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Adozioni internazionali (parte III): finalmente l’incontro

 |  Redazione Sconfini

Il grande giorno era arrivato! Dopo una notte insonne con i pensieri che si accavallavano nella mente cercando di immaginare come sarebbe stato, cosa avremmo detto, come ci saremmo comportati… finalmente di lì a poco avremmo incontrato nostro figlio. Per l’occasione, ricordo di essermi cambiata d’abito tante volte, volevo apparire al meglio, né troppo sportiva, né troppo elegante, d’altra parte mio figlio mi avrebbe vista per la prima volta!

La giornata era splendida, arrivammo all’ICBF (Instituto Colombiano del Bienestar Familiar) alle nove, in perfetto orario. Dopo aver sostenuto l’ultimo colloquio con l’assistente sociale e con la psicologa, tutto era pronto; non ci restava, quindi, che attendere l’arrivo del nostro bambino. Mentre aspettavamo, impazienti, osservammo le altre coppie che, come noi, stavano vivendo la stessa esperienza. Erano in prevalenza americani e olandesi, noi eravamo gli unici italiani. Dopo alcuni minuti, arrivarono i loro bambini: avevano dei mazzi di fiori e salutarono i loro genitori con un lungo abbraccio. La commozione fu grande. Mio figlio, ovviamente, era in ritardo e dopo circa mezzora di snervante attesa ci dissero: “Eccolo, eccolo”. Tra due accompagnatori (di cui non ricordo assolutamente nulla) c’era nostro figlio! Aveva in mano un mazzo di girasoli più grande di lui, come i vestiti che indossava, due occhioni grandi e neri ed era, innegabilmente, bellissimo!


Non dimenticheremo mai l’espressione di quegli occhi. Dire che nostro figlio era impaurito è dire poco, il suo era lo sguardo di un bambino terrorizzato e ancora oggi, quando ci ripenso, mi si stringe il cuore. A quel punto mi chinai, lo chiamai per nome e allargai le braccia per accoglierlo, lui, contrariamente agli altri bambini, buttò a terra i fiori e cominciò a piangere e a gridare a squarciagola: “No quiero! No quiero!” (trad. “Non voglio! Non voglio”). La psicologa mi suggerì di prenderlo in braccio e calmarlo, ma mio figlio si dimenava, urlava, piangeva e rendeva vano ogni mio sforzo. Il mio stato d’animo in quel momento era un misto di angoscia, paura, rassegnazione. Solo molto tempo dopo e con l’aiuto di un palloncino colorato, siamo riusciti a calmarlo e a portarlo con noi nell’alloggio in cui c’eravamo stabiliti.


Posso assicurare che il periodo trascorso in Colombia è stato, da un punto di vista psicologico, tra i più frustranti della nostra vita. Nei primi giorni, in particolare, nostro figlio ci trattava con estrema diffidenza. Ricordo la prima sera che lo coricai, feci per sedermi sul suo lettino e lui, con il ditino alzato e con tono perentorio, mi disse di andarmene via. Ripensando a quei momenti, l’unico paragone che posso fare, e che rispecchia la situazione emotiva che stavamo vivendo, è quello con una fisarmonica: si passava con estrema facilità e molto velocemente da momenti spensierati di gioco ed evasione, a momenti in cui eravamo tenuti a distanza e non c’era permesso alcun contatto fisico. Io e mio marito eravamo chiaramente sotto esame e continuamente messi alla prova da nostro figlio.


Con il senno di poi è chiaro che il comportamento del nostro bambino era l’unico possibile, oltre che giusto. L’aver da subito messo in chiaro i suoi sentimenti, le sue paure verso due adulti che non conosceva, senza mascherarsi dietro ad un atteggiamento affettuoso frutto della paura di non essere accolto, ha facilitato molto la costruzione del nostro rapporto. Non mi vergogno ad ammettere, però, che ci sono stati dei momenti in cui fui talmente avvilita e stanca emotivamente da giungere all’amara conclusione che lui non ci avrebbe mai accettati.


Man mano che i giorni passavano, i rapporti tra noi iniziarono lentamente a migliorare soprattutto dal momento in cui io e mio marito decidemmo di iniziare a fare i genitori. Inizialmente, infatti, la paura di sbagliare, di fomentare ulteriormente la rabbia che il nostro bambino covava dentro di sé, di perdere anche i pochi attimi di serenità che riuscivamo a conquistare, lasciava largo spazio ai capricci e a qualsiasi iniziativa di nostro figlio. Un giorno, al parco, ad esempio, mio figlio decise di salire su uno scivolo molto alto senza il nostro aiuto, io ero di sotto che terrorizzata pregavo che non gli succedesse nulla, mio marito lo seguiva pronto a recuperarlo al volo. Non eravamo riusciti a dissuaderlo ma, soprattutto, non eravamo stati capaci di imporci perché temevamo le sue scene d’isterismo che non eravamo in grado né di evitare né di gestire. Nel momento in cui iniziammo a mettere dei paletti, a dire dei “no!” chiari e decisi, nel momento cioè in cui ci siamo posti come “genitori” e non solo come compagni di giochi pronti ad esaudire i desideri, le cose tra noi iniziarono pian piano a prendere la giusta direzione. Era solo un inizio, ovviamente, ma era sufficiente a darci l’energia necessaria per guardare avanti con fiducia.


La nostra permanenza in Colombia non è stata solo fonte di un difficile stress emotivo, anzi, abbiamo vissuto dei momenti bellissimi e teneri che resteranno indelebili nella nostra mente e nel nostro cuore. Ricordo benissimo la prima volta che mi sono sentita chiamare “mamma” (anzi “mamy”): è stata una sensazione molto piacevole ed è accaduto qualche giorno dopo che ci eravamo conosciuti. Sapevo benissimo che mio figlio mi aveva chiamato così perché era stato preparato, psicologicamente, all’incontro con una nuova mamma ed un nuovo papà e che, di conseguenza, non dava a quella parola, che ripeteva quasi meccanicamente, quasi fosse un nome proprio, il significato profondo che le appartiene. Resta però il fatto che sentirsi chiamare così per la prima volta, dopo tanti anni d’attesa, è stato molto toccante ed appagante. Solo molto tempo dopo, come conseguenza di un lungo percorso di conoscenza e reciproca accettazione, ho finalmente avuto la certezza che quando mio figlio si rivolgeva a me chiamandomi “mamma” lo faceva consapevolmente.


Restammo in Colombia circa una trentina di giorni e quando si avvicinò il momento della partenza altri interrogativi riempirono la nostra mente: una volta giunti in Italia, un Paese completamente nuovo per nostro figlio, con una lingua, una cultura, un clima totalmente diversi, cosa ci saremmo dovuti aspettare?

Cecilia Pulsinelli

 


In collaborazione con Help!

 


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