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La lingua è cultura

 |  Redazione Sconfini

La padronanza di una o più lingue straniere, oggi, è generalmente considerata un requisito essenziale in ambiti sempre più numerosi dell’universo professionale. Ma apprendere e parlare una o più lingue, diverse dalla lingua madre, vuol dire anche altro:

rappresenta il primo passo verso la costruzione di una cittadinanza sovranazionale. È la direzione a cui conducono i grandi processi in atto nel nostro tempo: dall’unificazione europea alle tendenze di globalizzazione, nell’economia come nella politica. In altre parole, una lingua straniera è uno strumento pratico quasi irrinunciabile nel lavoro e insieme un importante tramite di significati sociali e culturali. Questi gli argomenti e le questioni a cornice della conversazione che abbiamo avuto il piacere di intrattenere con il signor Peter Brown, direttore della British School del Friuli Venezia Giulia, e con due responsabili della Scuola, le signore Jill Woodcock e Rebecca Blakey.

Sicuramente, un ottimo spunto da cui partire è l’imminente giornata europea delle lingue del 26 settembre. Mr. Brown, può spiegare ai lettori di Help! qual è il significato di questa giornata e quali le sue finalità?

Essa fu istituita per la prima volta nel 2001. Il fatto interessante è che si tratta di uno dei pochi eventi coordinati sia dall’Unione Europea sia dal Consiglio d’Europa, che è l’organo con base a Strasburgo (Francia) che guarda soprattutto ai diritti umani, ai sistemi di formazione, istruzione e cultura di tutti i 46 stati europei. Sottolineo un aspetto del nome: non giornata delle lingue europee, ma giornata europea delle lingue. Cioè una sensibilizzazione, un momento di riflessione ma anche di entusiasmo verso tutte le lingue del mondo, dialetti compresi. L’idea è di mostrare che l’altro non è minaccioso; che conoscere un essere umano parlante un’altra lingua non diminuisce ma arricchisce. Le iniziative volte a questo fine, e gli strumenti più adatti a raggiungerlo – come il Portfolio Europeo delle Lingue – vengono promossi in questa giornata in tutta Europa. Inoltre, si vuole insistere sul fatto che nessuno è troppo vecchio per imparare una nuova lingua: le lingue straniere non si apprendono solo a scuola. Ma soprattutto, la giornata mira a trasmettere il concetto di interculturalità. Il 26 settembre, per esempio, noi trasmetteremo nelle nostre aule un documentario realizzato dal Goethe Institut di Berlino: si può dire che chi entrerà alla British School quel giorno sentirà parlare il tedesco quanto l’inglese! Una delle lezioni che tutti noi dobbiamo imparare, infatti, è che bisogna sensibilizzare le future generazioni perché si avvicinino sempre più alle lingue straniere e le rispettino.

Secondo lei, Mr. Brown, si avverte oggi più che in passato la necessità di una lingua franca? L’inglese, in particolare, può diventare la base per una lingua franca mondiale?

È assolutamente incontestabile che l’inglese in questo momento è la lingua predominante nel mondo. Vorrei ricordare, però, come nella storia ci siano state altre lingue franche, e come in ciascuna di esse ci sia stata l’origine di quella successiva. Per esempio, nel greco troviamo l’origine del latino, nel latino c’erano le origini dell’inglese: basti pensare che circa il 40% della sintassi inglese è d’origine latina. Detto questo, è certamente vantaggioso disporre di una lingua comune, grazie alla quale diventa più facile per tutti lavorare, viaggiare liberamente, acquisire informazioni, e così via. È bene evidenziare come il sistema scolastico in Italia preveda lo schema 1+2, cioè l’insegnamento della lingua madre più altre due lingue: non ci si ferma quindi all’inglese. Ciò è molto importante perché apre altre possibilità. Inoltre, si deve sempre tener conto di una cosa: che una lingua straniera la si apprende anche – e soprattutto – fuori da un’aula scolastica, nelle sedi informali proprie alla vita di tutti i giorni (attraverso gli amici, le e-mail, le canzoni, i film). Ci sono strumenti, come il Portfolio Europeo, che permettono alle persone di controllare costantemente queste forme di apprendimento “informale”. Insomma, il concetto di lingua franca va bene: purché lasci spazio ad altre lingue, e anzi aiuti a proteggerle e mantenerle in vita.

Mrs. Woodcock, perché ritiene che ci sia il bisogno delle scuole private in fatto di lingue straniere se già il sistema scolastico pubblico prevede il loro insegnamento? Rispetto alla formazione pubblica un istituto come la British School, secondo lei, riveste un ruolo di integrazione o supplisce a carenze strutturali?

