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Donne: vittime vincenti

 |  Redazione Sconfini

Sembra che oggi la donna stia vivendo una fase per molti versi minimalista, priva di spinte di valore, immersa in una realtà parziale, pubblica, fatta solo di gesti e di apparenza, trascurando la dimensione più intima ed emotiva del suo animo… nella quale si cela, invece, il suo più alto potenziale.

L’affezionata osservazione dell’universo femminile mi ha fatto sorgere due dubbi…

Il primo. Non riesco a capire bene se il femminismo è stato catastroficamente sconfitto dal narcisismo e dalla “vita da single” di molte donne come sostiene Maureen Dowd nel suo ultimo libro che, tradotto, suggerisce in modo inquietante “Ma gli uomini sono necessari?”. O addirittura morto, come afferma già da tempo German Greer, l’autrice di quel famoso “Eunuco femmina” che una trentina di anni fa rappresentò la bibbia mondiale della rivoluzione femminista. Oppure al contrario se è ancora vivo e in buona salute mimetizzato all’interno delle attuali teorie biofemministe sintetizzate in quel “femminalismo” (dall’inglese “femaleism”, fusione dei termini inglesi female, femmina, e male, maschio) che supera la storica diffidenza nel riconoscere le differenze fra il genere maschile e quello femminile e sventola come sua bandiera il concetto: “Certo che le donne sono diverse dai maschi. Sono meglio!”. Monoteistica dottrina a “sesso unico” che vorrebbe le donne biologicamente superiori agli uomini, femmine-cacciatrici dal Paleolitico fino ai giorni nostri, più forti e intelligenti, nonché più lussuriose, con ciclo mestruale e menopausa come vessilli del loro primordiale potere anziché come fonte di limitazione, di malessere e di angoscia. Il parere di eminenti antropologi è però diverso: definiscono “grossolani errori” queste affermazioni, rimandando il problema all’annoso e tuttora irrisolto dibattito su quanto la cultura abbia condizionato e condizioni a livello genetico il comportamento, su quanto cioè le velleità umane abbiano modificato la nostra struttura biologica. Da un lato quindi le analisi di accreditati studiosi come Helen Fischer sui naturali talenti della donna, capaci di cambiare il mondo, dall’altro le laconiche affermazioni come quella di Ida Magli: “Oggi non c’è possibilità di verifica, l’unica cosa certa che possiamo dire è che le donne vivono più a lungo”.

Il secondo dubbio. Posto che a distanza di quarant’anni dai gloriosi ardori della rivoluzione sessuale nulla sembra aver funzionato come ci si aspettava, e che anzi i sessi sembrano oggi guardarsi sempre più con sospetto e diffidenza continuando a relazionarsi con estrema difficoltà, non sarà che le donne stanno diventando scontate, prevedibili e noiose come gli uomini? Passato l’impegno della rivoluzione, superati gli entusiasmi della lotta di liberazione, sembra quasi che oggi la donna stia vivendo una fase per molti versi minimalista, priva di spinte di valore, immersa in una realtà parziale, pubblica, fatta solo di gesti e di apparenza, trascurando, con un cenno di amaro disincanto, la dimensione più intima ed emotiva del suo animo… nella quale si cela, invece, il suo più alto potenziale.

Sì, perché su una cosa invece non ho dubbi: è proprio nell’apparente essere vittima della donna che sta il suo potere. Può essere vero che, lungi da una parità peraltro impossibile dal punto di vista dei vissuti e delle soluzioni di vita, le donne non si sono affatto liberate ma anzi si sono confuse nell’universo maschile, ne hanno mutuato stili di vita e obiettivi, assimilandosi persino al suo immaginario sessuale. Ma la donna emerge inevitabilmente come essere emotivo, depositaria di esperienze e percezioni spesso invisibili alla razionalità, anche se passionale, dell’uomo.

Emozione e passione, ecco la vera differenza.

Sì, emozione e passione: l’una, l’emozione, come fattore di incidenza sulla realtà, come forma più elevata ed evoluta dello storico “intuito femminile”, come chiave di consapevolezza e di empatia. L’altra, la passione, come espressione maschile a valenza trasgressiva dai risvolti spesso aggressivi estesi fino a sconfinare nell’abitudine e nella noia, anima violenta dei conflitti relazionali e sessuali.

Sono le emozioni la vera forza eversiva dell’universo femminile. In un mondo che nel suo esistere pratico va avanti a suon di apparenza e di arrogante, anche se a sprazzi passionale, razionalità, sono paradossalmente le emozioni più semplici a diventare rivoluzionarie. Vittoria quindi delle emozioni anche sulle passioni, perché le passioni distolgono dal reale, corrono solo tangenti al reale. Le emozioni invece afferrano la realtà, la stringono, ne approfondiscono e ne allargano la percezione.

