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Da noi Tony Blair si chiama Gianfranco Fini

 |  Redazione Sconfini

È da quando ha innescato la mutazione genetica della destra italiana che Gianfranco Fini si attira addosso le critiche più rabbiose. E proprio dalla sua parte politica. Vuoi dalla destra incurabilmente nostalgica, vuoi più di recente da quella del perbenismo e dell’ortodossia forzista.

 

Ma che cosa ha fatto realmente Fini nell’ultimo quindicennio? Solo oggi è possibile vederci più chiaro. Perché bisogna riconoscere che fino a poco tempo fa, diciamo fino allo scioglimento di An nel partitone berlusconiano, il solco tracciato dal profeta di Fiuggi sembrava fatto apposta per alimentare equivoci e perplessità a spron battuto.

 

Lo spettacolare corredo di pubbliche abiure, rotture enfatiche, iperbolici mea culpa poteva apparire in effetti nient’altro che una superficiale e cinica svendita a due lire del patrimonio di esperienze e valori della destra missina. Arnesi arrugginiti del Novecento inutilizzabili in maniera sempre più lampante nella postmodernità politico-mediatica dell’Italia di fine millennio. Ma agli occhi di molti quel patrimonio non si meritava comunque di essere azzerato e umiliato nella prona adesione alle forme e ai linguaggi del berlusconismo trionfante.

 

Insomma, sulla terra bruciata alle sue spalle sembrava che Fini non avesse gettato alcun seme di ricambio progettualealt, ma restasse a stagliarsi soltanto la gelida ombra di un enorme vuoto ideologico. Nel cui perimetro il prediletto di Giorgio Almirante appariva lanciato a inseguire le sirene di un personalismo carrieristico e nulla di più. Con l’aggravante di qualche sbandata inquietante in territori prossimi al velinismo nei risvolti rosa della sua vita privata.

 

Si è dovuto attendere il suo insediamento alla terza carica dello Stato per comprendere che quello di Fini non è stato un narcisistico salterellare intorno alle varie caselle del potere. Ma semmai una lunga marcia dotata sin dall’inizio di bussola e ispirata ai punti fermi che stanno da sempre a base dell’azione dei politici di razza. E cioè la capacità di inquadrare il proprio progetto in una lettura meditata della storia nazionale combinata al paziente calcolo dei rapporti di forza attivi sul tavolo del gioco politico.

 

L’ambizione di Fini è stata ed è quella di creare in Italia una destra pienamente repubblicana ricalcata sui modelli illustri della tradizione conservatrice europea. Si tratta di un’operazione radicale ed epocale a un tempo. Che per forza di cose doveva lasciare scontenti gli inconsolabili aedi del sentimentalismo vetero-missino, qualche volta scintillanti nell’esercizio della critica a mezzo stampa ma invariabilmente afoni quando vengono chiamati a illustrare un’alternativa credibile da declinare nella prosa politica di tutti i giorni. E per un altro verso quella dell’attuale presidente della Camera è un’ambizione così solida dal punto di vista culturale che non può non insospettire i giannizzeri posti a guardia del castello di plastica berlusconiano. Sospeso nell’eterno presente populista dei sondaggi e prigioniero di una visione dell’elettorato come mercato instabile da aggredire con l’arida tecnica dello slogan pubblicitario, per assecondarlo e insieme manipolarlo.

 

Dietro alle facili ironie a proposito di un Fini paradossale leader dell’opposizione di centrosinistra sta infatti proprio il terrore per la cultura politica innervata nel suo progetto di destra, chiaramente concorrente con quello di matrice berlusconiana e leghista.

 

Una destra che Fini vorrebbe patriottica ma al riparo dalla pur minima tentazione xenofoba e razzista, liberaldemocratica e quindi votata di per sé ad arginare qualsiasi deriva plebiscitaria e pseudoautoritaria, laica e perciò anche sensibile al discorso religioso ma indisponibile a subire il condizionamento della Chiesa cattolica sui temi etici.

 

Dati gli ingredienti di base, è una svolta che per coraggio politico e ampiezza di manovra trova in Europa una similitudine soltanto nella rifondazione del labour britannico promossa da Tony Blair. Fini sta facendo sul suo versante quello che nessuno negli ultimi vent’anni ha neppure tentato a sinistra.

 

Sapeva bene però che i suoi sforzi sarebbero stati del tutto vani se avesse dovuto compierli appoggiandosi a uno strumento nato già vecchio qual era l’ex Alleanza nazionale, segnato dalle sue ascendenze reducistiche e impotente a sostenere sul piano elettorale la forza d’urto berlusconiana. Pertanto ha scelto la tattica dell’erosione interna, insinuando il suo cavallo di Troia nel fortilizio del Pdl in attesa che Berlusconi sia costretto a cedere il passo: prima o poi e per una ragione o per l’altra. Almeno su questo il tempo dovrebbe dargli ragione.

Patrick Karlsen

 

 
In collaborazione con Help!

 

 


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