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Daniel Tausis

Disponibilità, umiltà, serietà: il mestiere del Vigile del Fuoco

 |  redazionehelp

A Trieste operano circa 250 Vigili del Fuoco. Loro la paura non la conoscono, dinnanzi ad un incendio o a situazioni di pericolo estremo sanno solo che devono agire con coraggio e determinazione per mettere in salvo chi sta rischiando la vita.

Come si diventa un Vigile del Fuoco? “Lo si diventa per concorso – risponde Fulvio Innocenti, Vigile del Fuoco esperto – previa formazione a Roma. Impari a montare le scale all’italiana, ad usare l’attrezzatura, apprendi le tecniche di primo soccorso sanitario ma anche nozioni di chimica e fisica del fuoco. I corsi sono frequentati maggiormente dagli uomini anche se adesso iniziano a vedersi più donne rispetto al passato. L’età media va dai 20 ai 40 anni. I concorsi purtroppo sono rari, qualche anno fa è stato indetto anche quello per vigili discontinui che vengono ad aiutarci per periodi di 20 giorni. L’ultimo concorso risale a circa due anni fa”. È una professione che attrae i giovani di oggi? “È un mestiere che piace o non piace. È un lavoro che scegli per “chiamata”, una specie di vocazione. Lo scopri tramite parenti e amici o perché fai il servizio militare nei Vigili del Fuoco e poi ti appassioni come nel mio caso. Sicuramente l’input è quello di voler aiutare chi si trova in situazioni di pericolo”. Le qualità di un bravo Vigile del Fuoco? “Prima di tutto deve saper usare la testa, pensare a cosa sta facendo. A livello fisico sicuramente è importante la resistenza perché puoi trovarti in situazioni molto faticose, poi prontezza, tempestività, coraggio e non avere paura. Devi concentrarti e fidarti ciecamente di chi è con te, degli altri uomini della squadra. Deve esserci assolutamente spirito di gruppo”. Quali sono le situazioni più difficili da affrontare? “Ogni intervento è diverso dall’altro. Gli incendi di una certa portata possono essere più difficili e pericolosi di altri, il tutto si complica se c’è da salvare qualcuno. Facciamo davvero di tutto e di più. Dall’apertura della porta d’ingresso perché all’interno c’è qualcuno che sta male o che si è scordato la pentola sul fuoco al salvataggio degli animali e delle persone in zone impervie ma anche soccorsi in mare. Ci possiamo trovare in contatto anche con sostanze tossiche. Abbiamo lavorato all’Aquila dopo il terremoto per cercare persone disperse sotto le macerie. Uno dei momenti più toccanti della mia carriera, le persone non sapevano come ringraziarci”. Qual è il rapporto che avete con i triestini? “Abbastanza buono. A marzo ci sono state quelle tre giornate di bora forte ed è stato un periodo intenso per tutti. In sala operativa i telefoni non hanno smesso un secondo di suonare. Oltre 100 interventi in 12 ore”. In che rapporti siete con gli altri Comandi provinciali? “Ogni Comando è a sé ma nel bisogno c’è collaborazione, anche transfrontaliera. Nelle giornate di bora forte a marzo, i colleghi di Capodistria sono venuti ad aiutarci. In caso di calamità naturali si lavora tutti assieme. Abbiamo attivato da poco i presidi acquatici nel weekend, i nostri uomini supportano ad esempio i colleghi di Gorizia”. La vostra formazione è continua? “Sì – prosegue il caposquadra esperto Paolo Giurissevich – perché dobbiamo stare al passo con i tempi. Le sostanze chimiche, gli impianti tecnologici e i macchinari sono tutti all’avanguardia e dobbiamo avere un’infarinatura di base su tutto oltre che delle linee guida per sapere come iniziare l’intervento che ci attende. È sempre più frequente che ad esempio, in caso di incendio di uno stabile, troviamo pannelli fotovoltaici o solari che possono creare dei problemi”. Ci sono interventi più impegnativi di altri nel vostro mestiere? “Difficile stabilirlo. Può essere impegnativo un incendio divampato in un appartamento come un incidente stradale con una persona incastrata nell’abitacolo da liberare perché estrarre una persona dalle lamiere contorte può comportare anche ore di intervento. L’ultimo intervento impegnativo è stato nel maggio scorso in uno stabile di via Settefontane. Le fiamme che avevano aggredito la stanza erano degenerate, il fuoco aveva incendiato tutto quello che c’era. Ce ne abbiamo messo di tempo per spegnerlo. Quelli che lavoravano sulla porta della stanza avevano a loro insaputa il cadavere a un metro e mezzo di distanza. Le fiamme erano talmente forti da non riuscire a vedere niente”. Dinnanzi ad una situazione del genere, c’è una spartizione dei compiti precisa? “Esistono delle procedure operative standard. La situazione però non è sempre identica, solo il fatto di lavorare di giorno o di notte cambia. Quando usciamo per un intervento l’autista ci porta a destinazione, i vigili intanto si preparano con le bombole e gli autorespiratori. In tutto solitamente siamo cinque. C’è sempre un caposquadra o un vigile di una certa anzianità che siede accanto all’autista. Dietro siedono due vigili ed un volontario. Dalle notizie ricevute si delinea lo scenario e ci si comincia a spartire i compiti. Importantissimo è conoscere i propri uomini e stimolare chi, eventualmente, rallenta il lavoro. Un uomo che si butta impulsivamente può essere un pericolo per se stesso e per gli altri. Serve una buona dose di psicologia”. Quale clima si respira nel Comando di Trieste? “È un ambiente entusiasmante, piacevole. Si sente lo spirito di gruppo, la volontà di aiutare gli altri senza pretendere nulla in cambio. Ho visto chi, stressato dopo ore di intervento, era ancora col sorriso sulle labbra assieme ai propri colleghi. Sono 28 anni che lavoro qui, a Trieste siamo ancora tutto sommato un’isola felice. Quando bisogna lavorare non c’è da scherzarci sopra neanche per l’intervento più stupido. Siamo agenti di polizia giudiziaria, non dobbiamo pretendere di sapere tutto ma essere umili nell’accettare consigli altrui e nei confronti delle persone che abbiamo di fronte. Spesso e volentieri ci affidiamo alla buona sorte per risolvere i problemi. Soprattutto ci vuole il sorriso verso i colleghi e le altre persone, essere musoni non porta a nulla, si cerca di sdrammatizzare laddove è possibile; in certe situazioni è molto difficile. Riuscire a salvare qualcuno regala comunque tantissime soddisfazioni”. Quali sono le problematiche più grosse della categoria a Trieste? “La carenza di fondi, i tagli che possono determinare mancate assunzioni, mancato acquisto di attrezzature e nuovi mezzi. Siamo un’amministrazione pubblica e dipendiamo dai fattori economici attuali”. Elisabetta Batic


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