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Sab, Apr

Allarme zecche: è possibile difendersi?

Medicina
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La stagione delle escursioni e delle passeggiate negli ambienti boschivi “a rischio zecche” è già partita e si ripropone l’utilità di aggiornarsi sulle regole alle quali attenersi per prevenirne il

morso di questi parassiti o per farvi fronte nel miglior modo possibile. I casi segnalati anno dopo anno mostrano notevoli variazioni numeriche, attribuibili solo in parte a fattori climatico-ambientali. È verosimile che i casi effettivi siano ben più numerosi di quelli notificati.

 

“L’alto numero di casi segnalati negli ultimi anni – sottolinea il professor Giusto Trevisan, direttore della Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi di Trieste – è in parte spiegato dall’attivazione di un sistema di sorveglianza speciale che permette, oltre al recupero dei dati sanitari relativi a molti casi di infezione non notificati negli anni precedenti al 1993, anche un numero crescente di diagnosi cliniche certe e terapie efficaci nella stragrande maggioranza dei casi che ci vengono sottoposti”. altIl Centro Regionale di riferimento della Malattia di Lyme, con sede presso la Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi di Trieste (delibera della Giunta regionale n° 1956 del 22 aprile 1993), svolge un’attività clinico-scientifica d’eccellenza integrando l’intensa indagine clinica (alla quale partecipano la dott.ssa Valentina Perkan, la dott.ssa Maria Teresa Scaini, la dott.ssa Marina Drabeni e la dott.ssa Sara Izzi) con le più aggiornate tecniche di biologia molecolare (dott.ssa Serena Bonin e dott. Ermanno Nardon).

 

Le zecche sono parassiti ematofagi di molte specie animali, mentre l’uomo è un’ospite occasionale. In Italia e nel Friuli Venezia Giulia è diffusa la zecca Ixodes ricinus che può causare la borreliosi di Lyme: qual è l’habitat che preferisce?

“L’Ixodes ricinus – risponde Trevisan – è il principale vettore della borreliosi di Lyme in Europa. La diffusione dell’infezione riflette la distribuzione geografica del vettore. Le aree pedemontane, ricche di sottobosco, dove le condizioni climatiche, geografiche e faunistiche favoriscono la proliferazione delle zecche dure, rappresentano l’ecosistema ideale anche per la diffusione della malattia di Lyme. In tali aree geografiche la malattia è endemica. In genere la zecca preferisce i luoghi umidi ed ombreggiati, annidandosi tra i fili d’erba, nelle fessure delle cortecce ed alla base dei cespugli. L’attività delle zecche è condizionata dalle fasi della metamorfosi evolutiva. Una zecca può vivere oltre i 6 anni durante i quali passa attraverso tre mute: le larve sono più attive a fine estate, le ninfe tra la primavera e l’estate e le zecche adulte in autunno ed inverno. L’umidità ed il clima mite possono influenzare la ricerca dell’ospite ed estendere l’attività delle zecche a tutto l’anno. Infatti l’umidità relativa agisce come principale condizionatore dell’equilibrio idrico della zecca”.

 

Quali agenti patogeni trasmette questa specie di zecca?

“La zecca vettrice della borreliosi di Lyme in Italia ed Europa è l’Ixodes ricinus. Le aree endemiche si trovano lungo la catena alpina, in particolare nel Friuli Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Liguria ed alcune zone del Veneto e lungo la catena appenninica, nella zona Nord-ovest della Toscana e nell’Emilia Romagna. Il numero crescente di segnalazioni sporadiche suggerisce che la malattia è presente anche in regioni non endemiche, come in Piemonte, Lombardia, Marche, Umbria, nelle regioni meridionali ed insulari. La zecca Ixodes ricinus può trasmettere varie infezioni virali, batteriche e protozoarie. Fra i molti microrganismi patogeni che questa specie di zecca può trasmettere, un cenno particolare meritano: Babesia divergens isolata nel bellunese, Borrelia burgdorferi agente della malattia di Lyme, Anaplasma phagocytophilum, Rickettsia helvetica e l’agente della TBE (Tick Borne Encephalitis), causata da un arborvirus appartenente al genere Flavivirus, molto simile ai virus responsabili della febbre gialla e della dengue. Nella nostra regione la più nota patologia oltre alla borreliosi di Lyme è la TBE”.

 

Da quali fattori dipende l’evidenza patogena?

