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Dom, Nov

Arte e mercato, artisti e controfigure

Arte e cultura
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Dove sta andando l’arte contemporanea? Quale relazione esiste fra arte e mercato? Tutto ciò che oggi viene definito “arte”, lo è poi veramente? Le domande potrebbero sembrare banali e al contempo molto complesse, soprattutto se riferite al sentire comune dell’opinione pubblica rispetto a quello dei critici e degli esperti del settore. Lo spazio, l’ambito creativo e l’arte stessa, come insegna la storia dell’uomo, sono sempre soggetti a mutamenti e a revisioni, attraverso il cambiamento di stili, tecniche e materiali che vanno ormai a fondersi e a confondersi l’uno con l’altro. Il risultato finale è quel crogiolo attuale fatto di provocazioni architettoniche, di singolari sculture o istallazioni e di innovative espressioni pittoriche sovrastate dal concetto di contaminazione. Concetto che, accanto al tema di cosa sia oggi davvero “artistico”, si è esteso anche agli spazi espositivi tout court, innescando un acceso dibattito fra gli addetti ai lavori.
Affrontare, ad esempio, il problema dello “sfruttamento dell’arte”, come lo definisce qualcuno, significa ragionare in prima battuta sul significato (e quindi sui pro e contro) dello sradicamento dell’opera d’arte dal suo contesto naturale (museo, galleria, sala espositiva) verso spazi e mercati paralleli, che poco hanno a che fare con la storia e la tradizione: dai bar alle pizzerie, dai ristoranti alle trattorie o alle case di riposo. E ancora negozi di vario genere (abbigliamento, gioiellerie, profumerie), hotel e perfino banche o gruppi assicurativi e finanziari. Quasi che l’opera d’arte sia diventato uno strumento strategico di marketing da utilizzare per rifarsi l’immagine e darsi quel tocco “culturale” oggi tanto di moda.
Una politica aziendale che innanzitutto garantisce visibilità, dando a chi la promuove o sponsorizza la mostra il dovuto spazio sui mass media, che si traduce in pubblicità a costo zero. Insomma, un espediente straordinario per “fare notizia”, far parlare di sé, legittimamente sia chiaro, ma con esplicite finalità di mercato, estetizzando la propria attività e il proprio marchio per costruire un’immagine da mentori o benefattori culturali. Di parere opposto sono molti critici, intellettuali e studiosi dell’arte, che invece vedono con favore questo tipo di operazioni, considerandole un’opportunità di divulgazione e di conoscenza. Un modo, cioè, per sdoganare definitivamente l’arte, per raggiungere un target di pubblico più vasto possibile, che altrimenti non metterebbe mai piede in un museo o in una galleria.
Un ulteriore argomento in discussione è la qualità della produzione odierna da parte di numerosi pittori, scultori o sedicenti artisti. Molto spesso, infatti, le rassegne allestite in queste moderne location, si rivelano mediocri o prive di alcuna valenza artistica, illudendo l’autore della mostra di essere diventato qualcuno.
Nel complesso dibattito sono intervenuti anche alcuni noti critici, come Vittorio Sgarbi, Ludovico Pratesi e Achille Bonito Oliva. “Molti artisti contemporanei sono vecchi, idioti e senza idee, ma sono considerati solo perché hanno un alto valore di mercato”, ha tuonato Vittorio Sgarbi battibeccando con Ludovico Pratesi. “Oggi non si può dire cosa sia bello e cosa sia brutto – ha continuato Sgarbi – perché il valore di un’opera d’arte è condizionato dal mercato che dice sì o no”, tanto che “non si può dare un giudizio obiettivo sull’arte perché non esiste un’opera se non esiste il mercato, che diventa l’unico mezzo perché un’opera esista”. Per Achille Bonito Oliva il connubio fra arte e mercato va affrontato con una chiara premessa: “Se per l’artista americano il mercato è il riconoscimento del proprio lavoro e della qualità insita in esso, la mercificazione dell’arte costituisce invece per l’artista europeo un preciso problema politico”. “La caduta a merce dell’arte – ha aggiunto – diventa la prova ideologica che l’avanguardia è una parola ormai vanificata dall’assimilazione dell’opera nel grande organismo del mercato”.
Arte per vendere, dunque, ma di qualità o arte spacciata per tale e usata per altri scopi e finalità? Arte come mezzo per educare la massa e per estetizzare la vita dell’uomo contemporaneo o strumento per pubblicizzare marchi, aziende e contesti che nulla hanno a che vedere con la creatività e con l’estetica? Comunque la si pensi, l’arte è e resterà mutevole, quasi inafferrabile, tanto da non potersi ridurre a un dogma, a un modello estetico preconcetto e inattaccabile. Canoni estetici, armonia delle forme e facilità di comprensione non possono rappresentare un limite per chi fa arte, ma i dubbi sulla qualità e sull’influenza del mercato, che produce affari e vuole vendere un prodotto, restano irrisolti.
Nel “Breviario di estetica”, il filosofo Benedetto Croce scriveva: «Alla domanda “Che cos’è l’arte?” si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia». Come farla, però, è davvero un altro problema.

