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La grande fuga: cosa resta al risparmiatore?

 |  Redazione Sconfini

 

E' un film che certamente avete già visto: “La grande fuga” ci viene riproposta puntualmente ogni mese. Ma no, non sto alludendo alla grande

pellicola di John Sturges con il mitico Steve McQueen. Mi sto semplicemente riferendo ai rendiconti sulla raccolta negativa dei fondi comuni d’investimento. Inarrestabile, senza alcun segno di cedimento, un’ondata di riscatti che, ormai dallo scorso anno, si abbatte violentemente sul patrimonio “gestito” mese dopo mese. La grande fuga per l’appunto. Sembra una tendenza irreversibile nemmeno degna di destar sorpresa. Una sequela di scarni dati con il segno meno davanti che vengono comunicati da Assogestioni e riportati dalle pagine economiche dei quotidiani con scarsi commenti e titoli catastrofici.

 

In assenza di analisi approfondite che sviscerino e spieghino il fenomeno, che cosa resta al risparmiatore? Credo l’inevitabile sensazione che, pur non sapendo magari perché, sia meglio accodarsi al gruppo. Ed in fretta anche. Non si sa mai che si rischi di restare indietro e possa diventare troppo tardi. Se tutti scappano ci saranno pure delle ragioni. Ma quali? È vero che sono trascorsi un po’ di anni, ma non è ancora sbiadito il ricordo di quando succedeva esattamente il contrario. Allora si parlava della fuga dei “Bot people”, ricordate? Depositi amministrati di titoli dello Stato svuotati per far posto ai fondi comuni d’investimento. Fiumi di denaro provenienti dalla vendita di Btp e Cct che andavano finalmente a ridurre il ritardo che il nostro sistema aveva maturato rispetto a quello anglosassone. Una conversione totale del sistema bancario che sposava per la prima volta il concetto di risparmio gestito.

 

Allora come oggi movimenti di massa che fanno percepire manovre commerciali in corso piuttosto che scelte critiche e consapevoli del singolo risparmiatore. Tirando le somme dobbiamo leggere la raccolta negativa di quest’ultimo periodo come la conclamazione di una politica fallimentare di quello? Oppure possiamo ipotizzare qualche recondito interesse degli operatori nell’adottare questa strategia? Cerchiamo di chiarire questo dubbio rispondendo a tre domande chiave. 1) Chi è l’artefice di questa débacle? 2) Dove vanno riallocati i quattrini rimborsati? 3) Lo strumento fondo comune è talmente inefficiente da meritare tale bocciatura?

 

La raccolta netta (sottoscrizioni meno riscatti) nel corso del 2006 è stata negativa per 9,4 miliardi di euro (e la tendenza nel 2007 non migliora). Scomponendo meglio il dato scopriamo però che questi prodotti finanziari hanno trovato uno strenuo difensore nelle reti di promotori finanziari, che nello stesso periodo haaltnno messo a segno una raccolta positiva (dato Assoreti) di 7,4 miliardi. Ciò ovviamente significa che il sistema bancario ha ottenuto un saldo negativo per 16,8 miliardi di euro. In altre parole si assiste alla curiosa situazione per la quale quello che agli sportelli bancari suggeriscono di vendere, dirottando i risparmi verso altri strumenti, i promotori finanziari nel loro insieme consigliano di comperare. Chi sta dando quindi il consiglio giusto agli investitori?

 

Rispondendo al secondo quesito posto in precedenza troveremo certamente anche un chiarimento a quest’ultima domanda. I dati non lasciano spazio a molte interpretazioni. Il fiume di denaro uscito dai fondi comuni si è diretto verso prodotti finanziari articolati come obbligazioni strutturate, polizze index o unit e obbligazioni bancarie. Le numerosissime analisi svolte dagli organi specializzati o dalle associazioni dei consumatori non danno adito a dubbi. Si tratta di strumenti che generalmente sono più remunerativi per gli istituti che li emettono che per i clienti che li sottoscrivono. Prendiamo ad esempio le polizze “index linked”: al 15 settembre 2007, come riportato dal Sole-24 Ore, su 1.602 operazioni quotate con varie scadenze, ben 1.118 operazioni risultavano sotto la pari e soltanto 484 sopra la pari (molte tra l’altro non arrivavano nemmeno a 105). Un bel 70% in perdita. Considerando che l’ultimo quadriennio è stato estremamente favorevole per i mercati azionari (e certamente molti soldi sono usciti proprio da lì), c’è di che mangiarsi le mani. Anche Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la tutela del risparmio, non usa mezzi termini. In un’intervista evidenzia come questi prodotti siano gravati da costi e scarsa trasparenza, motivi per cui siano assolutamente da scartare.