“Dipende dalla percentuale di zecche infette, che nelle aree endemiche può variare dal 20% al 40%, ma il rischio di infezioni è in realtà molto più basso, dell’1-2%, in quanto la Borrelia spesso non riesce ad adattarsi all’ambiente umano e muore senza riuscire a causare l’infezione. Quando inizia il paaltsto ematico della zecca sull’uomo, infatti, la Borrelia deve adattarsi rapidamente dalla temperatura di 23-24 °C dell’intestino della zecca alla temperatura di 35 °C del sangue dell’uomo. Per tale motivo la Borrelia non fa in tempo ad adattarsi alle nuove condizioni dell’habitat umano”.

 

Quando si viene morsi dalla zecca cosa si deve fare e cosa non si deve fare?

“La rapida asportazione della zecca rappresenta un’efficace misura di prevenzione poiché il rischio di infezione aumenta con il trascorrere del tempo ed è minore se la zecca viene rimossa entro le 24 ore. Per la rimozione sono disponibili vari prodotti ma è sufficiente una comune pinzetta. La zecca viene afferrata quanto più possibile vicino alla pelle dal rostro, senza schiacciare il corpo, e viene staccata con una rotazione e una lieve trazione senza strappare; la zona del morso va disinfettata. La parte dell’apparato boccale (ipostoma) che è eventualmente rimasta infissa nella pelle va trattata come un corpo estraneo. Bisogna invece evitare di usare il calore (oggetti arroventati, fiammiferi ecc.) o sostanze tipo petrolio, benzina o vaselina per rimuovere la zecca perché possono “irritarla”, favorendo il rigurgito del pasto ematico e aumentando il rischio di infezione. Nei 5-30 giorni successivi alla puntura è importante controllare l’area colpita per la possibile comparsa di una chiazza rossastra che si sviluppa attorno alla zona della puntura e tende ad allargarsi (segno di infezione precoce della malattia di Lyme); in tal caso il soggetto deve rivolgersi al proprio medico. Inoltre bisogna prestare attenzione alla comparsa di affaticamento, febbre, malessere, cefalea, ingrossamento di linfonodi nelle sedi linfoghiandolari vicino alla zona della puntura e dolori articolari, che a volte possono essere indicativi di borreliosi di Lyme. Non è indicato prendere antibiotici senza che ci siano elementi clinici che possano far sospettare l’avvenuta infezione”.

 

Come si palesa la malattia di Lyme?

“Le manifestazioni cliniche possono essere classificate in 3 stadi: un’infezione precoce localizzata (I stadio), un’infezione precoce disseminata (II stadio), una forma tardiva e persistente (III stadio). La lesione cutanea precoce è l’eritema cronico migrante che compare da 5 a 30 giorni dopo il morso della zecca e corrisponde alla lesione primaria da inoculazione. Dopo 3-4 settimane si assiste alla diffusione dell’infezione per via ematica. Questa fase può prolungarsi per 5 o 6 mesi. Può essere caratterizzata da manifestazioni cutanee, quali il linfocitoma borreliosico e lesioni anulari secondarie, che non sono centrate dal morso della zecca, e da manifestazioni extracutanee quali mioartralgie e tendiniti, linfoadenopatie, febbre, malessere e spossatezza. Più raramente si possono osservare manifestazioni neurologiche di vario tipo e cardiache. In particolare sono caratteristiche le manifestazioni articolari con attacchi di una o poche articolazioni della durata di alcuni giorni. La prima articolazione colpita è spesso quella in prossimità dell’eritema migrante; gli episodi si ripetono ogni 1-3 settimane, interessando un’articolazione diversa (mono o oligoarticolare), quali polsi, gomiti, spalle, anche, ginocchia, caviglie, l’articolazione sternoclavicolare e temporomandibolare. Complessivamente il quadro delle mioartralgie da Lyme è abbastanza caratteristico. I segni tardivi compaiono almeno 7 mesi, ma anche diversi anni, dopo l’infezione con manifestazioni cutanee ed extracutanee che assumono un carattere di cronicità: acrodermatite cronica atrofizzante, artrite e manifestazioni neurologiche di vario tipo”.

 

Secondo quali criteri viene fatta la diagnosi?

