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Disorder, di Gianfranco Franchi

 |  Redazione Sconfini

I greci sapevano che la poesia è in primo luogo una ricerca, uno scavo alle radici dell’essere, una ricognizione degli elementi primi che fondano il nostro stare al mondo. Se la narrativa racconta e descrive, e quindi si poggia per definizione su una pretesa di oggettività, la poesia invece è parente stretta della filosofia, indaga e rivela; e pertanto, più vuole farsi strumento di avvicinamento alla totalità, più la parola del poeta, come quella del filosofo, deve attingere all’esperienza e alla realtà interiore del singolo. Chiamare in causa la categoria dell’autobiografismo, magari con atteggiamento di critica, è a quel punto del tutto fuorviante, poiché se al poeta si inibisce la necessità di pronunciarsi a proposito di se stesso, non si fa che impedire quell’osmosi dall’individuale all’universale che dà la possibilità stessa della genuina poesia.

 

Naturalmente non basta riferire sulla propria persona per essere poeti; anzi la netta tendenza all’autocompiacimento è la mala pianta che ha ridotto la nostra poesia a un delirio dei molti, degradandola tante volte al livello di una feticistica pedicure dell’ego. Bisogna avere la vastità di spirito, la potenza linguistica e la generosità creativa che si ritrovano nei racconti migliori presentati in Disorder. Che sono queGianfranco Franchilli nei quali l’urgenza della confessione travolge ogni residua finzione di impersonalità, e l’io dell’autore viene superato proprio grazie a un’esposizione insistita della sua individualità. È lì, in un crescendo che accompagna l’andatura del libro dall’inizio alla fine, che Franco si svela e accetta, potrei dire, di dar voce al poeta che è in lui.

 

La prima parte, beninteso, sta a dimostrare che gli sono presenti anche il ritmo e i registri della narrativa. Non a caso si tratta dei racconti in cui la presenza della realtà è data per assioma, e nei quali la voce del narratore, come è giusto e inevitabile che sia, si risolve a descrivere e raccontare. Ma è una situazione che dura un attimo: in Disorder i canoni della narrativa non hanno cittadinanza, pur rappresentando una strada che merita di essere battuta da Gianfranco in futuro, quando sarà tempo di prendere distanza da sé, concentrarsi sul sapere oltre che sul vivere e sull’amare.

 

Qui già da Complemento oggetto in poi, che è il terzo racconto della serie, prorompe l’anima poetica di Gianfranco, quella propensione alla ricerca che si assesta dapprima sulla forma, tendendo a sperimentazioni radicali e sorprendenti nell’utilizzo del linguaggio, e poi va a corrodere gradualmente la struttura del contenuto, in una dissoluzione progressiva della fiducia nella realtà. Ciò avviene perché Franco, come i filosofi e i poeti, sa bene che riflettere sul linguaggio porta a riflettere sull’essere; anzi è convinto che l’essere non sia che linguaggio, e al pari di quest’ultimo sia malleabile, interpretabile, fraintendibile. Sperimentare sull’uno equivale a una vivisezione dell’altro; contaminare la scrittura con musica rock e pop – un cardine dell’universo franchiano – piegandola e quasi rendendola schiava delle atmosfere dettate dai brani di volta in volta prescelti; smozzicare la fraseologia e la sintassi significa mettere sotto tortura e dentro una tritura la cognizione comune del reale, scarnificarlo con una fame interiore di senso che porta spasmodicamente al ritrarsi di ogni senso, cioè ad accarezzare la morte.

 

Si capisce come il gesto, sul piano dei contenuti, abbia qualcosa a che fare con l’audacia e l’esaltazione di Dino Campana e rimandi inoltre, come nello spettrale ma splendido (De)lucido, ai cortocircuiti tra memoria e coscienza tipici di Philip K. Dick. Sul piano stilistico, invece, mi sembra si siano fatti passi da gigante verso quella ambiziosa, e forse utopica, slatinizzazione dell’italiano vagheggiata da Bazlen, a suo dire la sola chance di fare poesia nella lingua del Paese che pur è stato di Dante.

 

Per concludere, ribadisco che Disorder appare come una raccolta di racconti ma è in lampante evidenza un libro di poesia. E probabilmente non c’è modo migliore di definire la ricerca letteraria di Gianfranco che quello di rifarsi alla radice del termine stesso di poesia. Dal greco, poièo – faccio, creo. In questo libro infatti vengono creati mondi e linguaggi, si distruggono significati e reinventano sensi, si annientano le illusioni e viene donata speranza come accade soltanto nelle pagine dei grandi poeti. E in una nazione nasce un poeta ogni cento anni o più – ammonivano gli urli straziati e rabbiosi di Moravia per Pasolini o di Biagio Marin per Slataper, ugualmente incapaci, quando furono espressi, di scuotere la nazione dal sonno.

 

A ben vedere, l’unico servigio che si deve a un poeta – il quale altrimenti non è fatto per ricevere bensì per dare senza condizioni, come una stella cadente vive bruciando di se stessa – è quello di riconoscerlo come tale. Un Paese che non ascolta o non capisce i suoi poeti assomiglia a quei bambini in Peter Pan che non credono più alle fate e, così, le uccidono. Si merita di invecchiare e poi di scomparire.

 

Patrick Karlsen

 

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.

Gianfranco Franchi, Disorder unknown pleasures, Edizioni Il Foglio, Piombino 2006.

Gianfranco Franchi (Trieste 1978), fondatore del magazine on-line www.lankelot.eu, vive a Roma.

 


In collaborazione con Help!

 

 


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