Innanzitutto bisogna dire una cosa ovvia: la scuola pubblica insegna le lingue a chi è in età scolastica. Fra i nostri iscritti, invece, abbiamo moltissimi adulti che oggi hanno la necessità di imparare l’inglese perché a scuola hanno studiato altre lingue. Allo stesso tempo, ci sono anche molti genitori che si rivolgono a noi perché vogliono che la scuola privata affianchi i ragazzi nel loro percorso di studio; ritengono che l’apprendimento della lingua straniera sia più efficace se svolto con un docente di madrelingua, e spesso vedono nella scuola pubblica proprio la mancanza di questa interazione. Ci sono anche i ragazzi che non studiano l’inglese a scuola, benché oggi siano una minoranza. Poi ci sono i bambini più piccoli, che i genitori ritengono sia opportuno avviare ad una lingua straniera in età molto giovane: la scuola materna o primaria, infatti, non riesce sempre a soddisfare tale esigenza. Poi ancora ci sono ragazzi più grandi che, pur studiando l’inglese a scuola, vengono da noi a frequentare un corso di maggiore specializzazione, in grado di garantire una certificazione riconosciuta a livello internazionale, così da poter proseguire gli studi all’estero anziché in Italia. Insomma, i nostri corsi comprendono una fascia di età molto ampia: per esempio, ci sono classi riservate ai bambini di 4 e 5 anni e corsi per adolescenti oltre a gruppi di adulti.

Immagino, Mrs. Woodcock, che le classi di diverse età diano luogo a momenti d’incontro spesso divertenti…

Certo, è bello assistere allo spettacolo di un teenager e di un direttore di banca che comunicano tra loro in inglese. È un’occasione d’aggregazione sociale altrimenti piuttosto difficile da realizzare. Se vogliamo, le classi eterogenee per età e composizione sociale sono il simbolo della nostra concezione ideale della lingua come esperienza comune, come possibilità di accrescimento reciproco e arricchimento della propria identità; della lingua come cultura.

Per quanto riguarda l’approccio didattico, Mrs. Blakey, quello seguito dalla vostra scuola si differenzia rispetto a quello tradizionale della scuola pubblica?

Diciamo che noi non siamo tenuti a seguire i vincoli imposti dal Ministero della Pubblica Istruzione. In un certo senso siamo più liberi, quindi più pronti a rispondere alle esigenze dei ragazzi, che sono in perenne mutamento. Avvengono, infatti, continui cambiamenti generazionali: cambia l’insieme dei mezzi di apprendimento, anche l’approccio stesso alla lettura, e quindi il metodo d’insegnamento deve sapersi adeguare. In generale, il metodo seguito alla British School è un metodo che potremmo definire globale, nel senso che punta a non tralasciare alcun aspetto. Prima di tutto, le nostre lezioni si svolgono in lingua inglese, e questa è forse la caratteristica che più la distingue dalle lezioni che si tengono normalmente a scuola. Abbiamo presente, poi, che un insegnante deve essere capace di utilizzare in classe un gran numero di metodologie, a seconda del tipo di studente che si trova davanti: a seconda delle sue conoscenze di base, delle sue motivazioni, o della sua età. Le persone in età adulta, per esempio, di solito hanno difficoltà maggiori nell’ascolto che nella lettura. Al contrario, com’è noto, i bambini dispongono di una facoltà molto sviluppata di apprendimento attraverso l’ascolto. In ogni caso, prima di accostarsi ad un’altra lingua, è indispensabile conoscere bene quella propria d’origine. Non sono rari i casi di persone, nostri studenti soprattutto giovani, che si esprimono in lingua inglese a livello scritto meglio di quanto fanno in italiano. Casi abbastanza rari fino ad una decina d’anni fa, ma ora in progressivo aumento.

A suo parere, Mrs. Blakey, da quali ragioni dipende questo fenomeno?

Un’influenza in parte negativa la esercita forse il gergo misto, pieno di abbreviazioni, che viene usato nei nuovi mezzi di comunicazione, come sms ed e-mail, e che viene ripreso particolarmente nella pubblicità televisiva e nei programmi musicali molto seguiti dai ragazzi: un gergo che sfavorisce l’apprendimento rigoroso della propria madrelingua. In secondo luogo, noi viviamo in un mondo dominato da immagini. Il fatto in sé non è essenzialmente negativo: l’importante è che all’immagine segua sempre una descrizione, l’espressione a parole delle emozioni che essa suscita in noi. Le nostre riflessioni possono venire fuori solo se sappiamo usare le parole. Ecco perché il messaggio chiave deve essere questo: bisogna imparare una lingua a fondo, puntare sempre più in alto, non fermarsi alle basi né accontentarsi di un grado di conoscenza intermedio. È determinante raggiungere un alto livello di padronanza.

Infine, chi vuole iniziare ad imparare una nuova lingua deve porre molta attenzione alla questione dei livelli. Cosa può dire al riguardo, Mr. Brown?

Se si chiede ad una persona di classificare la propria conoscenza di una lingua straniera, ancora oggi capita spesso di sentirsi rispondere: livello intermedio. Ma cosa vuol dire? È necessario invece che la conoscenza della lingua sia classificata secondo un sistema standardizzato riconosciuto internazionalmente, come quello messo a punto dal Consiglio d’Europa. Tra l’altro, il Portfolio Europeo delle Lingue serve a rendere immediatamente comprensibile a chiunque questo sistema.

Patrick Karlsen

 

 

 

 

 

 

 


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