“La diagnosi è basata essenzialmente su segni clinici, dati anamnestici ed epidemiologici. L’anamnesi positiva per puntura di zecca, la residenza o soggiorno in area endemica, l’eritema migrante presente o pregresso ed altre manifestazioni cliniche correlabili a borreliosi di Lyme, oltre alla sierologia positiva, l’isolamento della Borrelia dal tessuto affetto e la risposta alla terapia antibiotica specifica (criterio ex-adiuvantibus) rappresentano dei criteri per la diagnosi della borreliosi di Lyme. L’elemento patognomonico è l’eritema cronico migrante che si manifesta nel 60% dei casi di borreliosi di Lyme. Nella sua forma più tipica è una lesione eritematosa, che si espande lentamente nell’arco di giorni o settimane in modo anulare fino a formare un’area tondeggiante di anche 20-50 cm di diametro che tende a risolvere al centro lasciando un margine periferico e con diffusialtone centrifuga. Ne esistono diverse varietà cliniche come la forma purpurica o erisipeloide ed altre. Spesso rappresenta l’unica manifestazione clinica, ma possono coesistere altri sintomi sistemici ed extracutanei”.

 

Che significato ha l’indagine sierologica?

“Gli accertamenti sierologici basati sulla ricerca degli anticorpi anti-Borrelia nel siero, nel liquido cefalorachidiano e nel liquido sinoviale vengono effettuati con metodica ELISA (ne esistono di numerosi tipi, alcuni più recenti sono prodotti con tecniche ricombinanti), chemiluminescenza e Western Blot. Il test immunoenzimatico ELISA (IgG, IgM) è un test di screening ad ampia sensibilità; i sieri risultati positivi vengono successivamente confermati con test Western Blot. Quest’ultima reazione rivela le positività verso i singoli antigeni di Borrelia burgdorferi ed è la più specifica (98%). La sua esecuzione è peraltro costosa e rimane appannaggio di laboratori specializzati. Se nel Western Blot è presente la VlsE (Variable major protein-like sequence Expressed), questa va dosata ed indica l’avvenuta infezione, che può essere attiva o pregressa ed è utile per seguire l’evoluzione della malattia nel tempo. è importante sottolineare che la sierologia nell’eritema migrante è positiva nella metà dei casi, in quanto la risposta immunitaria nei confronti della spirocheta può non essersi ancora sviluppata. La presenza di anticorpi IgM viene evidenziata tra la 3a e 6 a settimana di infezione, seguita dalla comparsa di IgG. La sierologia è utile se corroborata dal quadro clinico compatibile con la malattia di Lyme. Nei casi dubbi si può effettuare la ricerca diretta del batterio nel sangue, nel liquor cerebri e sinoviale e nel tessuto cutaneo affetto con tecniche di amplificazione genica o con l’esame colturale in terreno di Barbour-Stoener-Kelly (BSK). La decisione di iniziare il trattamento antibiotico deve essere presa sulla base del quadro clinico, dei dati anamnestici ed epidemiologici e dei test sierologici. Se c’è l’eritema migrante la diagnosi è clinicamente certa e va instaurata la terapia antibiotica specifica, indipendentemente dall’effettuazione o dall’esito dell’esame sierologico, che nella metà dei casi può essere ancora negativo”.

 

Quali organi sono interessati dalla borreliosi di Lyme?

“Gli organi interessati sono cute, articolazioni, sistema nervoso e più raramente cuore ed occhi, ma anche linfonodi, milza ed altri”.

 

Quale terapia si rivela efficace ai primi sintomi?

“Il trattamento della malattia di Lyme si avvale di antibiotici in grado di raggiungere e legarsi in maniera stabile alle strutture vitali della Borrelia burgdorferi, in tutti i tessuti e liquidi biologici dell’organismo. Nelle fasi precoci della malattia sono farmaci di prima scelta l’amoxicillina e la doxiciclina su prescrizione del medico, che terrà conto delle eventuali controindicazioni dei suddetti farmaci. Si ritengono efficaci cicli di 21 giorni di terapia orale, che nella forma iniziale della malattia porta alla guarigione nel 98% dei pazienti trattati. Altre terapie antibiotiche hanno dimostrato che la guarigione avviene in una percentuale molto più bassa e pertanto vanno utilizzate in casi particolari. In caso di coinvolgimento sistemico e nelle fasi tardive della malattia di Lyme, si ricorre ad una terapia per via endovenosa con una cefalosporina di 3a generazione (ceftriaxone, cefotaxime) o penicillina G per 14-28 giorni. La terapia antibiotica a scopo di profilassi dopo il morso di zecca non è indicata, per il basso rischio di infezione (1-2%). Non esiste una profilassi indiretta per la borreliosi di Lyme. L’unico vaccino, ottenuto con tecniche di ingegneria genetica (OspA), per un po’ di tempo presente negli USA, è stato ritirato il 25 febbraio 2002. Tale vaccino non era comunque trasferibile in Europa dove sono presenti un maggior numero di specie di Borrelia”.

