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Cristina Gottardi

Alzheimer: diagnosi precoce e riabilitazione cognitiva

 |  redazionehelp

Il positivo evolversi delle condizioni di vita ha determinato l’allungamento dell’età della popolazione, ma il benessere delle persone anziane dipende in primo luogo dal supporto della rete familiare che non sempre è in grado da sola di far fronte alle esigenze della terza età, soprattutto quando si trova di fronte ad un problema di salute grave, quale l’Alzheimer.

Questa malattia comporta un processo degenerativo cerebrale che provoca un declino progressivo e globale delle funzioni intellettive. Non è guaribile e il suo decorso dura circa dieci anni. Nell’ultimo periodo la persona rischia di raggiungere le stesse facoltà cognitive di un bambino di poche settimane. La diagnosi non lascia scampo e giunge implacabile al cuore dei familiari. L’Alzheimer colpisce una persona, ma ne ferisce molte altre, prima fra tutte il parente che si dovrà occupare dell’assistenza. Studi condotti sulla realtà italiana dimostrano che quasi il 90% delle persone che soffrono di demenza sono assistite dalle famiglie, sulle cui spalle grava interamente il carico assistenziale a causa degli inadeguati supporti sociosanitari. L’anziano ammalato, infatti, viene per lo più assistito a domicilio e quando il carico assistenziale diviene insostenibile, l’inserimento dell’anziano in una casa di riposo diventa una scelta quasi obbligatoria. Per l’ammalato, l’essere inserito in un nuovo ambiente e trovarsi di fronte a persone sconosciute ed emotivamente non significative, comporta nella maggior parte dei casi un peggioramento del disturbo.
La malattia di Alzheimer e le altre demenze rappresentano un paradigma della complessità che la società occidentale si troverà sempre più spesso a dover affrontare. Le demenze sono strettamente legate all’invecchiamento della popolazione, interessano e probabilmente coinvolgeranno un numero sempre maggiore di persone (già oggi in Italia superano il milione). Per le malattie degenerative primarie tipo l’Alzheimer non sono disponibili, a tutt’oggi, dei medicinali di sicura efficacia. Sono utilizzati dei farmaci che agiscono aumentando la quantità, nelle cellule cerebrali, di sostanze chimiche (neurotrasmettitori) necessarie per la corretta trasmissione dello stimolo nervoso. Sfortunatamente l’efficacia di questi farmaci è modesta ed è limitata alle prime fasi della malattia. Per saperne di più, abbiamo deciso di porre alcune domande alla psicologa Annapaola Prestia, ricercatrice al Centro Alzheimer Irccs Fatebenefratelli di Brescia.
A che età insorge la malattia?
“Il morbo di Alzheimer è una delle tante demenze e malattie che colpiscono il sistema nervoso centrale. L’età d’inizio (o di esordio, come dicono gli esperti del settore) varia a seconda della patologia; in genere le demenze sono malattie legate all’età, motivo per cui esordisce tra i 65 e gli 80 anni, con alcune rare eccezioni nei casi di demenza di tipo “familiare” cioè di quelle forme di demenza a trasmissione genetica, quando l’età di esordio, purtroppo, si abbassa drammaticamente anche a 50-55 anni. Fortunatamente questo tipo di demenza è raro e nella malattia di Alzheimer rappresenta meno del 5% dei casi”.
Come si possono riconoscere i primi campanelli d’allarme?
“La malattia si manifesta gradualmente e, proprio per questi inizi così insidiosi, spesso viene confusa con una “normale” manifestazione di vecchiaia. Inoltre, poiché viviamo in una società nella quale la figura vincente è quella dell’uomo giovane ed attraente, siamo tutti propensi ad immaginarci un anziano come un signore un po’ smemorato con parecchi deficit cognitivi legati all’età che avanza. In realtà, ci sono dei lievi cali fisiologici nelle prestazioni di una persona che invecchia, che però vengono assolutamente compensati dal funzionamento ottimale del suo cervello. Eppure spesso e volentieri alle prime dimenticanze che una persona sperimenta, si attribuisce la colpa all’età che avanza, a una depressione legata alla pensione o molto più semplicemente a un po’ di stanchezza. La persona, tuttavia, continua a sperimentare piccoli e grandi fallimenti quotidiani che la portano, gradatamente, a perdere gran parte della propria autonomia nelle attività di ogni giorno. I campanelli d’allarme dunque ci sono, ma sono piuttosto subdoli e perciò vengono quasi sempre sottostimati. Spesso succede che la persona malata compia qualcosa di “eclatante” per la quale non esiste spiegazione plausibile e razionale come ad esempio “bruciare” qualche pentola, non ricordare più esattamente come si cucinano i tortellini che ha cucinato e preparato per 30 anni di fila, oppure perdersi con la macchina e non essere più capace di tornare a casa. È allora che i familiari, preoccupati, decidono di farla visitare da uno specialista”.
La diagnosi precoce aiuta?
