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Immigrati: chi sono, perché partono, ma soprattutto dove finiscono…

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Dopo tre anni di inchieste tra Libia, Algeria, Tunisia, Egitto, Italia e non solo, Gabriele Del Grande pubblica “Il mare di mezzo al tempo dei respingimenti”. Un libro che ha fatto ben presto – e sta facendo tuttora – il giro d’Italia, e che racconta, attraverso le testimonianze dei protagonisti e gli stessi occhi del giovane reporter toscano, la faccia della medaglia che rimane spesso nell’ombra. Una visione un po’ diversa da quella spesso proposta da altre versioni e che, senza la presunzione di convincere, vuole offrire un punto di vista differente per sollevare, per lo meno, qualche dubbio. In occasione della presentazione del suo libro a Trieste abbiamo incontrato Gabriele Del Grande per parlare di questo e non solo.


> I PROTAGONISTI
“Ormai dalla Libia non parte più nessuno”, è la frase categorica di Gabriele. “Dopo l’accordo operativo per i respingimenti in mare tra Roma e Tripoli le rotte sono cambiate. Gli eritrei che vogliono scappare dal proprio Paese passano per l’Egitto: la nuova meta è ora Israele”. “Tuttavia – continua il giornalista – per quanto riguarda il ruolo dell’Italia in tutto questo non è una questione di bandiera politica, e quindi di Berlusconi, perché per chi avesse un po’ di memoria storica gli stessi accordi erano stati siglati anche dal governo Prodi”.
Per capire invece chi sono i protagonisti degli sbarchi a Lampedusa, o chi sono le persone che, una volta riportate sulle coste africane, vengono risucchiate dalla propria terra scomparendo nel nulla e lasciando le proprie famiglie in preda alla disperazione più completa, basta sfogliare le pagine del libro: un volume sottile eppure denso di storie e informazioni che riescono a ben trasmettere situazioni ed emozioni. Si tratta soprattutto di giovani, giovani che desiderano viaggiare, che sognano un futuro diverso da quello che la loro terra non può offrire perché schiava di situazioni politiche ed economiche insostenibili. “Chi parte perché ha problemi – racconta Del Grande – spesso scappa oltre confine. Invece chi parte per i Paesi lontani è proprio chi può permettersi di pagare somme importanti, fatte spesso arrivare da parenti all’estero. Si tratta di giovani che vogliono viaggiare per fuggire dalla frustrazione di vedersi passare davanti agli occhi i migliori anni della loro vita senza lavoro né niente. Il vero problema sono le ambasciate che non rilasciano i visti per l’estero, fatta eccezione per alcuni uomini d’affari. Cosicché chi vuole andarsene altrove è costretto a farlo per forza in modo irregolare”.
Accanto a questi, però, ci sono anche giovani uomini e donne che scappano dalla guerra civile, persone minacciate o perseguitate dal regime totalitario del proprio Paese. Come i tunisini scappati a seguito della rivolta del popolo delle miniere di Redeyef tra il 2008 e il 2009 (i cui protagonisti principali vennero perseguitati dallo Stato). Come i somali fuggiti nell’agosto 2009 da un Paese dove i disordini della guerra civile non si sono mai spenti: intercettati nelle acque del Mare Nostrum per poi essere trasportati in Libia, sono stati smistati in diverse carceri.
Il problema di cui si discute tanto a seguito degli accordi Italia-Libia non riguarda infatti il semplice fatto che queste persone vengono riportate sulle coste africane e private a priori di qualsiasi possibilità di richiesta di asilo politico. Ad essere criticato è soprattutto l’uso che viene fatto dei finanziamenti italiani, e quindi del modo in cui vengono gestiti i migranti dalle autorità libiche senza alcun intervento degli osservatori internazionali, e di come alcune richieste d’asilo vengono gestite dalle apposite Commissioni italiane. Perché se un tempo si parlava di tratta degli schiavi, oggi si può parlare di una vera e propria tratta dei migranti. Migranti trasportati negli appositi centri di detenzione viaggiando rinchiusi in camion senza aria né luce, stipati come animali; ammassati nelle celle capaci di contenere la metà delle persone introdotte e costretti a dormire per terra in condizioni igieniche insostenibili, finendo spesso vittime di torture e violenze sessuali e psicologiche da parte della polizia carceraria. Polizia che, a sua volta, è corrotta fino all’osso, liberando i prigionieri a pagamento (le cifre si aggirano attorno ai mille dollari) o rivendendo gli stessi migranti a degli intermediari che si fanno pagare dai malcapitati illudendoli di condurli nel luogo desiderato per poi consegnarli invece nuovamente nelle mani delle guardie incappando in finti posti di blocco precedentemente concordati.
