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Dolci mode estive: Hello Kitty, quando il troppo stroppia

 |  Redazione Sconfini

Ce l’abbiamo fatta. Siamo sopravvissuti a un’estate in cui Hello Kitty ha invaso le nostre spiagge, sotto forma di teli da mare, bottigliette di creme abbronzanti, e chi più ne ha, più ne metta. Ma non è finita. Sembra proprio che da questa micina bianca, nata all’ombra del Sol Levante, non ci si liberi mai. Piccolo sondaggio in casa. Francesca, la nostra grafica, la adora. Antonella, la segretaria di redazione, vorrebbe che sparisse. Io la vivo come un’insopportabile ossessione. Due a uno. Il gatto è tratto, questa micina non s’ha da fare. Cose da femmine, si dirà. Forse. Però non da bambine.


La gatta nipponica con fiocco rosso incluso si è insinuata in tutti i meandri della nostra quotidianità. Ramazze per pulire i pavimenti, capelli su cui rimane stampigliata l’immagine della gattina grazie a una piastra, borse, trousse, pochette, zaini, assorbenti igienici. E forse è meglio non andare oltre. Un dato è certo: quando si entra in un negozio non c’è tema di non incontrare almeno un oggetto che riporti l’effige di Hello Kitty. Non vi sembra strano? Ci sarà pure una ragione. Questione di soldi, è la prima spiegazione che si può dare, perché così va il mondo. Già ma perché Hello Kitty e non, che so, Minnie o Paperina? Indubbiamente ci saranno licenze e contratti concessi. Ma se c’è un’invasione maniacale di gatti bianchi dolci, qualche domanda non possiamo non porcela.


Un po’ di storia. Hello Kitty è un personaggio inventato dalla Sanrio in Giappone nel 1974 ed è stato registrato come marchio due anni dopo. A importarla in Italia ufficialmente è stato Nicola Bartolini Carrassi che, oltre ad essere giornalista e conduttore televisivo, è un esperto di oggettistica per bambini e adolescenti. Bene fin qua la storia. Puntiamo ora sull’osservazione del personaggio. Molta osservazione e poco ragionamento portano altalla verità. Poca osservazione e molto ragionamento portano all’errore (Alexis Carrel, premio Nobel per la Medicina nel 1912, dixit). Descrizione quindi: Hello Kitty è una gattina bianca, con un fiocco rosso dietro l’orecchio sinistro e senza bocca. Non parla quindi? Una deroga al disegno originale è stata concessa al cartone animato e quindi Hari Kiti (come suona la traslitterazione giapponese) in tv e dvd ha facoltà di parlare.


Ma che il disegno primigenio non abbia la bocca ci offre lo spunto per una riflessione. Magari sbagliata, però… che piaccia a tutti chi non parla e susciti tenerezza (si vedano i commenti sui siti che vanno da “è dolcissima” a “è troppo dolce”, e per dolcezza non sottolineeremo l’uso improprio dell’italiano) scusate, ma fa venire i brividi. Se per natura i cuccioli devono suscitare tenerezza, che pare venga risvegliata dalle forme tondeggianti (e la nostra micia ha il muso quasi come un cerchio) al fine di assicurarsi la protezione materna, allora Hello Kitty diviene rappresentazione di richiesta di protezione e di affetto, ma lo fa senza parole. Come i neonati, si potrà obiettare. Non proprio perché i neonati piangono, strillano e urlando ottengono l’attenzione e il cibo. Hello Kitty no: lei sta lì, muta e si sente riversare addosso mielose parole, tali da far salir la glicemia a chiunque. Tra i disegni realizzati dai bambini e che raffigurano volti di animali o persone, quelli che non hanno la bocca sono quelli che vengono fatti da coloro che hanno subito forti traumi e che sfiduciati non osano più parlare.


Saliamo d’età ed entriamo nel mondo adulto. Qui cattura la simpatia dell’altro chi molto ascolta, e Hello Kitty mette in risalto le sue orecchie grazie a quel fiocco rosso, e poco parla. Le personalità narcisistiche, e sembra che di individui così ce ne siano davvero tanti, vogliono che l’altro rifletta un’immagine positiva di loro stessi. Perché parlare quindi ed esprimere un’opinione diversa di colui di cui si deve solo rimandare un riflesso degno di lode? Narciso vuole solo che l’acqua rispecchi la sua bellezza, non vuole il confronto costruttivo. Beh potrà forse sembrare che si tiri questa gattina invadente per la coda, però però… se una mania si diffonde, e di Hello Kitty non si può non parlare di mania, indubbiamente ci saranno, come si diceva contratti, licenze e marchi registrati quindi, in una parola, sarà una questione di business, ma d’altro canto è anche vero che se una moda si diffonde ci deve essere pure un pubblico pronto ad accoglierla e a mettersela addosso.


Perché Hello Kitty? Voglia di tenerezza. Senza proteste però. Altrimenti detto: ti voglio bene così come voglio io. E tu? Resta in silenzio, non parlare. E pensare che in francese oltre a je t’aime si dice je veux ton bien (voglio il tuo bene). Se così è, quanto si è lontani da questo francesismo e Hello Kitty altro non è che l’incarnazione di questo falso concetto di relazione.


Ma torniamo con i piedi per terra, perché il troppo ragionamento, si diceva, conduce al falso. Allora rimaniamo solidamente ancorati alla realtà. E osserviamo. In un normale pomeriggio di fine estate, ecco che camminando incontro chi risponde al cellulare color Hello Kitty, subito dopo mi passa davanti una bambina che indossa shorts targati Hello Kitty. Quando entro in un negozio la ragazza di fronte a me paga estraendo i soldi da un portafoglio firmato Hello Kitty. È necessario proseguire? Non vi sembra ci sia un’esagerazione in tutto ciò? E se la dolcezza iniziale appaga, il rischio serio che si corre quando non ci si pone dei limiti nell’assaporare una torta glassata, zuccherata e con l’aggiunta di miele, è quello di una dolorosa indigestione.

 

Tiziana Benedetti


In collaborazione con Help!


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