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Sab, Dic

L’attività imprenditoriale: utili suggerimenti per cittadini intraprendenti

Costume e società
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È la scelta che prima o poi nella vita si presenta davanti ad ognuno di noi, sia nel momento in cui per la prima volta ci affacciamo al mondo del lavoro, sia nel caso in cui ci troviamo costretti ad attraversare un momento di crisi o dobbiamo operare scelte contingenti: meglio svolgere il nostro lavoro dipendendo da qualcun altro o decidere di avviare un’attività autonoma, “intraprendendo” se stessi?

È la scelta che prima o poi nella vita si presenta davanti ad ognuno di noi, sia nel momento in cui per la prima volta ci affacciamo al mondo del lavoro, sia nel caso in cui ci troviamo costretti ad attraversare un momento di crisi o dobbiamo operare scelte contingenti: meglio svolgere il nostro lavoro dipendendo da qualcun altro o decidere di avviare un’attività autonoma, “intraprendendo” se stessi?


Certo, oggi come oggi, vista la situazione in cui versa il nostro Paese dal punto di vista economico e sociale, la risposta sembrerebbe scontata: dipendere conviene. Infatti rappresenta sicuramente la scelta più indovinata perché comporta notevoli vantaggi come avere uno stipendio fisso, poter stare a casa a curare anche il malanno più lieve, poter mettere al mondo dei figli e seguirne la crescita quasi fino a quando non si sposano, poter andare in ferie perché, oltre ad essere pagati, abbiamo comunque uno o più colleghi che svolgono il nostro lavoro, poter essere remunerati di più quando le festività cadono nel proprio orario di lavoro e ancor meglio se cadono di domenica, perché vengono pagate come se fossero lavorate.
D’altro canto, quando si decide di intraprendere un’attività alle dipendenze di qualcuno, bisogna tener conto di due importanti aspetti: credere e convincersi del fatto che non siamo indispensabili, perché l’ultima parola spetta sempre al nostro capo, ma soprattutto non poter mai decidere la durata, l’entità e la portata del lavoro che dobbiamo sbrigare. Per quanti vedono questi limiti inaccettabili rispetto ai vantaggi forniti, o più semplicemente per tutti coloro che, per volontà o necessità, scelgono di rinunciare al lavoro dipendente, c’è una seconda scelta: diventare imprenditori, scelta che potrebbe essere tradotta anche con il vecchio adagio “aiutati che il ciel ti aiuta”.
Eh già, perché quando si decide di dare il via ad un’attività autonoma è necessario essere preparati al peggio, pianificare e seguire ogni aspetto del proprio lavoro (non solo quello legato all’attività che sappiamo svolgere…) e spesso doversi accontentare di risultati minimi, con un grande vantaggio però: gestire autonomamente se stessi e quello che si fa, creando qualcosa di unico e speciale che ciascuno di noi, con il proprio entusiasmo e le proprie capacità, può realizzare con ottimi risultati.
Affinché ciò sia possibile dobbiamo però circondarci di consulenti “ad hoc”, persone in grado di affiancare il nostro lavoro e di aiutarci a renderlo impeccabile sotto ogni aspetto, soprattutto quello economico e fiscale. A questo proposito ci siamo rivolti alla dottoressa Geeta Serra, commercialista e titolare dello Studio Professionale S.r.l. di Belluno, che ha riservato per noi alcuni semplici ma preziosissimi consigli per diventare imprenditori di successo.
Qual è la prima regola che dobbiamo tener presente qualora vogliamo intraprendere un’attività autonoma?
