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Clima torrido e umido: i pericoli per la nostra salute

 |  Redazione Sconfini

Il caldo e l’afa possono creare condizioni di disagio e serio malessere fisico nelle fasce di popolazione più vulnerabili dal punto di vista sanitario.

Le difficoltà quotidiane e le possibili conseguenze sulla salute causate dalle ondate di caldo eccezionale possono essere ridotte, alleviate o addirittura prevenute se si conoscono i rischi, se si hanno informazioni sui servizi predisposti per gli utenti più esposti, per le loro famiglie e per chi li assiste, e se si mettono in pratica i suggerimenti e le strategie pratiche ed efficaci.

Il clima caldo mette in funzione i meccanismi di autoregolazione dell’apparato cardiovascolare che mantengono la giusta temperatura corporea. La temperatura dell’aria è un rischio quando: supera per alcuni giorni consecutivi i 30°C, è associata ad una percentuale di umidità elevata e ad una concentrazione di agenti inquinanti atmosferici oltre la soglia di guardia.

 

Gli strati cutanei sono la sede principale dei meccanismi di difesa contro “lo stress da calore”: il sangue circolante (per attivazione del sistema vegetativo simpatico) è ridistribuito dagli apparati interni (muscoli e reni) verso i vasi venosi cutanei. Questo spostamento ha lo scopo di aumentare la superficie deputata agli scambi calorici e di favorire la sudorazione. La sudorazione, quando è efficace, sottrae calore e raffredda la pelle e tutto il resto del corpo. È il meccanismo opposto a quello che, in presenza di clima freddo e basse temperature, provoca vasocostrizione dei vasi cutanei e riduzione della superficie di scambio.

 

I soggetti adulti e in buone condizioni fisiche sono in grado di attivare questi meccanismi senza conseguenze negative: i fenomeni fisiologici normali che ne derivano (aumento della frequenza cardiaca e abbassamento della pressione arteriosa) per chi gode di buona salute possono essere disagevoli ma senza conseguenze pericolose. Tuttavia anche i giovani in apparente benessere, se compiono sforzi fisici eccessivi, attività fisiche, sportive o lavorative intense, esposte a temperature elevate, possono avere conseguenze a volte gravi.

 

“I soggetti più vulnerabili in condizioni di caldo eccessivo – spiega il dottor Claudio Pandullo, specialista in cardiologia e responsabile del Centro Cardiovascolare di Trieste – sono tutti quelli che hanno una minore capacità di termoregolazione e una ridotta risposta ai cambiamenti climatici repentini: caldo-freddo, caldo-umido. Sono quindi i bambini piccoli e gli anziani, e soprattutto fra questi ultimi quelli che presentano patologie correlate all’età avanzata come compromissione delle condizioni cardiovascolari, ipertensione, diabete, insufficienza renale, difficoltà respiratorie”.

 

Il paziente cardiopatico vive un equilibrio clinico a volte precario fra regime igienico-dietetico e intervento farmacologico: un’ulteriore richiesta energetica può provocare un peggioramento. “Il paziente scompensato – precisa Pandullo – fa uso abituale di farmaci che tendono ad abbassare la pressione e di diuretici che fanno eliminare liquidi. Il caldo e la copiosa sudorazione che ne deriva possono far perdere liquidi in eccesso e magari sommansi a una vasodilatazione arteriosa con conseguente abbassamento eccessivo dei livelli pressori”. Questi sintomi e queste evenienze devono essere sempre (e prontamente) riferiti al medico curante di famiglia perché è certamente la persona che conosce meglio le condizioni personali e familiari del proprio assistito: le condizioni di salute, le malattie preesistenti, la terapia farmacologica e la posologia, le condizioni abitative e le abitudine quotidiane. “Oltre a mantenere lo stretto contatto con il medico – aggiunge lo specialista – si consiglia al paziente il controllo del peso corporeo con maggiore frequenza: un improvviso aumento di qualche chilo in pochi giorni, o la presenza di edemi (gonfiori negli arti inferiori, ndr), significa che l’organismo trattiene liquidi e che forse c’è bisogno di una correzione terapeutica rispetto a quella prescritta durante la stagione più fresca”.

