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Gio, Gen

Bisessualità: la sottile linea di confine

Costume e società
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Essere donna vuol dire essere un uomo come un altro.

Essere donna vuol dire essere un uomo come un altro.

Simone de Beauvoir L’amore si fa in quattro: due corpi biologici (maschio e femmina) seguono il drive evolutivo alla riproduzione (consegnare i propri geni al futuro), mentre due individui (uomo e donna), elaborati dalla cultura nella mente e nel corpo, cercano di ottenere il controllo dei primi due. E non sempre ci riescono. “Sesso” è senza dubbio uno dei vocaboli più suggestivi ed evocativi del nostro dizionario. Può suscitare desiderio, gioia, dubbio, paura, può far sorridere, creare imbarazzo, può essere tenero, doloroso, dirompente, appagante o umiliante. Dal XIII secolo ad oggi questa parola ha avuto vicende alterne e contraddittorie. All’inizio e fino al XVI secolo l’etimologia, peraltro ancora velata di incertezza, ha creato infatti qualche confusione: i più intendevano con essa le differenze anatomiche e fisiologiche del maschio e della femmina facendola probabilmente derivare dal latino sexus o secus, termini comunque legati al verbo secare cioè tagliare, dividere, sottolineando le differenze tra uomo e donna mentre altri, tra cui illustri medici dell’epoca, la usavano per indicare l’orifizio anale facendola sempre derivare da sexus inteso però come participio passato del verbo sedeo e quindi sedere. Solo nel 1600 l’uso della parola ne ha stabilito definitivamente il significato che si è andato progressivamente estendendo per distinguere non solo gli esseri umani ma anche animali, piante e, infine, anche generi grammaticali. In particolare per gli esseri umani, dalla semplice identificazione delle due diverse “parti vergognose” si è passati, gradualmente, a considerare il sesso come l’esser proprio dell’uomo e della donna facendo nascere espressioni quali “gentil sesso”, “sesso forte” e simili fino a che, nei nostri anni ’60, nel Dizionario Enciclopedico Italiano Treccani il sesso nella mera accezione di “organi genitali” esce di scena per lasciare il posto al «complesso dei caratteri anatomici e fisio-psicologici che distinguono i maschi dalle femmine». Durante gli ultimi tre secoli il significato di “sesso” si è dunque emancipato dal semplice riferimento strettamente anatomico all’individuazione della complessità dell’essere uomo e donna ma purtroppo, in questa complessità, ha rischiato di perdersi o quantomeno di confondersi assumendo connotazioni sempre più ampie e astratte. Nella letteratura scientifica di derivazione sociologica prima e psicologica poi, “sesso” sta gradualmente cedendo il posto a “genere” (etimologicamente discendente dal latino “genus” ma impostosi nella nostra lingua attraverso l’uso anglosassone di “gender”), termine che sicuramente si presta meglio a rappresentare le numerose varietà di realizzazione dell’identità sessuale. Questa sorta di ambiguità lessicale rispecchia peraltro una più profonda ambiguità emozionale insita in ognuno di noi. Essere donna e sentirsi un po’ uomo, essere uomo ma sentirsi un po’ donna… L’androginia psicologica, cioè la sensazione di covare nel proprio intimo sensazioni, emozioni, pensieri, vissuti che l’opinione comune attribuisce da sempre all’altro sesso, è un fatto piuttosto comune. Normalmente si pensa che uomo e donna siano rigidamente caratterizzati non solo sul piano fisico ma anche su quello psico-emotivo. Se diciamo attivo, forte, deciso, aggressivo, logico istintivamente pensiamo ad un uomo mentre dicendo dolce, gentile, sensibile, emotiva, romantica, irrazionale la mente delinea una figura femminile. Nella realtà, invece, al di là di speculazioni filosofiche e sessiste, uomini o donne che siamo, difficilmente riusciamo a riconoscerci completamente e in modo assoluto nei modelli ideali di femminilità o di mascolinità. Ed è assolutamente naturale che sia così perché ognuno di noi nasce certamente connotato nella dimensione anatomica ma psicologicamente ambisessuale. Pene e vagina sono attributi biologici importanti ma non sono sempre sufficienti a marcare in modo preciso la sessualità di ciascuno. Negli animali, che hanno istinti più forti, le cose stanno diversamente ma è proprio la debolezza e l’influenzabilità degli istinti a consentire la profonda libertà dell’essere umano. Oggi, in una società che almeno apparentemente non ha più bisogno, per funzionare, della forza fisica, i ruoli dei due sessi sono meno rigidi. Non certamente per una fantascientifica mutazione genetica ma perché c’è maggior consapevolezza e libertà nel manifestare le proprie pulsioni sessuali. E questo è un bene. Infatti, quando fin da bambini ci si orienta verso la propria identità sessuale, si è costretti a rimuovere una parte di noi stessi. Tuttavia quella parte di noi che è stata “sacrificata” perché appartiene all’altro sesso, continua a vivere nel nostro inconscio e ha bisogno di trovare spazio e manifestarsi. Per questo si è andato aprendo sempre di più il problema dell’identità sessuale fino a configurarsi come una vera e propria psicopatologia emergente. Chi sono? A che genere appartengo? Come devo fare l’amore? Domande che normalmente affollano l’adolescenza ma che possono interessare anche l’adulto quando questi non ha strutturato una buona maturità sessuale corrispondente a quel livello di sviluppo psicoaffettivo nel quale si è potuta realizzare un’identità sessuale certa. In altre parole l’individuazione di un corpo, la sua accettazione e la capacità di viverlo come maschile o femminile con tutte le sue esigenze, i suoi desideri, i suoi piaceri. Nell’infanzia e nella pubescenza l’affettività è a tutto tondo, indifferentemente diretta