> LA POLIZIA
“Parlando della Libia – sostiene Del Grande – il problema più grosso è la polizia: picchia e tortura chiunque: le prime vittime sono gli stessi carcerati libici. Lì il carcere non ha una visione rieducativa. Hai fatto una cosa sbagliata? Allora paghi, devi soffrire. Non vi sono associazioni né la Croce rossa all’interno dei luoghi di detenzione. Non c’è nessuno che controlla, e le stesse guardie al di fuori del loro luogo di lavoro, sono in realtà persone normalissime, affabili mariti e padri di famiglia”.
Libia, ma non solo: «Prima mi fecero spogliare nudo. Poi mi passarono un bastone dietro le ginocchia (…) mi legarono i polsi alle caviglie (...) e mi facevano girare come un pollo allo spiedo. Il tutto andò avanti più o meno cinque ore». È la dichiarazione di un tunisino relativa alle torture subite al commissariato di Gafsa (regione della Tunisia e sede di un carcere) dopo esser giunto in Italia nel 2009 e mandato al centro di Gradisca. A lui e ad altri tunisini la richiesta per lo status di rifugiato è stata rinnegata, si legge nel libro, perché «le dichiarazioni in merito agli eventi riportati sono talmente dettagliate da poter essere tranquillamente mandate a memoria tramite accesso alle pubbliche banche dati sulla rete Internet». Col risultato che molte di queste persone, una volta rimpatriate, sono state tratte in arresto dalla polizia locale e di loro è sparita ogni traccia.
> IL MESSAGGIO DELL’AUTORE
Questi sono alcuni degli spunti che si possono trovare nel libro. Ma in realtà di storie e vicende ce ne sono molte altre e completamente sconosciute, così come sconosciuta è l’Africa contemporanea teatro di queste storie. Un Continente in via di sviluppo che in realtà è ben diverso da come probabilmente lo vede gran parte dell’immaginario collettivo. “La Libia ad esempio – rileva il giornalista – è in continua espansione. Dopo la fine dell’embargo, nel 2004, si sta arricchendo sempre più: è un Paese ricco di petrolio e gas che conta una popolazione di soli sei milioni di abitanti, più o meno come Roma e Milano messe assieme. Ha una liquidità incredibile, sta comprando armamenti e tecnologie in tutto il mondo. Non ci sono partiti né organizzazioni, tuttavia sta vivendo un processo di apertura: da poco è nata la prima stampa privata, e di recente sono stati rilasciati più di mille prigionieri politici: il che non è poco, anche se probabilmente si tratta per lo più di azioni di facciata. Tra lavoratori e studenti si conta inoltre circa un milione e mezzo di immigrati ben accettati dalla società. Tuttavia tra questi vi è una certa discriminazione verso nigeriani, somali ed eritrei. I primi perché in base ad alcuni stereotipi costituiscono la mafia legata alla vendita di droga, alcol e alla gestione dei bordelli; gli altri perché negli ultimi dieci anni arrivano solo di passaggio per raggiungere il mare. E siccome è noto che viaggiano con molti soldi in tasca, per non finire vittime di rapine sono costretti a muoversi nell’ombra. È cronaca recente la notizia di un eritreo accoltellato da un ragazzino”.
Dei tanti messaggi che si possono cogliere attraverso i racconti dell’autore, il messaggio di fondo è piuttosto chiaro: per risolvere un problema non si può semplicemente allontanarlo dalla vista, soprattutto se in gioco ci sono delle persone e la salvaguardia dei diritti umani. “Secondo me – commenta Gabriele Del Grande – bisogna uscire dalla logica della gestione delle persone. Non si può pretendere di gestire la libertà degli uomini. L’Unione europea dovrebbe avere più coraggio e condurre diversamente la questione, investendo piuttosto in progetti per la mobilità, e quindi sul turismo, l’istruzione e il lavoro. Senza dimenticare che consentire la mobilità può costituire anche un antidoto per contrastare determinate politiche internazionali piuttosto “interventiste” portate avanti da alcuni Paesi: se in alcuni casi attraverso la guerra si creano le grandi, indesiderate, migrazioni di massa, allora forse è il caso di modificare le proprie strategie…”. “Spesso – conclude – si tende a fare confusione tra cause ed effetti: la gente guarda di malocchio i quartieri di immigrati, che invece sono la conseguenza di una serie di situazioni e di un determinato tipo di politiche”.
Corinna Opara


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