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Punture di zecca: un'arma efficace è l'attenzione

 |  Redazione Sconfini

 

Le punture di zecca non causano sempre il morbo di Lyme: dipende dalla percentuale di zecche infette presenti nell’area geografica e da molti

altri fattori quali il sistema immunitario del paziente, l’età del soggetto, il tempo di rimozione della zecca. Il Friuli Venezia Giulia è una zona endemica, e pertanto è opportuno comportarsi sempre con enorme cautela.

 

I piccoli fastidiosi insetti volatili che fino a pochi anni fa erano un’insidia prevalentemente estiva ed autunnale ora, con gli sconvolgimenti climatici in corso, sono più difficili da evitare anche “fuori stagione”. Insetti sempre più numerosi, quindi, e allerta costante per quelli che oltre alla puntura o morso possono anche procurare veri e propri quadri patologici. E poi le zecche, acari che appartengono alla classe Arachnida, come ragni e scorpioni: si nutrono di sangue e si trovano nei luoghi umidi e ombreggiati ai margini dei boschi con vegetazione medio bassa ed erba incolta; in generale sono molto resistenti anche in condizioni ambientali avverse e a temperature estreme.

 

Una delle patologie più serie causata in alcuni casi dal morso della zecca è il morbo di Lyme. “La malattia di Lyme – spiega il dottor Fulvio Zorzut della U.F. Profilassi Malattie Infettive e Vaccinazioni del Dipartimento di Prevenzione di Trieste – è causata da un batterio: la Borrelia burgdorferi, una spirocheta che infetta alcuni tipi di zecche, come l’Ixodes Ricinus (zecca della pecora) o l’Ixodes Persulcatus, normalmente presenti nel Carso. La Borrelia viene ingerita dalla zecca durante il pasto di sangue su di un ospite infetto (piccoli roditori) e rimane localizzata nel tratto digerente. Viene quindi trasmessa all’ospite successivo durante un altro pasto, di solito dopo 24-48 ore, attraverso un rigurgito dal tratto digestivo oppure direttamente con la saliva infetta. L’incubazione è di 3-31 giorni, più frequentemente 7-14. I sintomi più comuni che accompagnano l’esordio della malattia sono caratterizzati dalla comparsa di un eritema rossastro che si espande nel tempo fino a raggiungere un diametro di 5 cm o più, associata a volte a cefalea, febbre, dolori articolari. I sintomi possono essere intermittenti e variabili per un periodo di alcune settimane”.

 

Le zecche possono pungere durante tutto l’anno, ma sono decisamente più attive nel periodo compreso tra la primavera e l’autunno; quindi, le norme precauzionali sono quanto mai attuali. “È opportuno – consiglia Zorzut – indossare abiti di colore chiaro in modo da identificare meglio le zecche, usando un abbigliamento con maniche e pantaloni lunghi; le calzature dovrebbero essere alte e chiuse alle caviglie; è meglio camminare al centro dei sentieri, evitando il contatto con la vegetazione; al ritorno da un’escursione bisogna procedere a un’altaccurata ispezione di tutto il corpo, con l’aiuto di un’altra persona per le zone difficilmente esplorabili, senza trascurare il cuoio capelluto. È possibile utilizzare repellenti chimici a base di permetrina anche se la loro efficacia nei confronti delle zecche è limitata. Bisogna effettuare il trattamento antizecche agli animali domestici”.

 

Cosa fare se si è punti? “È consigliabile rimuovere la zecca il prima possibile – risponde Zorzut – per evitare che effettui il pasto di sangue e quindi inietti la saliva potenzialmente infetta. Per staccarla bisogna usare una pinzetta posta il più aderente possibile alla cute. Afferrata saldamente la zecca, basta tirare verso l’alto con delicatezza senza schiacciarla. Disinfettare la cute e la pinza con un antisettico”. “Nei 30 giorni successivi alla puntura – aggiunge – bisogna controllare l’area cutanea colpita, per la possibile comparsa di una chiazza rossastra che si sviluppa attorno alla zona del morso. Prestare, inoltre, attenzione alla comparsa di affaticamento, febbre, malessere, mal di testa, ingrossamento delle ghiandole e dolori articolari. Non è raccomandata l’assunzione di antibiotici che potrebbero mascherare i sintomi confondendo la diagnosi”.

