Sidebar

22
Dom, Ott

Il bacio della strega, di Emma Donoghue

Recensioni libri
Stile testo

Irlandese, classe 1969, Emma Donoghue ha già pubblicato, conquistando diversi riconoscimenti, quattro romanzi, due raccolte di racconti brevi, monografie (“We are Michael Field”), antologie; è stata autrice teatrale e

radiofonica. Sino ad oggi, questa produzione era patrimonio esclusivo degli anglofoni. Le prime traduzioni italiane si devono a Meridiano Zero – questo “Il bacio della strega” – e a Il dito e la luna, che ha recentemente tradotto e proposto ai lettori italiani il primo romanzo dell’autrice, “Stirfry”.

 

“Il bacio della strega”: ovvero tredici favole reinventate e modernizzate, divertissement letterario fondato su un nuovo, discreto protagonismo delle figure femminili; su una nuova coscienza, una diversa e contemporanea credibilità delle loro azioni, e delle loro scelte di vita: con stile e intelligenza, senza nascondere una predilezione per il lesbismo, mai forzato, sempre introdotto con leggerezza e sentimento.

 

I tredici racconti sono annodati da poche righe, interludio tra una e un’altra storia, trama tessuta per suggerire un’altrimenti impossibile coerenza e coesione tra diverse favole. L’impatto di questi paratesti è suggestivo, da autentica story-teller, sulla scia d’una tradizione antica: la lezione di quelle raccolte di novelle che un tempo venivano aaltrchitettate e immaginate per la lettura in pubblico, di fronte a spettatori rapiti e affascinati.

 

Così: “Sull’erba scura domandai: / chi eri tu / prima di acquistarmi per un pugno di ravanelli? / Ed ella disse: vuoi che ti racconti la mia storia? / È la storia di un fratello” (p. 75). E con questo nesso paradossalmente gracile, a una lettura superficiale s’intende, si costruiscono i legami tra una e un’altra trama.

 

Si comincia col Racconto della Scarpa, rilettura di "Cenerentola": la nostra eroina ha paura, è incerta, non sa nemmeno più come vestirsi; dopo la morte della madre, passa le giornate bastando a se stessa, lavorando per casa, tutta sola. “Sente tante voci infestare la sua mente, nessuna è quella della madre. A notte s’accovaccia al focolare, si racconta qualche storia… questo sin quando una sconosciuta incantatrice non le mostra l’albero di sua madre, lei si sente rinata” (p. 10) e vive l’incantesimo. Per tre sere, sino a mezzanotte, va al ballo; la terza volta incontra il principe, vagheggia per un attimo quella bianca e soffice via d’uscita dalla sua condizione, infine preferisce lanciare la scarpa rimasta su un ramo in alto; la lascia lì, oscillante, innamorandosi della strega.

 

S’intuirà che le varianti non sono poche, e si rivelano non poco divertenti (in senso etimologico) e suggestive. La rotta è quella di rimarcare e ribadire la fonte prima (ingiustizia sociale, riscatto, liberazione, rigenerazione) con esito ed epilogo diverso e inatteso, egualmente sospeso nel principio e tuttavia altro dalla fonte.

 

Nel Racconto dell’Uccello, una bambina che si sentiva inutile e “in prestito” (p. 18: “Non appartenevo a nulla, tutto qua. Né alcunché mi apparteneva; la mia era una vita in prestito”), maltrattata dai genitori, si riscatta con uno splendido matrimonio: acquista un nuovo nome, e tuttavia… lui vuole che “nulla le faccia del male, e nulla la tocchi” (p. 23). Così non la lascia uscire di casa. Un giorno, trova una rondinella ferita, l’accudisce, si commuove vedendola guarire, infine la libera; decidendo che quello sarebbe stato il suo futuro, che avrebbe avuto cura di sé sino a una nuova liberazione.

 

In questo frangente il sentiero è quello di rimarcare la condizione della donna come splendido oggetto, come creatura considerata comunque debole: unica possibilità quella di passare da un giogo a un altro, da una gabbia qualunque ad una gabbia dorata. La soluzione stavolta non è lesbica, è semplicemente logica.

 

Apprezzerete così le differenze che passano, ad esempio, tra “La bella e la bestia” e il suo Racconto della Rosa, dove appare il primo d’una serie di interessanti travestimenti (espediente notevole), seguito da Il Racconto della Chioma (alterazioni e innovazioni sullo spartito di “Raperonzolo” dei Grimm); tra la vulgata de “Biancaneve” e il suo Racconto della Mela, con una nuovissima interpretazione del legame tra regina e principessa (e relative origini della vicenda della regina, nel Racconto del Fazzoletto) e la mela avvelenata soltanto dalla verità; tra la “Bella Addormentata” e il Racconto dell’Ago, iniziazione al lavoro, alla fatica e alla sofferenza (chiara l’eco di Siddharta).

 

Superba occasione per tornare sui primi passi delle vostre letture, dai Grimm ad Andersen, e magari per riscoprire il saccheggiatore saccheggiato Giambattista Basile, “Il bacio della strega” è solo apparentemente un gioco erudito, una trasgressione della tradizione e una favola delle favole; sottotraccia, si racconta la coscienza e la lucidità della consapevolezza della donna contemporanea. Ama ancora le favole, ma vorrebbe fossero più fedeli alla nuova realtà e alla nuova società; non sempre un principe risolve la solitudine, né un mascheramento rivela e annuncia un inganno malvagio o una sciagura… talvolta è una costrizione per facilitare l’interazione e l’integrazione in un mondo che preferisce credere che non siano due le belle o due le bestie, ma una la bella e l’altra la bestia. Da leggere insomma, ma – lo consiglio – assieme alla consultazione delle fonti, per apprezzare puntualmente variazioni, invenzioni, nuove direzioni. La strega più credibile della letteratura contemporanea? È quella dell’ultimo racconto. Paradigma nuovo.

Gianfranco Franchi

 


 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Emma Donoghue, Il bacio della strega, Meridiano Zero, Padova 2007. Traduzione di Maria Rosaria Corrado.

Emma Donoghue (Dublino, Eire, 1969), scrittrice, saggista e autrice teatrale e radiofonica irlandese. Vive in Ontario. PhD nel 1997, Cambridge (sul concetto di amicizia tra uomini e donne nella fiction inglese del diciottesimo secolo).

 


In collaborazione con Help!