 

L’ipertensione arteriosa è una condizione di rischio cardiovascolare diffusa fra la popolazione adulta e anziana. “In realtà – afferma Pandullo – questa è una condizione che crea più problemi durante la stagione fredda per la vasocostrizione che ne deriva. I pazienti già consapevoli di questa condizione sono di solito sottoposti a correzione farmacologica adeguata magari integrata con diuretici. A causa del caldo, della vasodilatazione e della possibile sudorazione, i valori di pressione arteriosa sia minimi che massimi tendono a diminuire, anche significativamente. I pazienti possono anche non avvertire alcuna sensazione spiacevole o sentire spossatezza per questo cambiamento: sarà il medico a consigliare di ridurre, mai sospendere, la posologia farmacologica, magari solo modulando i diuretici che regolano i liquidi, più facilmente reintegrabili”.

 

Avere valori pressori tendenzialmente bassi, anche se la definizione di ipotensione è meno chiara e netta di quella di ipertensione, non sembra una condizione sfavorevole dal punto di vista cardiovascolare. Situazioni di forte caldo, disidratazione, impegno psicofisico e prolungata stazione eretta possono generare malessere generale, nausea, ipersudorazione. “Pertanto – raccomanda il cardiologo – i soggetti che convivono con questa loro condizione devono bere molto, almeno un litro e mezzo di liquidi al giorno, anche sforzandosi, e non devono trascurare di mangiare frutta e verdura che integrano la perdita di sali minerali. Bisogna evitare poi di sudare troppo e cercare di prevenire i problemi soggiornando in ambienti con un buon ricambio d’aria, magari dotandosi di condizionamento leggero e deumidificatore”.

 

In condizioni a rischio, per alcuni ci può essere la perdita di coscienza, preceduta dai sintomi precedentemente descritti: ai primi segnali, è meglio sedersi o sdraiarsi per evitare lo svenimento. I livelli pressori tornano normali e i soggetti si riprendono completamente. In caso di vero e proprio svenimento o sincope vasodepressiva rilevabile con il normale polso periferico, è utile aumentare il ritorno venoso sollevando gli arti inferiori. In caso di dubbi sull’origine, l’invito è di rivolgersi al medico curante o presso i centri ospedalieri. “È sempre raccomandabile per qualsiasi paziente consapevole della propria problematica – sottolinea Pandullo – prestare attenzione ai cambiamenti sul proprio modo di sentirsi, e riferirli a medico”.

Il paziente reduce da un infarto al miocardio, come per lo scompensato e l’iperteso, vive la propria condizione con più difficoltà durante la stagione fredda. “Durante l’estate – precisa lo specialista – le condizioni generali del paziente non subiscono gravi ripercussioni se sintomi, cambiamenti e terapia sono monitorati dal medico. Ogni paziente rappresenta un caso a sé stante e le raccomandazioni, anche se valide, non possono essere indistinte. Le terapie sono personalizzate e, a parte le regole igienico-sanitarie e alimentari sempre raccomandabili, sarà sempre il medico a guidare l’utilizzo dei farmaci e a modificare eventualmente le terapie”.

 

L’esposizione diretta ai raggi del sole e la frequentazione di aree balneari possono migliorare esteticamente l’aspetto, ma devono essere rispettate alcune regole. “È meglio – raccomanda il cardiologo – uscire ed esporsi nelle ore meno calde, evitando le fasce orare meridiane soprattutto quando il clima è torrido e umido. Per il cardiopatico esporsi al sole significa aumentare la vasodilatazione, già provocata da farmaci attivi sui vasi: si può abbassare ulteriormente la pressione e i diuretici possono far perdere eccessivi liquidi che vanno reintegrati nell’apporto minerale (soprattutto potassio e magnesio) con un’alimentazione ricca di frutta e verdura, distribuita in pasti leggeri e digeribili, evitando eccessi di alcool, bibite gasate e fredde allo scopo di ridurre il lavoro cardiaco nella fase digestiva. Le immersioni devono essere graduali e vanno evitati gli eccessi fisici e motori”.

 

Se si cerca un po’ di sollievo in montagna, si deve tener presente che l’altitudine produce un aumento pressorio che può essere transitorio o permanere per tutta la durata del soggiorno. “L’altitudine ideale per unire possibilità di refrigerio e minimizzare le variazioni di pressione – afferma Pandullo – è quella collinare e di media montagna; inoltre bisogna valutare prima le condizioni cliniche e funzionali in relazione ai livelli quotidiani di esercizio fisico che si vogliono affrontare”. “È consigliabile in molti casi – conclude – eseguire un attento ma non insistente controllo dei valori pressori (anche con autorilevazioni settimanali avvalendosi di apparecchi automatici affidabili) e poi attivare le eventuali modificazioni terapeutiche ritenute opportune dal proprio medico”.

Ignazia Zanzi

 


In collaborazione con Help!

 

 


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