“Innanzitutto – risponde la commercialista – voglio precisare che un’attività imprenditoriale può esser avviata a qualsiasi età, non è un privilegio riservato solo ai più giovani! Detto questo, il primo passo da fare è proprio quello di comprendere che l’imprenditore non è solo colui che segue la propria azienda dal punto di vista della realizzazione e della vendita del prodotto finito e/o del servizio, ma è anche e soprattutto colui che crea e sviluppa la propria attività ponendo attenzione a tutti gli aspetti che la riguardano. Dietro ad un’impresa esiste infatti un mondo complesso e vario, fatto di carte, uffici e scadenze con le quali qualsiasi attività imprenditoriale deve fare i conti. Molti di questi aspetti sono difficili da comprendere ed attuare, magari perché risultano essere estremamente specifici o più semplicemente poco conosciuti, e allora ecco che ogni buon imprenditore deve rivolgersi ad una figura che possa assisterlo e consigliarlo: parlo del commercialista-consulente che, dato il ruolo di estrema fiducia che è chiamato a ricoprire, deve essere scelto solo dopo aver raccolto più informazioni possibili sulla sua attività e dopo aver instaurato con lui un rapporto che deve essere ottimo e di fiducia sin dal primo istante. Si tratta di un passo fondamentale, il primo per porre le basi del successo di un’azienda: al giorno d’oggi, infatti, non è difficile incontrare imprenditori che si chiedono “ma perché lavoro tanto e non mi resta nulla da parte, anzi pago solo tasse…”. È qui dunque che avere al proprio fianco un buon consulente può aiutare l’imprenditore a darsi delle risposte e a trovare delle soluzioni”.
Compiere questo primo passa, però, non basta…
“È importante sapere che quasi tutti gli aspetti organizzativi e di impianto dell’attività imprenditoriale si svolgono ormai solo attraverso la via telematica: pertanto chiunque decida di avviare un impresa, oltre ad affidarsi a un consulente di fiducia, dovrà necessariamente avere una certa dimestichezza con il pc ed Internet. L’unica eccezione è data dai professionisti (iscritti a cassa o non), per i quali l’avvio dell’attività autonoma può ancora avvenire attraverso i tradizionali canali cartacei”.
Quali sono gli adempimenti amministrativi di cui deve occuparsi un imprenditore?
“Ciascun imprenditore, quando decide di aprire una partita Iva, almeno una volta nella propria carriera dovrà “fare i conti” con uno o più di questi uffici: la Camera di Commercio, l’Agenzia delle Entrate, l’Azienda sanitaria, il Comune, la Provincia, l’Inail e ovviamente l’Inps, ente presso il quale l’iscrizione è un obbligo di legge. Servirsi di ciascuno di questi enti comporta un costo, spesso rateizzato, che va versato in periodi precisi dell’anno, spesso concomitanti: chiedere quindi al proprio consulente di spiegare bene a quali strutture bisogna rivolgersi e quanto verrà a costare, nel corso dell’anno, il rapporto intrattenuto con loro. In questo modo si potrà sempre tenere da parte il denaro necessario a pagare i servizi puntualmente, senza intaccare i guadagni e gli investimenti derivanti dalla propria attività”.
Dal punto di vista previdenziale, quali sono gli aspetti che un imprenditore o un professionista deve conoscere?
“È di fondamentale importanza che sia gli imprenditori, ossia gli artigiani e i commercianti, che i professionisti e i liberi professionisti acquisiscano una minima conoscenza in merito ai meccanismi pensionistici per garantirsi un destino previdenziale quanto meno certo nella sua natura: queste categorie sono infatti destinate a soffrire di più prima di godersi la pensione sia per effetto delle recenti modifiche intervenute nel comparto pensioni (dal calcolo di tipo retributivo si è passato ormai ad un calcolo delle pensioni su base contributiva) sia per l’allungamento ogni anno dell’età pensionabile (la famosa quota pensionabile = età + anni di contribuzione). Per quanto riguarda artigiani e commercianti, sappiamo già che l’iscrizione all’Inps è obbligatoria per legge, e il solo fatto di avviare dunque l’attività ha già di per sé un costo previdenziale minimo di 3.000 euro, il cui esborso è strutturato in quattro rate trimestrali. Dopodiché, in sede di dichiarazione dei redditi, verrà calcolato l’eventuale onere previdenziale Inps in percentuale, pari alla differenza tra il reddito dichiarato e il minimo contributivo oggi pari a 14.552 euro; oltre a questo valore, infatti, si sconta un ulteriore 20-21% a titolo di eccedenza contributiva. Il discorso è invece differente per i professionisti e i liberi professionisti: mentre i primi versano i propri contributi previdenziali ad apposite casse di appartenenza, i liberi professionisti sono comunque chiamati a rivolgersi all’Inps, servendosi però di una cassa apposita, la Gestione separata Inps”.