“È senza dubbio fondamentale poiché più presto si diagnostica una malattia come l’Alzheimer, prima si possono mettere in atto strategie farmacologiche e riabilitative in grado, non di curare (purtroppo a tutt’oggi non esiste ancora la pillola in grado di guarirci da questa terribile malattia), ma di rallentare il decadimento cognitivo e funzionale che la malattia porta con sé. Il primo consiglio, quando si sperimentano dei deficit di memoria o si nota la presenza di qualcuno dei sintomi principali (vuoti di memoria, confusione spazio-temporale, problemi a scrivere o a dire le parole o nello svolgere attività quotidiane, ritiro dalla vita sociale), è quello di rivolgersi al medico di base che indicherà lo specialista sul territorio più competente e la sede della più vicina “unità di valutazione Alzheimer” presso la quale effettuare alcuni test cognitivi, che assieme alla richiesta di indagini strumentali sofisticate (come TAC o risonanza magnetica, prelievo ed analisi del liquor cerebrospinale, tomografia ad emissione di positroni – PET, analisi del sangue ed altri ancora) possono rispondere con una buona sensibilità e specificità al quesito diagnostico iniziale. Inoltre, segnalo la presenza in Italia del Centro Alzheimer Fatebenefratelli di Brescia – www.centroalzheimer.org – l’istituto di riferimento nazionale per lo studio dell’Alzheimer che fa ricerca sia sulla diagnosi precoce della malattia sia sulla sperimentazione dei farmaci più avanzati in grado di combatterla”.
Quali sono gli strumenti offerti dalla medicina per cercare di arginare la malattia?
“Attualmente la medicina accompagna una terapia farmacologica ad una riabilitativa. Questi trattamenti combinati rappresentano il mezzo migliore che si ha per contrastare l’avanzare dell’Alzheimer. Sia i farmaci che la riabilitazione cognitiva sono interventi mirati alla stabilizzazione delle condizioni del paziente, al supporto per i familiari che lo seguono, al miglioramento della qualità della vita della famiglia intesa come unità globale in cui convivono le esigenze del paziente e dei suoi caregivers (coloro che se ne prendono cura: mogli, mariti, figlie o figli, fratelli, sorelle, nipoti, badanti e così via e che sperimentano una sofferenza che non ha paragoni) e al mantenimento, per quanto è possibile, delle capacità residue del paziente. Naturalmente questo significa che se la malattia viene diagnosticata quando una persona è ancora “in forma”, queste sue capacità si manterranno più a lungo nel tempo, concedendo alla persona e alla sua famiglia una migliore qualità di vita. La prevenzione e la diagnosi precoce sono i due punti dai quali non si può prescindere, se si desidera combattere questa orribile malattia sul suo stesso terreno”.
Lei ha citato la riabilitazione cognitiva. Di cosa si tratta?
“La riabilitazione cognitiva consiste in una serie di tecniche cognitive, comportamentali ed emotive, che si applicano ai pazienti e che permettono di migliorare la qualità della loro vita e di allenare, nel contempo, le loro capacità residue facendo sperimentare un nuovo senso di benessere e di efficacia. Si tratta semplicemente di una serie di esercizi che hanno lo scopo di tenere attive le capacità mentali della persona, applicate da uno psicologo abilitato, formato nel settore della riabilitazione cognitiva. Sono “sedute” che si svolgono in piccoli gruppi (4-6 persone al massimo che condividano lo stesso grado di deterioramento cognitivo) oppure anche singolarmente con un paziente alla volta per un periodo di almeno 3-4 mesi, 1 o 2 volte alla settimana per una durata di circa 45-60 minuti a seduta. Tale terapia prevede, da parte dell’operatore che segue le persone, la messa in pratica di tecniche verbali, esercizi cognitivi e motori allo scopo di stimolare la mente dei pazienti con leggerezza ed emotività, facilitando il più possibile il recupero delle memorie antiche e recenti e la riattivazione di tutte quelle capacità mentali (attenzione, linguaggio, ragionamento logico ecc.) che, a causa della malattia, sono andate perdute o vengono sempre meno utilizzate. La riabilitazione o riattivazione cognitiva è fondata su studi scientifici riconosciuti a livello internazionale”.
Non rappresenta quindi un percorso “scolastico” o un “gioco a quiz”?
“Assolutamente no, si tratta semplicemente un gruppo di persone che, in un clima rilassato ed in una stanza attrezzata allo scopo (quindi in un luogo predisposto con ausili riabilitativi quali calendari grandi, vocabolari, orologi da parete ed i materiali necessari ai vari esercizi), chiacchiera e scambia ricordi ed esperienze. Alla fine dell’incontro, il paziente sperimenta un beneficio che può essere misurabile sia in termini quantitativi (migliore efficacia di alcune capacità mentali) che qualitativi (migliore tono dell’umore, diminuzione del numero degli episodi di aggressività o depressivi, riduzione delle allucinazioni). Questi effetti sono vissuti anche dai familiari che, convivendo con una persona più felice e meno ansiosa o agitata, riescono a portare a termine la propria giornata con maggiore serenità. L’unica nota dolente è che tale terapia, purtroppo, non viene erogata dal Servizio sanitario nazionale, ma solo privatamente. Esiste un timido tentativo di inserimento di tale tecnica nelle case di riposo, anche se spesso accade che la riabilitazione venga confusa con l’animazione (guardare film, ascoltare musica), tutte iniziative lodevoli e utilissime, ma che però non riabilitano di certo”.
In conclusione un appello.
“Non abbandonate mai a se stessa una persona colpita da Alzheimer anche se sembra non interagire più con il mondo. Laddove il messaggio verbale non arriva più, l’affetto, che viene recepito anche nelle ultimissime fasi della malattia, si sente forte e chiaro ed arriva attraverso il linguaggio di tutto il nostro corpo, che, fortunatamente, non ha bisogno di parole”.
Monica Ricatti

