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Gio, Dic

Giovani e cambiamenti: accettare le diversità per convivere insieme

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Oltre il 45% dei giovani italiani è xenofobo o razzista. Lo dimostra la ricerca “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, promossa dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni, nell’ambito delle iniziative del neo Osservatorio della Camera dei deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo, presentata a Montecitorio.

Oltre il 45% dei giovani italiani è xenofobo o razzista. Lo dimostra la ricerca “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, promossa dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni, nell’ambito delle iniziative del neo Osservatorio della Camera dei deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo, presentata a Montecitorio.

Il sondaggio è stato condotto su un campione di 2.085 giovani tra i 18 e i 29 anni. Sono dati sicuramente preoccupanti, se si considera che ci si aspetterebbe una diversa attitudine da parte di una persona giovane. Invece, la chiusura mentale domina e l’incapacità a tollerare il prossimo sembra essere ancora troppo presente.
L’Osservatorio sul razzismo ha anche cercato di individuare i motivi alla base di atteggiamenti xenofobi nei più giovani. Il numero di extracomunitari che si dedicano ad attività criminose e l’esistenza di pregiudizi su alcune etnie o popoli sono tra i fattori principali che generano forme di discriminazione. Per i giovani sono determinanti anche l’ignoranza della gente, veicolata dalla paura e dal rifiuto per ciò che non conosce, e l’aumento troppo veloce del numero di extracomunitari nel nostro Paese. Tra i fattori che, invece, i giovani considerano a basso impatto ci sono la pretesa degli immigrati di professare la propria religione, di avere i propri luoghi di culto e la paura di perdere l’identità culturale e le tradizioni.
È stato chiesto, inoltre, di esprimere un parere su quale possa essere il miglior comportamento in “determinate situazioni”. Ad esempio, dovendo scegliere con chi andare a cena le persone disagiate economicamente sono state accettate, giudicati tollerabili ebrei, omosessuali e stranieri, e mostrato freddezza verso i musulmani; mangiare con tossicodipendenti o romanì invece è impossibile. E ancora: avere un figlio omosessuale è considerato un male, mentre è inaccettabile avere relazioni con tossicodipendenti o romanì. Dallo studio risulta infine che i più tolleranti sono gli anziani, forse perché l’esperienza insegna qualcosa.
Viviamo quindi in una società che non sembra aver ancora acquisito i canoni dello stare assieme in una forma di convivenza solidale e democratica, in cui gli altri sono apprezzati per ciò che hanno da dare. Il razzismo tra i giovani è presente e disturba notevolmente l’agire quotidiano. Essi sono poco propensi ad accettare l’altro qualora il suo modo di vivere si discosti dalla “normalità” perché diverso da ciò che rientra nei canoni comunemente accettati.
“L’attitudine giovanile – afferma la dottoressa Maria Grazia Apollonio, psicologa, psicoterapeuta, operatrice del centro antiviolenza GOAP e fondatrice dell’associazione culturale Accse (Associazione per lo sviluppo e il benessere psicofisico) – dipende tantissimo dai modelli comportamentali trasmessi dai genitori e dal fatto che i giovani d’oggi sono molto insicuri. Vivere in una società che in qualche modo concede loro tutto ciò che vogliono, li mette poco a confronto con la frustrazione e con la capacità di tollerarla”. “Nasce così l’insicurezza – continua – che per compensazione genera la violenza contro quelle categorie ritenute più deboli o comunque non in grado di contrastare il più forte: disabili, omosessuali, extracomunitari. Chiunque sia ritenuto non sullo stesso piano e su cui si ritiene di poter sfogare la propria rabbia, è preso di mira”.
Un discorso a parte merita anche il mondo virtuale che in qualche modo rende la violenza meno reale. “È come – spiega la psicologa – se il sopruso fosse ammesso e possibile perché non reale. Il problema nasce nel momento in cui si esce dalla virtualità per accedere al mondo reale. Inoltre, l’assenza di valori, che a differenza del passato sono esigui e quasi mancanti nelle nuove generazioni, non dà loro qualcosa su cui investire”.
La violenza insomma impera nella nostra società e purtroppo i giovani, la società di domani, ne sono colpiti maggiormente. Fa pensare che le più interessate siano proprio le persone giovani, quelle che invece di essere incuriosite dal diverso, ne sono impaurite al punto di accanirsi contro esso e volerlo eliminare, senza capire la vera essenza delle cose. “Il mondo è bello perché è vario”, è ormai un’espressione poco veritiera e attuale nella nostra società: i “diversi” sembrano non avere valori da trasmettere e vanno tolti di mezzo perché considerati pericolosi.
Bianchi, neri, cinesi, omosessuali, diversamente abili sono le categorie prese più di mira per chi vuole sfogare la propria frustrazione, il proprio male di vivere. I giornali sono pieni di avvenimenti di cronaca che li vedono coinvolti: la persona disabile picchiata o lanciata giù dalla scala mobile da un giovane ventenne per futili motivi, il venditore ambulante di colore picchiato selvaggiamente, l’omosessuale maltrattato, il ragazzino figlio di extracomunitari preso di mira a scuola dai suoi compagni.
Che dire? Viene da pensare che il mondo debba essere composto solo da persone che passano inosservate e non fanno nulla per essere notate. “La guida dei giovani – nota la dottoressa Apollonio – dovrebbe essere la famiglia e invece molte volte questa manca. Anzi, spesso sono i genitori stessi ad essere estremamente poco tolleranti con ciò che si discosta da un metro di misura impostato da loro stessi, a cui fanno riferimento e che si tinge di forme estremiste poco consone ad un sistema tollerante e democratico. I ragazzi, così, crescono con una concezione della vita tutta bianca o tutta nera, senza la minima previsione che qualcosa di grigio si può inframmezzare in questo sistema così impostato che hanno deciso di seguire”.
L’eccessiva libertà che tante volte le famiglie concedono ai figli, rischiano di generare adulti non in grado di porre un freno quando è il caso, lasciandosi andare a comportamenti tutt’altro che leciti che potrebbero influenzare gravemente anche la loro stessa vita futura. “Ovviamente – sottolinea in conclusione la psicologa – l’educazione ricevuta in famiglia non è l’unica colpevole sul banco degli imputati perché gli input avversi possono arrivare anche dall’ambiente esterno. Gli stimoli negativi dell’ambiente che lo circonda vengono assorbiti con più facilità dal giovane con una personalità debole, più vulnerabile e predisposto a mettere in essere atti riprovevoli. Le famiglie quindi non vanno lasciate sole”.
Paolo Baldassi56