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Il suicida di Erdman al Teatro Sloveno

 |  Redazione Sconfini

Sono passati 80 anni da quanto Nicolaj Erdman (1902-1970) ha scritto "Il suicida" un piccolo capolavoro della drammaturgia del '900, che però ha visto la luce nel peggiore tra i possibili contesti socio-politici: l'Unione Sovietica ai tempi di Stalin e dei gulag.

Tanti decenni e un contesto così lontano anche nello spazio, non hanno però scalfito l'attualità di un'opera senza tempo, che è in realtà una profonda analisi non solo sulla dittatura comunista, ma anche della società, qualsiasi forma di società e dell'umanità, che facilmente, in ogni luogo e in ogni tempo, in momenti di debolezza può essere trascinata verso una deriva decisamente poco edificante. Per questo l'opera è ancora viva, fresca e attualissima nonostante il contesto che fa da cornice alla trama non esista più e non sia familiare a nessuno. In Italia, solo negli anni '70 si era potuto apprezzare "Il suicida", nel primo allestimento curato da Egisto Marcucci per il Gruppo della Rocca e negli anni '90 nella rappresentazione di Luca de Filippo. Dopo il successo dello scorso anno, invece, al Teatro Sloveno di Trieste di via Petronio sarà possibile assistere ad una nuova replica (l'unica prevista, con sovratitoli in italiano) nella serata del 21 novembre 2008.

"Il suicida" è costato a Erdman il silenzio artistico, ma anche un lungo esilio in Siberia, una lunga permanenza nei gulag e la censura di stato alla sua opera. Si pensi che la "prima" di quest'opera è andata in scena appena quarant'anni dopo, pochi mesi prima della morte di Erdman, a Goteborg, in Svezia. Erdman aveva cercato di coinvolgere con arte e cultura, teatro sloveno, il suicida, erdmansuccesso fin dalla fine degli anni '20 artisti del calibro di Mejerhold e del mitico Stanislavski, ma il divieto della censura sovietica ha cancellato lo spettacolo, per l'appunto per 40 anni! Il "merito" fu di un solerte commissario di partito dal nome involontariamente comico, Kaganovic, a vietare la rappresentazione prevista a Mosca del "suicida" nel 1932.

La storia narra l'esistenza del simbolico e grottesco personaggio di Semion Semionovic Podsekalnikov, un disoccupato della Russia post rivuluzionaria, quella della Rivoluzione d'Ottobre, della NEP e delle riforme staliniste. Semion trascina la sua triste esistenza in un vuoto di valori e tra gli stenti, in una società già soffocata dall'apparato burocratico e dittatoriale del regime sovietico. Perciò, capendo che una sua azione negativa potrebbe mal giovare alla causa del potere e della sua immagine, mette in giro la voce di volersi uccidere. Un suicidio nell'Unione Sovietica della fratellanza, della condivisione dei sogni, della felicità risulta però un fatto di gravità inammissibile. Così il solo sospetto (peraltro infondato) dei questo suicidio, regala a Semion una popolarità enorme, che gli regala paradossalmente un senso alla sua vita. Da quel momento non sarà più un signor nessuno.

Questi i personaggli (e gli interpreti), per la regia di Eduard Miler e l'adattamento di Žanina Mirčevska: Semjon Semjonovič Podsekalnikov (Janko Petrovec), Marija Lukjanova Podsekalnikova (Nikla Petruška Panizon) Serafima Iljinična (Maja Blagovič) Aleksander Petrovič Kalabuškin (Vladimir Jurc) Aristarh Dominikovič Gološčapov (Romeo Grebenšek) Kleopatra Maksimovna (Lara Komar) Valdemar Arsenijevič Pugač (Danijel Malalan) Padre Jelpidij (Ivo Barišič) Viktor Viktorovič (Primož Forte) Sordomuto (Andrej Rismondo).


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