Colori, odori, sensualità. Amore e soprattutto erotismo: la donna è multipla in virtù delle sue capacità emotive, che le permettono mille sfaccettature proprio perché l’emozione è il regno della sfumatura. È qui che la donna può trovare la risposta ai propri dubbi, sollievo al proprio malessere, distrazione alla noia del sesso in un luogo di perduta, felice primitività. Così, prima del cuore, indipendente dalla ragione, anche il corpo è libero di rispondere senza esitazioni. Pure l’amore può diventare un’illusione ottica: una sfasatura, un’angolatura diversa possono modificare i contorni della realtà, trasformare il sentimento in attrazione fisica, esprimerlo in una vivida carnalità per ridargli subito dopo la sua veste di sentimento.

Catalizzatrice da sempre di segreti e tormenti, di antiche saggezze, di miti e magie, oggi la donna ha introdotto un elemento di novità, la complicità con il proprio piacere, pur continuando ad imporre l’equilibrio del proprio sentimento a situazioni sempre più squilibrate nelle loro espressioni. È una donna che sa definire la relazione, che ha imparato a porre il limite oltre il quale l’uomo, con la tragica farsa della sua crisi, può accedere soltanto abusando di lei. Corretta, quindi, l’analisi della Greer secondo la quale le donne non si sono affatto liberate ma sono più che mai ciò che l’uomo vuole che esse siano, e altrettanto corrette le parole della Dowd secondo la quale “le donne hanno impiegato qualche decennio per capire che ogni passo avanti nell’ambito professionale poteva sabotare il loro successo nella camera da letto”. Però, dietro questa apparente sottomissione, questa serena abnegazione di sé, è spesso celata una donna fortissima per la quale l’uomo, più che un padrone, rappresenta una sorta di bambolotto da accudire e vezzeggiare sessualmente senza disdegnare provocazioni e perverse seduzioni. Una donna che conosce il gioco e sa condurlo, che conosce bene il proprio uomo, soprattutto nei suoi bisogni, come una madre conosce il suo bambino per averlo accudito nelle necessità più intime.

Così l’uomo si è scoperto nelle proprie debolezze, perdendo l’immagine di forza impressagli dalla cultura e dalla storia, ed è diventato l’uomo “cenerentolo”, prototipo del maschio con la sindrome della comparsa. Da “macho” è diventato “micio”, se non addirittura “mocio” nel senso della celeberrima scopa a striscioline.

La protagonista invece è lei, ci dicono statistiche e mass-media: la donna della nuova generazione alla conquista di ruoli di potere e posti di prestigio, cyborg girl e techno woman, programmata per non farsi ingannare dai sentimenti. Eccolo l’errore! Potrà liberarsi della stretta soffocante che la chiude tra lo sforzo di rapportarsi alla propria madre e quello di sacrificare se stessa per i propri figli, potrà trasformarsi da geisha a bad girl, potrà pure diventare una donna ragno perversa e pericolosa, ma al di là di qualunque gesto di evasione o eversione la potenza femminile può esprimersi solamente attraverso la forza dell’emozione sincronizzando con essa l’aspetto pubblico, quello sociale, la sfera personale e quella intima. Queste quattro zone della vita psicologica, che hanno rappresentato in passato altrettanti campi di sanguinose disfide, hanno infatti regole comportamentali diverse perché diverse sono le dinamiche e le relazioni che in esse si sviluppano: dalla zona pubblica nella quale attingere stimoli ed informazioni a quella sociale dove si sta consumando la battaglia per la scalata dei ruoli di potere, per la conquista delle posizioni strategiche e di prestigio. Per arrivare poi alla zona personale, quella forse più vulnerabile, dove si rendono manifesti pensieri e sentimenti, dove la donna è chiamata a risolvere l’indecisione tra i benefici della propria indipendenza e il bisogno di continuare a dipendere, vezzeggiata e viziata dall’uomo. La zona dove oggi si è accesa più intensa la guerra civile del femminismo post moderno che deve digerire ed interiorizzare un’impegnativa eredità istituzionale (leggi sul diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale, pari opportunità) e che ha reso temporaneamente inadeguate, quasi incapaci di critica al limite del qualunquismo, una fascia di donne di età compresa tra i 30 e i 40 anni. Quelle donne che più attirano gli strali della Greer “per i lifting che hanno effettuato anche sul loro cervello”. E per finire, ultima zona da sincronizzare, quella più interna, la zona intima dove si sviluppa la consapevolezza degli effetti che le azioni hanno su qualcun altro e dove le donne devono far coincidere scomode contraddizioni: silenzi e frastuono, abitudine ed estasi, repulsione ed attrazione, il chirurgo estetico o lo psicoterapeuta.

Comunque, emozione. Il rimprovero alle femministe storiche di essere rimaste prigioniere di una riflessione elitaria ed autoreferenziale; la risposta delle femministe storiche che denunciano la svendita della causa femminile per denaro, sesso e moda; la voglia di autonomia dal femminismo delle femminaliste; il mito nascente della super donna e la negazione del legame maschio-femmina per la sopravvivenza umana.

Penso di aver capito. Ma il maschio, affrancato dal ruolo di nemico, cessato di essere obiettivo del polemizzare, cosa fa?

dott. Filippo Nicolini, psicologo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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