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Becca Tapert

Tanto, poco o niente sesso? Far l’amore fa bene all’amore

 |  redazionehelp

In una scena di un vecchio film di Woody Allen, Io e Annie, lei dice allo psicologo: “Non ne posso più, facciamo l’amore di continuo, anche tre volte alla settimana”.

Lui, invece, si lamenta con lo stesso psicologo: “Non facciamo mai l’amore, pensi, solo tre volte la settimana”. È più che una battuta, è un poema, è una sublime istantanea che racconta dell’antica e diffusa ansia sulla giusta frequenza dei rapporti sessuali, dell’insoddisfazione vista da angolature polarmente opposte, della non comunicazione all’interno della coppia, dell’arcaica convinzione che l’uomo vive in una sorta di “urgenza” sessuale mentre la donna può vivere tranquillamente anche astenendosi. Luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi, paure. Tutti elementi estremamente pericolosi per il loro potenziale altamente distruttivo, soprattutto in rapporti a lungo termine.
Ma in realtà di quanto sesso abbiamo bisogno nella vita? È possibile stabilire un minimo sindacale, un fisso al quale aggiungere eventuali provvigioni, necessario per vivere serenamente? O ancora, qual è il limite di guardia sotto il quale è rischioso scendere? Sono domande che mi sento porre spesso, esplicitamente o con gustosi giri di parole non solo dai miei pazienti ma anche da amici e conoscenti. A rigor di logica la risposta appare ovvia. Non si può stabilire la quantità di sesso necessaria in assoluto. È come il numero di calorie al giorno di cui abbiamo bisogno per vivere. In genere mangiamo a seconda dei nostri stimoli: abbiamo più o meno fame a seconda del giorno, della stagione, dello stress fisico a cui siamo sottoposti. E ognuno si regola da solo, ascoltando lo stimolo della fame, in maniera assolutamente unica e personale. Certo, c’è una quantità limite di calorie ma non stiamo certo a calcolare quante ne stiamo assimilando o quante ce ne mancano. Questo vale anche per il sesso. Ognuno ha i propri ritmi, le proprie esigenze, i propri desideri.
L’importante quindi è cercare di non cristallizzarsi su quantità minime o massime, o tentare di omologarsi ai suggerimenti di inattendibili statistiche raccolte da qualche programma televisivo o da qualche articolo che promette il benessere assoluto o la felicità eterna. Almeno una volta al giorno, tre volte alla settimana, due volte al mese… Per valutare di quanto sesso abbiamo bisogno dobbiamo, semplicemente, ascoltare il nostro corpo. Stabilire un dialogo, onesto e profondo, con la nostra sensorialità e con la nostra sensualità. In quest’ottica un altro mito da sfatare è quello che il bisogno sessuale sia differente nell’uomo e nella donna; anche se, per ragioni biologiche e culturali, le donne sono in grado di tollerare meglio l’astinenza avendo imparato a distribuire le proprie sensazioni su canali di tenerezza, affetto, amore, dolcezza.
Resta il fatto che al di là dei condizionamenti sociali e culturali, il bisogno di sesso è assolutamente soggettivo. Dipende dalla nostra storia personale, dalla famiglia da cui proveniamo, dalla coppia in cui viviamo. È un impulso che varia da individuo a individuo e che si modifica a seconda della situazione, dello stato d’animo, delle diverse fasi della vita ma anche del livello di energia personale. Ci sono infatti persone a “debole libido” con una tensione sessuale a basso voltaggio. Sono in genere persone calme, rilassate, morbide, talvolta pigre; per loro la pulsione sessuale è diluita nel tempo, con ritmi più lenti e attenuati. E ci sono le persone ad “alta libido”, spesso frenetiche, iperagitate, inquiete, perennemente alla ricerca di qualcosa, che vivono sempre a mille; per loro l’agitazione sessuale è più elevata, la voglia di far l’amore più frequente. Una coppia fortunata è quella il cui voltaggio sessuale interno è compatibile e in sintonia.
Certo bisogna accettare anche i momenti di pausa, di silenzio dell’eros per evitare di far l’amore come se si timbrasse il cartellino o come se si dovesse pagare una sorta di pedaggio per la normalità. Quanto sesso si fa per dovere, senza esserne convinti… mentre invece dovrebbe essere una scelta reale, che risponde a esigenze e bisogni profondi. Altrimenti fa più male che bene. È come l’astinenza: se è voluta, accettata, scelta, come in certe discipline orientali, porta a stati di serenità assoluta, senza problemi né fisici né psicologici. Se invece è subita e sofferta, scatena conflitti e contraddizioni che possono sfociare in disturbi psichici, somatici o psicosomatici. Solo il sesso fatto con amore e convinzione o con spirito ricreativo, quindi, è positivo. E allora fa bene al corpo e all’anima. Se invece è sentito come un lavoro, un obbligo, un dovere coniugale o sociale o ancora come strumento di potere, può essere tossico e creare disturbi, anche gravi.
Molti dei miei pazienti maschi lamentano problemi di mancanza o di perdita dell’erezione, di caduta del desiderio, di eccessiva rapidità eiaculatoria, proprio perché vivono il rapporto sessuale come una prestazione obbligatoria e soggetta a valutazione e giudizio. Per loro il modello di virilità comporta regole ben precise, ancorché rigide e stereotipate. Un vero uomo non deve mai perdere l’occasione di un rapporto, deve avere sempre un desiderio pronto e vivace sostenuto da una velocità erettiva ovvia e indiscutibile anche in mancanza di un reale desiderio, anche in presenza di un potenziale erotico insufficiente. Così succede che il corpo prende il sopravvento e si rifiuta. Dire di no al sesso è invece un diritto e, in alcuni casi, un dovere. Soprattutto gli uomini dovrebbero impararlo e ricordarlo. Dietro l’ansia della “frequenza obbligatoria” c’è spesso il timore di non essere normali. Oppure di non essere adeguati, di non piacere, l’angoscia di non sentirsi abbastanza desiderati dal partner.
