da mangiare, Egle è finita sul giornale per i suoi fagioli…” , “Ah sì?”, “Devo proprio andare adesso, ragazzi, ci vediamo”).

 

A questo punto vogliamo assolutamente vedere Pradumbli, che una guida alpina, citata da Paolo Rumiz in un suo libro, definisce “un paese di anarchici dove ogni casa è una biblioteca”. La bugesa la molliamo ai piedi del paese, non ce la farebbe ad arrampicarsi sull’antica mulattiera che porta alle poche case pigiate e svettanti in cerca della luce soffusa del pomeriggio. Per le viuzze non c’è nessuno, tutto è chiuso e non abbiamo il coraggio di bussare a una di queste biblioteche.

 

In fiducia rimaniamo alle parole del vecchietto incontrato a Pieria. “Siora o signorina, no sai, ch’a tegni ca – dice regalandomi una caramella – ma ch’a viodi di sercjâ i nestris fasôi” (trad. “Signora o signorina, non so, tenga, ma mi raccomando, assaggi i nostri fagioli”). Va bene, prometto.

 

> COME ARRIVARE

Per chi viene in auto percorrendo l’autostrada A23, prendere l’uscita Carnia e proseguire verso Tolmezzo. Oltrepassato Ovaro (SS 355), immettersi sulla SS 465 per Forcella Lavardet.

 

> CHI CONTATTARE

Per il piccolo Museo storico delle macchine per la fotografia e cinematografia, il riferimento è il signor Odi Gonano, tel. 0433.69208 (ingresso libero). Per il Museo degli orologi e la Casa Bruseschi, rivolgersi all’ufficio della Pro Loco Val Pesarina in frazione Pieria (tel. 0433.69420). 

Ivana Macor

  

 

…DA LECCARSI LE DITA

 

CJARCIONS

Ai cramârs (venditori ambulanti carnici), come racconta la tradizione, è legata l’origine del più tipico piatto carnico. Un tempo piatto delle solennità paesane (il santo patrono, le sagre) o delle ricorrenze familiari (onomastici, compleanni, nozze, anniversari), i cjarcions sono particolarissimi agnolotti di pasta di patate ripieni di ricotta, spezie, uva sultanina, noci, frutta secca, erbe aromatiche e molti altri ingredienti; essenze che le donne recuperavano dal fondo dei cassetti dei cramârs, quando ritornavano a casa d’inverno, dopo aver percorso a piedi durante la bella stagione le strade d’oltralpe. I cjarcions sono diversi da valle a valle e, spesso, da famiglia a famiglia. Quello fatto a Cleulis è diverso, infatti, per sapore, gusto e forma, da quello fatto a Paularo, che è a sua volta diverso da quello servito a Comeglians o Paluzza.

 

FRICO

Il frico, formaggio cotto, è uno dei piatti della tradizione carnica, poco o per niente conosciuto al di fuori del Friuli. Sembra che la prima ricetta di frico, del XV secolo, sia attribuita al famoso maestro Martino, cuoco del Patriarca di Aquileia. Da piatto dolce, a cui si aggiungeva zucchero o cannella, oggi il frico è diventato un piatto salato, di cui esistono mille varianti: le foglie di frico, il frico con le patate o quello filante.

(Fonte: www.carnia.org)

  

 
In collaborazione con Help!