BOX: I 10 sintomi principali cui prestare attenzione

1. Vuoti di memoria che compromettono la funzionalità di ogni giorno. Uno dei più comuni segni dell’Alzheimer è la perdita di memoria, soprattutto per le informazioni più recenti nel tempo, oppure per date od occasioni speciali e si finisce per chiedere sempre la stessa cosa di continuo oppure per chiedere ai propri cari aiuto in cose che prima si riuscivano a portare a termine da soli.
2. Difficoltà a pianificare le cose o a risolvere i problemi. Alcune persone sperimentano una difficoltà crescente nello sviluppare o nel seguire una determinata azione o nel fare i calcoli. Possono, ad esempio, avere problemi a concentrarsi, a controllare il loro estratto conto o a seguire una ricetta di cucina, impiegando molto più tempo a fare le stesse cose che prima riuscivano a fare velocemente.
3. Problemi nello svolgere attività quotidiane a casa, sul lavoro o nel tempo libero. Le persone colpite da Alzheimer spesso trovano difficile fare cose semplici come guidare la macchina ed orientarsi in posti conosciuti, ricordare le regole del proprio passatempo preferito, lavorare come facevano prima.
4. Confusione spazio-temporale. Le persone malate possono non riuscire più a ricordare le date, le stagioni e non notare più il trascorrere del tempo, possono avere delle difficoltà a capire qualcosa se non accade immediatamente, talvolta dimenticano perfino dove si trovano o come sono arrivati in un determinato luogo.
5. Difficoltà visive e nel riconoscimento delle relazioni spaziali tra le cose. Alcuni potrebbero avere difficoltà a leggere, a giudicare le distanze oppure a determinare differenze tra i colori. In termini di percezione, potrebbero passare davanti ad uno specchio e pensare che ci sia qualcun altro nella loro camera, senza riconoscersi.
6. Problemi a scrivere o a dire le parole. Le persone colpite dell’Alzheimer possono avere difficoltà a seguire una conversazione o possono interrompersi a metà e non avere idea di come proseguire il discorso oppure diventare molto ripetitivi. Inoltre, ci possono essere difficoltà con le parole, problemi per trovare quella giusta o per assegnare a ogni cosa il proprio nome (ad esempio, potrebbero chiamare telefono il telecomando).
7. Problemi con l’ordine. La persona malata potrebbe mettere le cose in posti inconsueti oppure perdere qualcosa e non essere più capace di ritrovarla nemmeno pensandoci con attenzione anzi, talvolta fioccano accuse di furto ad amici e parenti.
8. Diminuita capacità di giudizio. Alcuni possono avere difficoltà a prendere delle decisioni; ad esempio, potrebbero non riuscire più a giudicare se sia opportuno o meno dare 10.000 euro per l’acquisto di 10 enciclopedie. Inoltre, potrebbero prestare meno attenzione al loro aspetto o dare meno importanza all’igiene personale.
9. Ritiro dalla vita sociale. Una persona con l’Alzheimer può abbandonare i propri hobby, ritirarsi dalla vita sociale, lasciar perdere i propri progetti o ciò che un tempo era interessante. Potrebbe avere problemi a ricordare cosa fare per portare a termine il proprio hobby o fuggire le occasioni sociali a causa dei fallimenti che ogni giorno sperimenta.
10. Cambiamenti nel tono dell’umore e nella personalità. L’umore e la personalità possono cambiare, si può diventare confusi, sospettosi, depressi, impauriti o ansiosi, e facilmente fuori dal proprio ambiente familiare ci si può sentire insicuri e spaventati.


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