Un altro quesito che mi sento porre di frequente è se questa è una preoccupazione prevalentemente maschile o femminile. A dire il vero nelle coppie più anziane o più tradizionali il problema è sollevato prevalentemente dai maschi perché come ho già detto per loro la frequenza è ancora sinonimo di potenza virile. Ma nelle coppie giovani sto assistendo ad un’inversione di tendenza. Sono le donne che cominciano a dichiararsi insoddisfatte, in parte perché iniziano a riconoscere i propri bisogni sessuali e in parte perché la richiesta di avere più rapporti maschera la voglia di avere più attenzioni. Si sentono trascurate e desiderano che il compagno sia più presente, più attento, più interessato.
Ma le complicazioni non finiscono qui, ci sono anche altri problemi. La troppa tenerezza, ad esempio. Trappola infida per chi lascia sempre più spazio alla dolcezza e alle coccole rinunciando gradualmente all’erotismo e alla sensualità. Una buona intesa di coppia deve essere una miscela di vari ingredienti. L’affettività, territorio tradizionalmente femminile, non deve invadere e occupare lo spazio della sessualità, ci devono essere anche veemenza, passionalità, carnalità, per raggiungere una sessualità matura, completa. Chi vive un rapporto ovattato, sfumato, eccessivamente dolce e respinge i richiami impertinenti del corpo, rischia di chiudersi in un legame neutro, asessuato, come quello tra amici, tra fratello e sorella. Attenzione, quindi, alle coppie che dichiarano di non litigare mai, di condividere i temi della quotidianità, di andare sempre d’accordo. Vivere in simbiosi non fa bene all’erotismo, bisogna sapersi dividere, allontanare per poi avere il desiderio di riunirsi.
No all’eccessiva tenerezza, quindi, e no anche alla monotonia. Fare l’amore spesso ma in modo ripetitivo, meccanico, uccide la passione. Scegliere sempre lo stesso giorno, la stessa ora, lo stesso posto, gli stessi gesti, rivela che il libidogramma è piatto, che la coppia è ferma, stanca, che sta scivolando nella noia.
Ho sentito recentemente sostenere da alcuni miei colleghi che, in ogni caso, per una coppia stabile e affiatata, fare l’amore meno di una volta alla settimana può rappresentare un campanello d’allarme. Personalmente penso sia molto pericoloso imporre tabelle di marcia. Ci possono essere, è vero, periodi di stress, di grosso impegno familiare o lavorativo, di limitata ricettività e di scarsa sensualità nei quali la sessualità passa in secondo piano ma ciò non deve creare particolari ansie o interventi di ripristino forzato. E poi in definitiva molto dipende dalla struttura della coppia, dalle abitudini personali, dalla corrente di desiderio. Certo, il sesso è essenziale e se non si fa l’amore vuol dire che qualcosa non va ma la soglia minima è assolutamente soggettiva. Non è importante quindi quante volte si fa l’amore ma come lo si fa.
La frequenza è solo uno degli elementi di una buona sessualità, ce ne sono molti altri. Prima di tutto non dare mai per scontato il proprio rapporto e quindi non rinunciare alla fantasia, al gioco, alla voglia di conoscere e di sedurre l’altro, giorno dopo giorno, anche quando si pensa di sapere già tutto. La vita, soprattutto quella sessuale, è un processo evolutivo e dinamico. Il che non vuol dire solo giarrettiere, candele profumate o rose rosse. Significa saper sorprendere l’altro e rimanere interessante ai suoi occhi. Bisogna sempre tenere aperta una porta di comunicazione attraverso la quale far passare tutto, momento per momento a seconda delle fasi della vita. Può essere il gioco o la tenerezza, il mistero o la sicurezza, il desiderio dell’altro, continuo, quasi violento o diluito nel tempo. L’importante è che la fiammella pilota resti sempre accesa per poter usare la caldaia, che non cessi l’intimità profonda e che il flusso di emozioni continui a scorrere, liberamente.
dott. Filippo Nicolini

BOX: Vita sessuale: soddisfatte le italiane

Italians do it better, ma con poche e selezionate partner, poiché circa un quinto delle donne italiane pare non abbia una vita sessuale. Sono le conclusioni di un rapporto realizzato dal Censis sulla nuova identità femminile. Quelle che lo fanno, tuttavia, non sembrano affatto deluse: il 51,3% delle intervistate definisce la propria vita sessuale “ottima”, il 25,7% “buona”, il 15,1% “discreta”. Solo il 7,9% delle italiane assegna un “mediocre”, se non addirittura un “pessimo” ai rapporti sessuali.
A ciò va aggiunto che la sessualità si mantiene ben viva durante tutto l’arco dell’esistenza. Il 60% delle persone coinvolte nell’indagine si dice infatti convinto che il sesso non abbia età e che sia una componente irrinunciabile della vita. Tra quante pensano che il sesso non vada in pensione col passare degli anni, spiccano le anziane sole (63,6%), che rivendicano la propria sessualità come elemento vivo, che non si esaurisce con il raggiungimento della terza età.


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