Oltre ai contributi e alle tasse, quali sono i versamenti di denaro più importanti cui il lavoratore autonomo va incontro?
“Il pagamento più importante è costituito dal versamento dell’Iva, anche se io ci tengo a far presente che questo tributo deve essere considerato non come un costo, bensì come un rapporto di debito e credito con l’Agenzia delle Entrate. Infatti, in periodi prestabiliti (che possono essere mensili o trimestrali, a seconda della grandezza dell’attività), ogni contribuente registra da un lato gli importi Iva da versare all’erario e dall’altro quelli che gli devono essere restituiti dall’erario stesso: se la somma dei primi sarà maggiore di quella dei secondi, verrà pagata la differenza allo Stato, mentre se accade il contrario, l’Agenzia delle Entrate terrà conto del mio “credito” nei suoi confronti e detrarrà il valore di questa somma dall’importo che dovrò devolvere ad essa alla scadenza successiva. L’Iva pertanto non è mai un costo per un imprenditore bensì un mero rapporto di debito/credito con l’erario, fatti salvi i casi in cui le spese vengono fatte per l’acquisto di autovetture e loro impiego, per acquisto di telefonia e suo impiego, nonché per spese alberghiere o ancora per effettuare spese non inerenti all’attività svolta”.
Ci sono dei regimi fiscali agevolativi per chi inizia un’attività, imprenditoriale o professionale che sia?
“I regimi agevolati nel nostro sistema fiscale, al momento, sono essenzialmente due: le Nuove Iniziative Produttive (NIP) e il Regime dei Contribuenti Minimi. Nel primo caso parliamo di un regime fiscale cosiddetto “dichiarativo”, perché se vogliamo farne parte dobbiamo espressamente indicare la nostra scelta, mentre il secondo viene definito dalla legge regime “naturale”, ossia lo status fiscale all’interno del quale si trova ogni contribuente che non richieda o non possa far parte del regime delle Nuove Iniziative Produttive. Per quanto riguarda le NIP, si tratta di un regime che presenta molti vantaggi: l’Iva viene versata una volta sola in sede annuale, l’imposta sostitutiva ammonta al 10% e non si è soggetti a ritenuta d’acconto per legge, liquidando però l’Irpef a tassazione in un unico ed economicamente impegnativo versamento annuale. Possono adottare questo regime tutti coloro i quali non abbiano esercitato attività simili prima, che non abbiano aperto partita Iva nei 3 anni precedenti e che offrano servizi per un limite di ricavi inferiore a 30.987 euro o beni per ricavi inferiori a 60.987 euro. Qualora questo limite venga superato meno del 50%, si fuoriesce dal regime l’anno seguente, mentre se il limite superato è maggiore del 50%, si decade dalle NIP l’anno stesso. Per quanto riguarda invece il Regime dei Contribuenti Minimi, si tratta di una soluzione che comporta l’obbligo di compilare il quadro CM dei redditi (no obbligo di Irap, studi di settore, Iva), prevede il pagamento di un’imposta sostitutiva del 20%, e la deducibilità di tutti i contributi previdenziali pagati nell’anno. Anche qui c’è il limite di ricavi, pari a 30.000 euro e altre condizioni di accesso come l’acquisto di beni strumentali piuttosto che l’assunzione di personale dipendente. Entrambi i regimi prevedono poi l’esclusione alla tenuta delle scritture contabili, bensì comportano solo l’ordinata tenuta e numerazione dei documenti”.
Francesca Fogliato