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Carcinoma del colon-retto: primo passo, individuare i polipi neoplastici

 |  Redazione Sconfini

Il carcinoma del colon-retto è una fra le neoplasie a più elevata morbosità e mortalità nei paesi occidentali: in Italia rappresenta la seconda causa di morte per tumore dopo il cancro al polmone per gli uomini e al seno per le donne, e sono più di 30.000 i soggetti che si ammalano ogni anno.

 

Le cause certe sono tuttora sconosciute anche se sembra che ci sia una correlazione fra una dieta ricca di grassi animali e proteine e povera di fibre (frutta e verdura) come fattore favorente, oltre al ristagno delle feci che sembra comporti modificazioni a carico della mucosa intestinale. L’esordio caratterizzato da sintomi quali il sanguinamento rettale, la stipsi progressiva o alternata a diarrea, il dimagrimento, l’astenia e l’anemia, deve condurre il paziente agli accertamenti di routine: ricerca del sangue occulto nelle feci, colonscopia, clisma opaco.

 

“Questo carcinoma – sostiene il dottor Fabrizio Briganti Piccoli, aiuto chirurgo dell’U.O. di Chirurgia della Casa di Cura Salus di Trieste – rappresenta certamente un grande problema sociale e una grande sfida per la sanità, sia sul piano preventivo e della diagnosi precoce (assolutamente fondamentale), sia su quello terapeutico per le ingenti risorse richieste”. “Lo stile di vita comprendente una dieta sana e varia – continua – ha un’importanza riconosciuta per la prevenzione in molte patologie, compreso il carcinoma del colon-retto. Più che di cause è corretto parlare di condizioni correlate e favorenti, o fattori di rischio per lo sviluppo di questo carcinoma. Individui che hanno una storia familiare di carcinomi intestinali, pazienti affetti da poliposi adenomatosa familiare, rettocolite ulcerosa o altre malattie infiammatorie croniche del tratto intestinale, hanno un alto rischio di degenerare e sviluppare in futuro il carcinoma”.

 

La prevenzione e i fattori di rischio hanno quindi un’importanza rilevante per una strategia mirata in grado di individuare ad uno stadio precoce la malattia (i polipi adenomatosi) quando cioè diventa possibile con una semplice endoscopia asportare i polipi stessi permettendo così l’eradicazione totale della patologia. “I metodi di screening attualmente disponibili – afferma l’aiuto chirurgo – sono in grado di diagnosticare una percentuale rilevante di carcinomi suscettibili di guarigione. Individuare i polipi neoplastici, che sono le formazioni classiche che possono degenerare entro circa dieci anni, è il primo passo per una prognosi favorevole”.

 

In Italia, seppure sia evidente l’efficacia dello screening nel ridurre la mortalità del carcinoma colorettale, non esiste la giustificazione e i presupposti per proporre un unico modello di intervento su tutto il territorio, quale uno screening di massa. “È ragionevole – sottolinea Briganti Piccoli – che ogni individuo, considerando la storia familiare e personale, verso i 45 anni, se ci sono precedenti familiari o fattori di rischio rilevanti, o a 50 anni in assenza di questi fattori, si sottoponga alla ricerca di sangue occulto nelle feci e ad una colonscopia (esame in grado di rivelare la presenza di anomalie sospette e di evidenziare la presenza di altre patologie quali i diverticoli, formazioni benigne molto frequenti dopo 50-60 anni). Nel caso s’individui la presenza di polipi neoplastici e si proceda quindi alla loro asportazione, i controlli avranno una scansione regolare e costante”.

 

Classificazione o stadiazione del cancro al colon-retto sono i termini convenzionalmente usati per descrivere le dimensioni del tumore e la sua diffusione ad altri organi vicini. La conoscenza dello stadio del tumore, a volte noto solo dopo la sua asportazione con l’intervento chirurgico, serve al medico per stabilire il trattamento più idoneo. Di solito si usa il sistema di stadiazione messo a punto dall’anatomo-patologo Dukes, che prevede quattro stadi: da piccolo e localizzato (A), fino a diffuso a strutture adiacenti (B e C) e ad altri organi a distanza (D). In alternativa si usa il sistema TNM, che distingue se il tumore è diffuso in profondità nella parete intestinale (T), se ha invaso i linfonodi (N) e se vi è la presenza di metastasi (M).

 

Il trattamento di tale carcinoma – precisa Briganti Piccoli – è di tipo chirurgico e prevede l’asportazione del segmento del colon interessato dalla neoplasia. Dopo l’intervento chirurgico può essere necessario attuare un protocollo terapeutico di tipo chemioterapico. Il tipo di trattamento, pianificato dal medico curante consensualmente al paziente, terrà conto delle condizioni generali dello stesso e dello stadio del tumore”. “Laddove la neoplasia maligna non interessi la regione anale – aggiunge – è possibile la ricanalizzazione intestinale senza perdita dell’apparato sfinteriale, con evidente vantaggio per il paziente. Oggigiorno la chirurgia del cancro del colon si avvale anche della tecnica laparoscopica”.

 

A fronte dell’elevata morbosità e mortalità di questa patologia, a favore di una prognosi favorevole si deve ribadire l’assoluta centralità della diagnosi precoce e del controllo continuato e mirato per monitorare l’evoluzione della neoplasia, o secondo un programma di follow-up dopo l’intervento chirurgico.

 

Il trattamento chirurgico radicale garantisce la guarigione e una buona possibilità di sopravvivenza (fino all’80%). “Laddove lo stadio avanzato della neoplasia maligna non permetta la radicalità chirurgica ed oncologica – conclude Briganti Piccoli – è importante che il paziente possa avvalersi delle cure mediche più adeguate al suo caso, unitamente al supporto umano e quello psicologico che sempre si dimostrano componenti tanto importanti quanto non scontate”.

Ignazia Zanzi

 

 
In collaborazione con Help!

 

 


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