 

Bisogna fare un prelievo di sangue? “Si consiglia solo alle persone che presentano segni di infezione – sottolinea lo specialista – e il test sierologico diventa positivo solo dopo 2-6 settimane dalla puntura della zecca infetta. L’esecuzione del test è consigliato solo a chi si reca spesso in zone endemiche e l’esame della zecca non ha alcun valore predittivo”. “Non è consigliata la profilassi antibiotica di routine – chiarisce ancora Zorzut – poiché il rischio di infezione è basso, anche in zone ad alta endemia. Inoltre, gli studi su animali indicano che la trasmissione del microrganismo, dalla zecca infetta, richiede che questa rimanga attaccata per un periodo prolungato, superiore alle 36 ore”.

 

La seconda grave patologia causata dalle zecche è la meningoencefalite da zecche o TBE (Tick Borne Encephalitis). La TBE o meningoencefalite primaverile-estiva è una malattia virale acuta del sistema nervoso centrale causata da un arborvirus, appartenente al genere Flavivirus, molto simile ai virus responsabili della febbre gialla e del dengue. L’encefalite da morso di zecca è stata identificata per la prima volta in Italia nel 1994 in provincia di Belluno e dal punto di vista epidemiologico attualmente la TBE è presente in focolai endemici in molti paesi dell’Europa centro-orientale e settentrionale, Italia compresa. In particolare, nel nostro Paese dal 1994 al 1999 sono stati identificati 35 casi di malattia in provincia di Belluno.

 

Il virus trasmesso dalle zecche infetta diversi animali, selvatici o domestici, fra i quali roditori, caprioli, ovini, caprini, che contribuiscono al mantenimento del ciclo di trasmissione dell’infezione. È probabile che gli uccelli contribuiscano a trasportare passivamente zecche infette a distanze anche notevoli durante le periodiche migrazioni.

 

“Dopo il morso di una zecca infetta – spiega Zorzut – si ha nell’uomo un’infezione senza sintomi o con sintomi poco rilevanti nel 70% dei casi, e quindi può passare inosservata. Nel restante 30%, dopo 3-28 giorni dal morso si ha una prima fase con sintomi semi-influenzali caratterizzata da febbre alta, mal di testa, mal di gola, stanchezza, dolori muscolari e alle articolazioni per 2-4 giorni. Successivamente la temperatura scende, e in genere non ci sono ulteriori conseguenze. Nel 10-20% di questi casi, invece, dopo un intervallo senza disturbi per 8-20 giorni, inizia una seconda fase caratterizzata da disturbi del sistema nervoso (encefalite, paralisi flaccida ad esito mortale nell’1% dei casi). Nei bambini e nei soggetti più giovani la TBE mostra generalmente un decorso più mite, con progressivo aumento della severità al progredire dell’età. La TBE mostra un tipico andamento stagionale: i picchi di incidenza si registrano nel periodo primaverile-estivo e nel primo autunno, quando cioè le zecche sono maggiormente attive”.

 

Esiste un vaccino contro la TBE, da tempo in uso in molti Paesi dell’Europa centro-settentrionale. È stato registrato recentemente anche in Italia con la procedura del mutuo riconoscimento comunitario. “Il vaccino anti-TBE – sottolinea Zorzut – viene consigliato a chi ha delle esposizioni a rischio di tipo professionale, e se occasionali comunque protratte nel tempo (guardiacaccia, guardie forestali, volontari del Cai). La vaccinazione è inoltre consigliata agli scout o comunque agli escursionisti che si recano nelle zone endemiche interessate, avendo ben presente però la diversa graduazione del rischio”.

 

La recentissima delibera della Giunta del Friuli Venezia Giulia D.G.R. 1009 del 4/5/2007 ha esteso i benefici economici relativi a questo vaccino: sarà infatti offerto senza pagamento della prestazione e con la partecipazione al costo del vaccino ridotta al 25% del prezzo di confezione a tutti i cittadini residenti nel Friuli Venezia Giulia, senza distinzione di residenza nei comuni a rischio o meno.