 

Ancora più paradossale è il caso delle obbligazioni bancarie. Gli istituti di ogni dimensione ne emettono di proprie da quando la tassazione dei certificati di deposito è salita al 27% rendendoli inappetibili. Sono meno liquide dei titoli dello Stato, godono di minore trasparenza perché spesso neppure quotate, rientrano nell’asse ereditario e quindi a differenza di Bot e Btp non sono esenti dalla tassa di successione. E come non bastasse, dulcis in fundo, hanno anche dei rendimenti più bassi. Certo ci deve essere proprio un bel rapporto di fiducia incondizionata tra il risparmiatore e l’intermediario che gliele propone! Una maggiore trasparenza e un’etica professionale più radicata sarebbero sufficienti per evitare tali imbarazzanti situazioni; in loro assenza però un’informazione più puntuale risolverebbe già in gran parte il problema. Speriamo che il recepimento della nuova normativa europea sulla regolamentazione di mercati, la Mifid, produca l’effetto auspicato.

 

Veniamo ora ai bond strutturati. Cosa sono esattamente? Sono delle semplici obbligazioni a tasso fisso (spesso degli zero coupon) cui sono agganciate delle opzioni, il cui costo viene scaricato sul compratore. Garantiscono il capitale a scadenza e a volte offrono un rendimento minimo garantito che non copre quasi mai l’inflazione. Scommettono sul potenziale guadagno derivante dall’apprezzamento di indici di Borsa, valute e ogni genere di strumenti finanziari che sono normalmente gli attivi sottostanti delle opzioni. La stessa Consob, che è l’organo di controllo del mercato, non ha mai smesso di definire questi prodotti “opachi”. Tuttavia, approfittando dello sboom di Borsa, il richiamo del capitale garantito è stato una facile sirena. Una vera miniera d’oro per gli istituti emittenti, che hanno trasformato le ben maggiori commissioni incassate rispetto a quelle del risparmio gestito in lauti guadagni da inserire a bilancio. Questa sì è una piacevole garanzia!

 

Potremmo allora concludere in effetti che “La grande fuga” è stata un boomerang per il risparmiatore? Per certi versi senza dubbio sì, se il disinvestimento è stato effettuato dal mercato azionario in questi ultimi anni. Ma con ciò non possiamo difendere nemmeno aprioristicamente lo strumento fondo comune d’investimento. Senza dubbio rimane il più trasparente, tra i più sicuri e tra i meno esosi, specialmente tra quelli considerati precedentemente. La critica però, che vede la gran parte dei gestori italiani aver realizzato delle performance insoddisfacenti, è sacrosanta. Troppo spesso le commissioni sono prelevate a fronte di una gestione che non è stata in grado di battere il proprio benchmark (indice di riferimento) e risultano quindi immeritate.

 

Attenzione però a non generalizzare; potrebbe essere il peggiore degli errori. La differenza che passa tra il migliore ed il peggior fondo della stessa categoria, nella stessa area geografica, confrontati nel medesimo lasso di tempo, può essere abissale. E se ci si trova dalla parte dei migliori non ci sarà senz’altro nemmeno una ragione per scappare. Buttiamo giù qualche numero per renderci conto della dimensione del fenomeno. Negli ultimi cinque anni, esaminando i dati forniti da Morningstar, scopriamo che tra i prodotti che investono sul mercato italiano il miglior risultato è del 158,1% e il peggiore del 45,9%; una differenza di ben 112,2 punti percentuali. Guardiamo al mercato delle grandi capitalizzazioni nell’area euro in un periodo analogo: 141,8% per il primo e 25,1% per il fanalino di coda; la forbice si allarga a 116,7 punti. Su di un investimento di 100.000 euro dopo cinque anni la differenza comincia ad essere il controvalore di almeno un monolocale! Stesso mercato, stesso periodo, stessa fatica, soltanto la fiducia ad un gestore piuttosto che ad un altro. Un ultimo eclatante e sconcertante esempio. Sempre azioni a grande capitalizzazione ma questa volta spaziamo sull’intero mercato internazionale. Dopo cinque anni l’investitore più sfortunato e meno attento si ritrova ancora in perdita del 3,6%. Quello più avveduto e che ha sottoscritto il miglior prodotto addirittura il 143,4% positivo. La differenza, con l’investimento di un importo pari a quello precedente, comincia già a prendere la forma di un appartamentino, 147.000 euro. Facile a dirsi, penserete voi, con il senno di poi sono bravi tutti.

 

È verissimo e concordo. Voglio richiamare l’attenzione solamente sul fatto che non è sufficiente dire che la Ferrari va bene o va male. Dipende se a guidarla sono io o Michael Schumacher. Bisogna cercar di capire, in altre parole, se il gestore a cui si sono affidati i risparmi è meritevole di fiducia oppure no. Se le commissioni pagate sono giustificate oppure no. E agire di conseguenza. è necessario profondere un certo impegno, spendere del tempo per informarsi e documentarsi, cercare l’interlocutore giusto e affidabile, essere consapevoli dei conflitti d’interesse in atto, non lasciarsi trasportare dalla corrente, essere parte diligente e attiva nella scelta dell’investimento. Non si troverà comunque la sfera di cristallo e sarà certamente difficile azzeccare il miglior prodotto. Anzi quasi impossibile. Si saranno però ridotte di molto le probabilità di trovarsi quantomeno sotto la media o, ancor peggio, di aver sottoscritto qualche contratto addirittura contro il proprio interesse. Sarà già un enorme successo.

 

Furio Impellizzeri, vicepresidente Copernico Sim

 

 
In collaborazione con Help!

 

 


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