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Per vivere bene ci vogliono delle solide basi

 |  Redazione Sconfini

 

Anatomicamente il piede si fonda su un’articolazione composta da tibia, perone e astragalo. Proprio l’astragalo ci permette subito di menzionare una curiosità che ci riporta indietro di molti

secoli. La sua forma, molto simile a quella di un cubo, suggerì agli antichi romani l’invenzione di un gioco che attraverserà la storia: i dadi; naturalmente gli astragali protagonisti erano prevalentemente quelli di nemici caduti in battaglia. A partire da questa articolazione, che poi è la caviglia, si dipanano i metatarsi e le falangi delle dita.

 

Si tratta di una parte del corpo molto complessa, seconda dal punto di vista articolare solo alla mano, ma fondamentale, nel vero senso della parola. I piedi (e in subordine le gambe) rappresentano davvero le fondamenta, dal punto di vista scheletrico, del nostro corpo. Essi infatti reggono continuamente il peso della persona e sono pertanto messi continuamente sotto pressione. Di conseguenza risentono molto di traumi, soprattutto distorsivi e specialmente nei soggetti che praticano un’attività sportiva.

 

“I traumi più tipici sono quelli che interessano i legamenti – spiega il fisioterapista Davide Bolletta, dell'istituto fisioterapico Città di Trieste – cioè quelli astragalo-peroneali (anteriore e posteriore) e quelli calcagno-peroneali”. “La diagnosi più diffusa – continua – è quella di distorsione, ma è molto importante capire se essa è di primo, secondo o terzo grado, e questo non solo per il dolore, le conseguenze del trauma e la riabilitazione, ma anche per i tempi complessivi di recupero, che possono variare da uno a ben quattro mesi”. Per capire qual è il grado della distorsione, si può ricordare che al primo grado si evidenzia il semplice stiramento dei legamenti, al secondo grado si riscontra una loro lesione parziale, mentre al terzalto grado c’è una vera e propria rottura di uno o più legamenti. “Per essere certi che si tratti di rottura – chiarisce Bolletta – si esegue il cosiddetto test del cassetto, che consiste nello spostare il piede avanti e indietro per verificare che esca dall’asse con il perone”. Se il piede si muove è chiaramente rotto un legamento, dal momento che questi importanti fasci hanno tra le loro funzioni proprio quella di “legare” assieme ossa e muscoli.

 

Cambia molto l’approccio medico e fisioterapico in caso di lesioni di primo e secondo grado, rispetto alle lesioni di terzo grado. “Se la lesione è di primo o secondo grado – sottolinea il fisioterapista – si fa uso di tutori e bendaggi funzionali, che hanno sostituito quasi in tutti i casi la tradizionale ingessatura. Il periodo di immobilità è solitamente di poco inferiore al mese, mentre successivamente si riprende un po’ di attività con mobilizzazioni attive e passive fuori carico per proseguire poi con la ginnastica propriocettiva anche a pieno carico”. Questa ginnastica, che deve essere svolta sempre con l’assistenza di un fisioterapista, è molto importante perché serve al paziente per riprendere coscienza e conoscenza delle varie parti del piede che poggia con carico. Durante la fase di immobilità, infatti, gli impulsi nervosi che vanno dal piede al cervello si alterano e per recuperarne la piena funzionalità è necessario “risvegliarli e rieducarli”. Tra i più semplici, ma anche tra i più utili, strumenti di questa ginnastica c’è la tavola propriocettiva, che è una semplice tavola di legno che al centro di un lato ha fissata una semisfera. Il piede, costretto a muoversi opportunamente in tutte le direzioni (flessoestensione e pronosupinazione), riacquisisce sensibilità nervosa, il legamento si rafforza, e si riprende il tono muscolare perso durante il periodo di immobilità.

 

Peggiore è la scelta di una soluzione quando si tratta di curare una lesione di terzo grado. “Se ad essere colpito è un atleta o una persona che ha un’attività fisica sufficientemente vivace – distingue Bolletta – la soluzione più utilizzata prevede a priori l’intervento chirurgico al legamento o ai legamenti rotti”. Inevitabilmente, in questo caso, i tempi di recupero sono dilatati. “Se il paziente – aggiunge il fisioterapista – è anziano, oppure svolge una vita sedentaria, dopo il giusto periodo di immobilità si sopperisce alla lassità legamentosa con un rinforzo muscolare”. Ovviamente si tenta di evitare l’operazione, ma in molti casi essa non è procrastinabile.

 

Le altre lesioni che possono occorrere al “sistema piede” riguardano le ossa, e quindi il campo di intervento si sposta sulle fratture. La più classica e diffusa è quella che colpisce il malleolo, che praticamente sempre è accompagnata dalla rottura di un legamento. Essa è generalmente una conseguenza di una fortissima distorsione e può colpire il malleolo interno, quello esterno o addirittura entrambi. “Se la rima di frattura è unica ed è composta – chiarisce Bolletta – la terapia prevede il classico gesso a forma di stivale, mentre se ci sono più rime è necessaria l’applicazione di placche o chiodi per riavvicinare i monconi”. Quindi un intervento chirurgico. La fisioterapia non è molto diversa da quella delle lesioni legamentose, ma è particolarmente importante insegnare nuovamente al paziente a camminare regolarmente, dal momento che il dolore che si può provare nei giorni successivi alla rimozione del gesso è a volte così fastidioso che la postura assunta nel camminare diventa scorretta, con inevitabili successivi problemi anche alla schiena.

 

Tra le altre, più rare, fratture, non possono essere dimenticate quelle che interessano i lunghi metatarsi, che possono rompersi per compressione o schiacciamento. Se la frattura è composta, la prassi prevede l’ingessatura, altrimenti, anche in questo caso può risultare necessaria l’applicazione chirurgica di chiodi. Ancora più rare le fratture falangee, dal momento che le dita dei piedi (anche perché molto più piccole e meno esposte di quelle delle mani) sono ben protette dalle scarpe.

 

Lo sport più “pericoloso” per i piedi? “Senza dubbio la pallavolo – sentenzia Bolletta – dal momento che quando gli atleti saltano a muro capita, purtroppo frequentemente, che uno dei due calpesti oppure cada sul piede avversario provocando una torsione innaturale e molto violenta del piede poiché accentuata dal movimento verso il basso del corpo”. Gli incidenti sono spesso spettacolari, con il piede che si gira in posizioni in alcuni casi impressionanti. Insomma, la forza di gravità è nemica del piede del pallavolista.

Giuseppe Morea

 


In collaborazione con Help!

 

 


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