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Patologie allergiche: a tutt'oggi, non si possono prevenire

 |  Redazione Sconfini

L’avvento della stagione primaverile coincide normalmente con l’inizio della patologia allergica da pollini, caratterizzata da rinite con abbondante secrezione di muco limpido (rinorrea acquosa), salve di starnuti, irritazione nasale con gradi variabili di ostruzione respiratoria.

“Vi sono numerose ipotesi – afferma la dottoressa Francesca Larese, specialista dell’ambulatorio dell’Allergologico Ospedale di Cattinara a Trieste – che cercano di spiegare questo fenomeno. Da un lato dobbiamo considerare l’esposizione all’allergene, dall’altro la suscettibilità o predisposizione del soggetto”.
In età pediatrica l’allergia al polline è molto meno frequente rispetto ad altre, quali ad esempio quella verso gli acari. La frequenza della sensibilizzazione al polline varia, a seconda delle statistiche, dal 10% al 20% ed è comunque in aumento rispetto al passato: le patologie allergiche sarebbero addirittura raddoppiate nel corso degli ultimi 10 anni. “Si ritiene – spiega l’allergologa – che i bambini inizialmente sviluppino allergia alimentare, quindi dai 6 anni in poi manifestino allergie verso acari della polvere, muffe e derivati epidermici di cane e gatto. L’allergia a pollini compare di solito più tardivamente, intorno ai 12-13 anni, e tende ad aumentare nell’età giovanile. Inizialmente la sensibilizzazione è verso un solo polline, nel tempo i soggetti sviluppano più sensibilizzazioni”. Numerosi studi hanno dimostrato una netta tendenza al fenomeno della sensibilizzazione a più allergeni in stretta correlazione con l’età del soggetto: dopo una certa età, infatti, è più raro trovare soggetti sensibili ad un solo allergene.
Il termine di “marcia allergica” è utilizzato con lo scopo di riferirsi sinteticamente alla storia naturale dell’atopia (positività ad almeno un prick test) e in particolare al coinvolgimento progressivo dei diversi organi bersaglio con il trascorrere degli anni, a partire dall’infanzia. “La marcia dell’allergia – chiarisce la dottoressa Larese – prevede un’evoluzione dei sintomi dalla dermatite atopica del bambino piccolo ai disturbi di tipo respiratorio nel bambino più grande. Negli ultimi anni, però, sono sempre più frequenti gli adulti che manifestano sintomi allergici da “grandi” senza aver mai avuto sintomi nell’infanzia: gli adulti cominciano con oculorinite stagionale da pollini e spesso hanno sintomi alimentari mangiando frutta con determinanti antigenici comuni ai pollini (mele, pesche, ciliege, mandorle). Negli anni il disturbo respiratorio può diventare perenne, associato agli acari della polvere o ai derivati epidermici di cane e gatto. Un terzo di questi soggetti può evolvere verso l’asma”.
In termini di strategie per la prevenzione primaria, l’approccio maggiormente studiato si basa sulla ritardata introduzione di proteine eterologhe con l’alimentazione, che si attua mediante allattamento materno o utilizzazione di formule con idrolizzazione estensiva (note internazionalmente con la sigla eHF), e in parte sulla ridotta esposizione agli allergeni indoor quali acari della polvere ed epiteli animali. “In realtà – rileva l’esperta – nel 2010 le associazioni pediatriche stanno rivedendo questo concetto e alcuni studi dimostrano che l’introduzione tardiva nella dieta del bambino di alimenti allergenici potrebbe aver causato l’aumento di allergie alimentari negli ultimi anni. Le nuove linee guida, quindi, sosterranno che è opportuno l’allattamento al seno e che lo svezzamento va fatto con tutti gli alimenti senza attendere”.
Non deve essere trascurato il ruolo favorente degli inquinanti, la cui presenza sia indoor (fumo di sigaretta delle madri) sia outdoor (polluzione da particolati aerodispersi) si associa a comparsa di allergia e asma. “Per quanto riguarda la ridotta esposizione ad allergeni indoor – sottolinea la dottoressa Larese – non è ben chiaro il meccanismo: alcuni studi rilevano che l’esposizione ad allergeni in età precoce potrebbe avere un effetto protettivo… Quello che sappiamo è che nelle aree rurali la prevalenza dell’allergia è molto minore: in queste zone abbiamo in genere maggiore esposizione ad allergeni ed i bambini vivono di più all’aria aperta (e stanno meglio). L’inquinamento ambientale può alterare i meccanismi di difesa delle prime vie aeree, facilitare l’entrata di allergeni, e causare un aumento dei sintomi respiratori in soggetti già asmatici. Sembra tuttavia che il ruolo principale nell’aumento dell’allergia lo abbia il sistema immunitario che nei Paesi ricchi è poco stimolato (non ci sono più malattie infettive specie a livello intestinale) e reagisce verso agenti che di per sé non dovrebbero dare problemi”.
Ma esistono evidenze definitive sulle modalità di prevenzione delle allergie? “La discussione – risponde l’allergologa – è molto ampia in ambito scientifico su questa problematica. Ad oggi non sappiamo come prevenire l’insorgenza della patologia allergica. Sicuramente sappiamo che la vita all’aria aperta e in ambiente non inquinato, fa bene. La buona ventilazione ed il sole determinano una riduzione degli acari presenti nell’ambiente di vita”.
È dimostrato il ruolo importante nella prevenzione secondaria dell’immunoterapia specifica. Infatti, nello studio denominato PAT (Preventive Allergy Treatment) i bambini con rinite allergica sottoposti a immunoterapia specifica hanno sviluppato asma con frequenza significativamente minore rispetto ai bambini non trattati. “L’immunoterapia – precisa la dottoressa Larese – è indicata quando i sintomi sono intensi e tendono a diventare più importanti coinvolgendo le basse vie aeree (asma). Va tenuto conto però che l’immunoterapia non funziona sempre e che va fatta per un periodo di 3-5 anni”. “È più efficace – conclude – per le allergie polliniche quando il paziente è monosensibilizzato, ma può essere utile anche per gli acari della polvere”.

foto: Paul Morris


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