 

“Il vaccino attualmente utilizzato – conclude Zorzut – ha un’efficacia dopo la seconda dose (ne sono previste 3 con richiami triennali) del 90-95%: certo ottima, ma non deve dare la convinzione agli addetti ai lavori di essere totalmente al sicuro”.

Ignazia Zanzi

 


 

PUNTURE DI INSETTI: SE SUCCEDE… COSA E COME FARE

 

Gli insetti ci pungono, ma in modo diverso: con l’apparato boccale per prelevare il loro nutrimento; con un pungiglione addominale, collegato con un apparato velenifero, a scopo difensivo. Fanno parte del primo gruppo zanzare e mosche, mentre rientrano nel secondo api, vespe e calabroni. Normalmente sono proprio gli insetti appartenenti al secondo gruppo che provocano i maggiori problemi all’essere umano che è stato punto.

 

Il pungiglione delle api è dotato di uncini che ne impediscono la fuoriuscita dopo la puntura: ne consegue che l’insetto, dopo aver punto, resta mutilato e generalmente muore. Le vespe e i calabroni, invece, solitamente ritirano il pungiglione dopo la puntura e possono colpire nuovamente subito dopo, pur disponendo di una quantità minore di veleno.

 

La puntura dà luogo ad una reazione locale che consiste solitamente in dolore intenso e rigonfiamento dell’area colpita, che appare inizialmente pallida, poi notevolmente arrossata. Alcuni fattori, però, sono in grado di determinare una maggiore gravità della situazione: l’ipersensibilità della persona colpita (per esempio, i soggetti allergici o i bambini); il numero delle punture; il punto colpito (dove il tessuto è più molle, come labbra e mucose, la diffusione del veleno è meno circoscritta e la reazione ad esso più grave). Inoltre, la puntura del viso espone più facilmente a disturbi nervosi; quella della lingua e della gola può provocare problemi respiratori dovuti al rigonfiamento delle prime vie respiratorie (edema della glottide). L’iniezione endovenosa del veleno produce una reazione generalizzata di tutto l’organismo che può portare a shock.

 

Vediamo allora cosa fare se si viene punti:

- togliere l’eventuale pungiglione;

- non grattarsi per non provocare nuove irritazioni e infezioni;

- disinfettare la puntura con acqua ossigenata e applicare localmente del ghiaccio, che rallenta l’assorbimento del veleno;

- se non ci sono escoriazioni, passare dell’ammoniaca per disattivare il veleno;

- se si tratta di una puntura alla bocca, fare ripetuti gargarismi con acqua molto salata; in alternativa, si possono masticare dei pezzetti di ghiaccio o tenerne un po’ in bocca.

 

Questi provvedimenti, in genere, bastano ad eliminare il dolore e il gonfiore in un paio d’ore. Se il dolore e il gonfiore perdurano, è opportuno consultare un medico, che potrà consigliare la terapia adeguata: una pomata antinfiammatoria, al cortisone o antistaminici a seconda dei casi.

 

Nel caso in cui la reazione alla puntura d’insetto sia più violenta e generalizzata e l’infortunato presenti sintomi di shock (pallore, sudorazione intensa, vertigini), difficoltà respiratorie, vomito, comparsa di chiazze e rilievi cutanei simili alle manifestazioni dell’orticaria, gonfiore attorno agli occhi, è necessario l’intervento medico urgente. Nel frattempo: mettere l’infortunato in posizione anti-shock e coprirlo con una coperta; chiamare il 118; essere pronti alla rianimazione cardiopolmonare se necessario, anche se per questo è consigliabile seguire un corso di primo soccorso presso le associazioni no profit che si occupano di emergenza.

 

Per i soggetti che hanno già avuto reazioni allergiche, sono disponibili delle vaccinazioni, da effettuarsi presso centri specializzati, che permettono di ridurre al minimo le complicazioni.

 

 
In collaborazione con Help!

 

 


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