 

In Italia però esiste un vaccino…

“Sì, ma per un’altra malattia trasmessa da zecche: la TBE (meningoencefalite virale da zecche), presente in alcuni Paesi europei ma poco in Italia e in alcune determinate aree del Friuli. Attenzione quindi a non confondere questo vaccino per la TBE con quello per la borreliosi di Lyme che, come detto, non è attualmente disponibile. Va inoltre ricordato che la borreliosi di Lyme dà luogo allo sviluppo di un’immunità specifica ma non del tutto protettiva e perciò un paziente, precedentemente trattato e guarito, si potrà riammalare se punto nuovamente da una zecca infetta, anche se si tratta di un’eventualità abbastanza rara ed in parte correlata alla presenza di diverse specie di Borrelia”.

 

Oltre alla malattia di Lyme anche la TBE è sotto sorveglianza: sebbene con incidenza inferiore, quale rilevanza presenta per la nostra zona geografica?

“La meningoencefalite da zecche, o meningoencefalite primaverile-estiva, è una malattia virale acuta del sistema nervoso centrale che è stata identificata per la prima volta in Italia nel 1994 in provincia di Belluno. Dal punto di vista epidemiologico, oggi la TBE è presente in focolai in molti Paesi dell’Europa centro-orientale e settentrionale, Italia compresa. In Italia il Veneto, la Toscana ed il Friuli Venezia Giulia sono le regioni più colpite. Il serbatoio naturale del virus è rappresentato da piccoli roditori e mammiferi. La trasmissione avviene attraverso la puntura della zecca del genere Ixodes ricinus, la stessa della malattia di Lyme. Il numero maggiore dei casi di malattia si verifica in tarda primavera, estate ed inizio autunno. La sintomatologia varia da forme febbrili lievi o inapparenti (60-70%), a forme febbrili simil-influenzali ad andamento bifasico con febbre, mialgie, nausea, vomito, che possono evolvere in gravi forme nervose (meningoencefaliti). La terapia della malattia è solo sintomatica e nei casi di interessamento del sistema nervoso è necessario il ricovero ospedaliero; da qui l’importanza della vaccinazione quando ci si reca in zone dove sono stati segnalati dei casi. Per quanto riguarda infine il vaccino specifico disponibile anche in Italia – conclude Trevisan – il ciclo vaccinale di base prevede la somministrazione per via intramuscolare di tre dosi (ai tempi: 0, 1-3 mesi, 9-12 mesi), con richiami a cadenza triennale”.

Ignazia Zanzi

 


 

 

IDENTIKIT DEL “PICCOLO MOSTRO”

 

• Le zecche sono artropodi appartenenti all’ordine degli Iodidi: non sono dunque insetti, come viene spesso riportato, né tanto meno ragni, sebbene siano ad essi lontanamente imparentati. Differiscono dalla maggior parte degli altri artropodi perché presentano un corpo non diviso, e come gli aracnidi possiedono 4 paia di zampe. I sessi sono notevolmente diversi in quanto lo scudo dorsale ricopre interamente il dorso dei maschi mentre è presente solo sulla parte anteriore di quello delle femmine, delle ninfe e delle larve.

 

• Tutte le zecche sono ematofaghe, si nutrono cioè del sangue di anfibi, rettili, uccelli o mammiferi. Il loro corpo è ricoperto di una cuticola coriacea capace di una grande distensione dimodoché, dopo essersi nutrite, esse possono raggiungere una grandezza enorme in rapporto ad una zecca digiuna. Il pasto può durare anche alcuni giorni, al termine dei quali la zecca si lascia cadere al suolo.

 

• Le zecche presentano quattro stadi di sviluppo: l’uovo, la larva, la ninfa e l’adulto. Ciascuno stadio si nutre una sola volta, poi si lascia cadere al suolo, ove compie la muta e passa allo stadio successivo. La zecca si nutre quindi solo tre volte.

 

 
In collaborazione con Help!