verso il proprio o l’altro sesso. E anche durante l’adolescenza possono essere presenti esperienze omosessuali contemporaneamente a vissuti ed aspirazioni eterosessuali. In seguito però gli orientamenti sessuali e l’appartenenza al proprio sesso dovrebbero farsi più nitidi e ben definiti. Tale scelta, però, non è facile da fare poiché i modelli di identificazione che la nostra cultura propone sono sempre più confusi. Messaggi ambigui, scambio di ruoli, divi che usano l’ambivalenza come elemento di successo, maschi effeminati e femmine virili. Perfino nel quotidiano sta diventando difficile individuare l’identità sessuale dei giovani per il gioco dei travestimenti e delle confusioni. Stessi gesti, stesse movenze, stesso linguaggio ricco di stereotipi e povero di originalità, stesso desiderio di sperimentare esperienze sessuali a 360°. Anche la nostra società tende a dare sempre minor peso alla differenziazione di genere favorendo l’emergere di una figura androgina, soprattutto psicologicamente ed emozionalmente, dove la fusione di caratteri maschili e femminili, omo ed eterosessuali, non lascia trasparire una ben precisa identità. Non stupisce, di conseguenza, l’aumento esponenziale della bisessualità, complice il crollo di molti tabù morali e di molti meccanismi di critica sociale, e l’espansione di desideri “transessuali”. In ogni caso il bisessuale, anche se afferma di essere attratto da entrambi i sessi, presenta sempre un impulso prevalente anche se a volte è nascosto o segreto. Ad essere ancora più precisi si può dire che nella maggior parte dei casi la bisessualità corrisponde ad un’omosessualità mascherata o latente che spesso non si ha il coraggio di mostrare neanche a se stessi. Così ci si definisce bisex per non dichiararsi apertamente omosessuali. Il maschio bisessuale, ad esempio, ha di norma più relazioni con uomini che con donne ed in particolare con travestiti o transessuali. Il successo dei viados dalle gambe lunghe, la pelle liscia e i seni al silicone, è dovuto proprio alle valenze omosessuali dei loro clienti attratti dalla loro pseudo-femminilità, dalla loro ambigua dolcezza e forse spinti dalla propria paura di donne castratrici e giudicanti. Fare sesso con un transessuale può essere infatti rassicurante perché ci si confronta con una donna che donna non è, quindi non può impaurire o creare sensi di colpa soprattutto quando la figura femminile è vissuta come proiezione materna. E contemporaneamente si può sdoganare la propria omosessualità godendo di un corpo che, grazie alle diverse opzioni proposte, offre delle comode vie di fuga dalle proprie ansie e dai propri fantasmi. Non bisogna però credere che i bisessuali vivano il meglio della sessualità e sappiano amare in modo più completo. La mia esperienza clinica mi parla invece di fatica, di confusione, di disordine emozionale. Nella bisessualità non c’è maggior disponibilità, anzi spesso la persona è impedita a vivere serenamente sia la relazione omosessuale che quella eterosessuale con il rischio, frequente, di rovinarle entrambe. Un rapporto di coppia, infatti, per essere equilibrato deve basarsi sui due pilastri dell’intesa sessuale e di quella affettiva. In molti casi invece, il sesso, quando c’è, è sentito come un dovere. Vivere nell’ambiguità, quindi, può non essere né facile né gratificante anche perché nella maggior parte dei casi il partner ignora la doppia vita del coniuge e, nel caso venga a scoprirla, la crisi del rapporto o la separazione possono essere particolarmente dolorose in quanto vissute come un doppio tradimento. Anche il rapporto con i figli può risentire della situazione poiché chi ha bisogno di rafforzare la propria identità sessuale spesso tende ad essere un genitore esigente ed oppressivo. Ovviamente per poter risolvere queste contraddizioni occorre prendere coscienza del problema e lavorare su se stessi cercando di sciogliere le proprie ambivalenze o imparando a conviverci in modo non conflittuale. Magari con una buona psicoterapia. dott. Filippo Nicolini BOX: La bisessualità nell’adolescenza è sempre esistita Ora non è più un tabù. Sempre più adolescenti sperimentano l’omosessualità ed esplorano orgogliosamente territori di confine. In una recente ricerca dell’Istituto di ortofonologia di Roma, è stato calcolato che tra gli undici e i sedici anni il 35% delle ragazze, e addirittura il 60% dei ragazzi, si è avvicinato o ha provato l’esperienza omosessuale. Lontani da scuola e famiglia, le loro confidenze diventano visibili viaggiando su Internet. E intanto mutano, si nascondono, giocano con l’ambiguità. Ragazzi nell’età incerta, che scoprono se stessi, la sessualità, il corpo che cambia, e sperimentano sempre più territori di confine. Non solo “etero” dunque, ma anche “omo” e soprattutto “bisex”. Hanno tra i quattordici e i diciotto anni e fanno parte di un movimento young-adult che in tutto il mondo ha fatto dell’ambiguità il proprio modo di amare. Le ragazze camminano mano nella mano, provano baci e carezze, i maschi si fermano ad abbracci più virili ma più espliciti di un tempo. Più che bisex molti si definiscono bi-curious, curiosi doppiamente, si vestono con stile androgino, si ispirano all’inquieto movimento “Emo”, si incontrano e si confidano in una galassia di siti e blog dove raccontano la loro ambiguità. Specchio dei tempi o semplice moda? L’ultimo rapporto della Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia, conferma che gli adolescenti hanno le loro prime esperienze sessuali tra i quattordici e i sedici anni. La novità è che questa generazione sembra voler fare della propria ambiguità un modo di essere, una bandiera. Certo, sperimentano così una nuova libertà, quella di non definirsi, ma potrebbe anche essere solamente un nuovo volto della paura di crescere…