foto: Angelina Litvin

Dove sta andando l’arte contemporanea? Quale relazione esiste fra arte e mercato? Tutto ciò che oggi viene definito “arte”, lo è poi veramente? Le domande potrebbero sembrare banali e al contempo molto complesse, soprattutto se riferite al sentire comune dell’opinione pubblica rispetto a quello dei critici e degli esperti del settore. Lo spazio, l’ambito creativo e l’arte stessa, come insegna la storia dell’uomo, sono sempre soggetti a mutamenti e a revisioni, attraverso il cambiamento di stili, tecniche e materiali che vanno ormai a fondersi e a confondersi l’uno con l’altro. Il risultato finale è quel crogiolo attuale fatto di provocazioni architettoniche, di singolari sculture o istallazioni e di innovative espressioni pittoriche sovrastate dal concetto di contaminazione. Concetto che, accanto al tema di cosa sia oggi davvero “artistico”, si è esteso anche agli spazi espositivi tout court, innescando un acceso dibattito fra gli addetti ai lavori.
Affrontare, ad esempio, il problema dello “sfruttamento dell’arte”, come lo definisce qualcuno, significa ragionare in prima battuta sul significato (e quindi sui pro e contro) dello sradicamento dell’opera d’arte dal suo contesto naturale (museo, galleria, sala espositiva) verso spazi e mercati paralleli, che poco hanno a che fare con la storia e la tradizione: dai bar alle pizzerie, dai ristoranti alle trattorie o alle case di riposo. E ancora negozi di vario genere (abbigliamento, gioiellerie, profumerie), hotel e perfino banche o gruppi assicurativi e finanziari. Quasi che l’opera d’arte sia diventato uno strumento strategico di marketing da utilizzare per rifarsi l’immagine e darsi quel tocco “culturale” oggi tanto di moda.
Una politica aziendale che innanzitutto garantisce visibilità, dando a chi la promuove o sponsorizza la mostra il dovuto spazio sui mass media, che si traduce in pubblicità a costo zero. Insomma, un espediente straordinario per “fare notizia”, far parlare di sé, legittimamente sia chiaro, ma con esplicite finalità di mercato, estetizzando la propria attività e il proprio marchio per costruire un’immagine da mentori o benefattori culturali. Di parere opposto sono molti critici, intellettuali e studiosi dell’arte, che invece vedono con favore questo tipo di operazioni, considerandole un’opportunità di divulgazione e di conoscenza. Un modo, cioè, per sdoganare definitivamente l’arte, per raggiungere un target di pubblico più vasto possibile, che altrimenti non metterebbe mai piede in un museo o in una galleria.
Un ulteriore argomento in discussione è la qualità della produzione odierna da parte di numerosi pittori, scultori o sedicenti artisti. Molto spesso, infatti, le rassegne allestite in queste moderne location, si rivelano mediocri o prive di alcuna valenza artistica, illudendo l’autore della mostra di essere diventato qualcuno.
Nel complesso dibattito sono intervenuti anche alcuni noti critici, come Vittorio Sgarbi, Ludovico Pratesi e Achille Bonito Oliva. “Molti artisti contemporanei sono vecchi, idioti e senza idee, ma sono considerati solo perché hanno un alto valore di mercato”, ha tuonato Vittorio Sgarbi battibeccando con Ludovico Pratesi. “Oggi non si può dire cosa sia bello e cosa sia brutto – ha continuato Sgarbi – perché il valore di un’opera d’arte è condizionato dal mercato che dice sì o no”, tanto che “non si può dare un giudizio obiettivo sull’arte perché non esiste un’opera se non esiste il mercato, che diventa l’unico mezzo perché un’opera esista”. Per Achille Bonito Oliva il connubio fra arte e mercato va affrontato con una chiara premessa: “Se per l’artista americano il mercato è il riconoscimento del proprio lavoro e della qualità insita in esso, la mercificazione dell’arte costituisce invece per l’artista europeo un preciso problema politico”. “La caduta a merce dell’arte – ha aggiunto – diventa la prova ideologica che l’avanguardia è una parola ormai vanificata dall’assimilazione dell’opera nel grande organismo del mercato”.
Arte per vendere, dunque, ma di qualità o arte spacciata per tale e usata per altri scopi e finalità? Arte come mezzo per educare la massa e per estetizzare la vita dell’uomo contemporaneo o strumento per pubblicizzare marchi, aziende e contesti che nulla hanno a che vedere con la creatività e con l’estetica? Comunque la si pensi, l’arte è e resterà mutevole, quasi inafferrabile, tanto da non potersi ridurre a un dogma, a un modello estetico preconcetto e inattaccabile. Canoni estetici, armonia delle forme e facilità di comprensione non possono rappresentare un limite per chi fa arte, ma i dubbi sulla qualità e sull’influenza del mercato, che produce affari e vuole vendere un prodotto, restano irrisolti.
Nel “Breviario di estetica”, il filosofo Benedetto Croce scriveva: «Alla domanda “Che cos’è l’arte?” si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia». Come farla, però, è davvero un altro problema.

foto: Angelina Litvin