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Renzusconi. Sono troppi i motivi per dubitare del sindaco di Firenze

 |  Redazione Sconfini

Da oltre un mese a questa parte si sprecano i commenti negativi, non sempre infondati ma troppo spesso leziosi e ipocriti, su Beppe Grillo e i parlamentari del M5S. Una forza antisistema non poteva aspettarsi altro.

Ripulendo dalle tonnellate di fango gratuito gli inquietanti corsivi di pura disinformazione in stile Corea del Nord che un po' tutta la stampa e la tv italiana hanno prodotto a riguardo si può legittimamente contestare a Grillo un eccessivo dirigismo e una notevole testardaggine. Di certo però non l'abdicazione ai tratti duri e puri con cui nasce il suo movimento e la coerenza con il programma e le regole sottoscritte in tempi non sospetti da tutti gli eletti prima di candidarsi alle parlamentarie pentastellate.

Ora, dopo settimane di bombardamento mediatico l'opinione pubblica è un po' scossa e molti strati più esterni, quelli molli del suo elettorato dell'ultim'ora (specie i berlusconiani in ritorno all'ovile) stanno voltando le spalle al Movimento. Pochi punti percentuali. Pochissimo per lo sforzo profuso dalla propaganda, ma sufficienti a costringere Grillo a una riflessione.

Qualsiasi cosa se ne dica, però, il vero problema del futuro del centrosinistra italiano non è Grillo che fa quello che ha detto di fare mesi fa (alliterazione voluta), bensì Matteo Renzi, l'essere umano più arrivista che si ricordi in campo socialista e riformatore dai tempi di Craxi.

Renzi è una vera sciagura per il Pd, che con la sola sua presenza rischia di spaccarsi in due o tre tronconi e non solo perché è un quaquaraqua che se ne frega completamente dei suoi concittadini che l'hanno eletto a sindaco (carica che non ricopre seriamente da oltre un anno) ma perché pur di ottenere il privilegio di un ruolo governativo è disposto a vendersi anche a Berlusconi.

Il tutto, in una cornice veramente opaca: coerenza simile a quella del Cavaliere (il 1° marzo 2013 affermava: "Ho perso le primarie, faccio il sindaco. Senza rimpianti"); finanziamenti da parte di imprenditori (Serra) con sede in paradisi fiscali (Cayman) e da parte di società multinazionali che certamente non puntano al bene comune, ma anche da personaggi vicini al mondo berlusconiano come Franco Bechis (Libero) e Emanuela Romano (una delle fondatrici del comitato Silvio ci Manchi).

Ciliegina sulla torta di una carriera esplosa dopo l'ufficializzazione della liason professionale con Giorgio Gori (già guru e spin doctor di Berlusconi) ma che rivela la piccolezza dello spessore politico del personaggio il caso dei contributi da dirigente che il Comune e la Provincia di Firenze pagano da 9 anni a Renzi. La storia, raccontata da Marco Lillo sul Fatto quotidiano, è in perfetto stile con alcuni personaggi visti al governo negli ultimi 10 anni. Quasi 9 anni fa il giovane Renzi fu assunto (come dirigente ovviamente) dalla società della sua famiglia (Chil srl), 8 mesi prima di collocarlo in aspettativa! In modo del tutto casuale, ovviamente, l'Ulivo comunicherà la candidatura di Renzi solo 11 giorni dopo l'assunzione. Il che in una delle provincie più "rosse" d'Italia è un'ipoteca sulla vittoria. I contributi da dirigente non li paga Renzi, né la sua famiglia. Bensì la collettività fiorentina. Questo impone la legge per gli amministratori locali.

E Renzi, novello furbetto di un quartierino malfamato, ne ha approfittato.

Tolto dalle scatole Bersani, alle prossime elezioni la scelta su chi votare si assottiglierà: Grillo, Berlusconi o... Renzusconi?

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(foto: wikimedia commons)

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