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Leggere nella mente altrui, un’ipotesi infondata?

 |  Redazione Sconfini

Negli ultimi decenni le tecniche di visualizzazione cerebrale hanno favorito un enorme progresso degli studi sul cervello.

Le metodiche di neuroimmagine cerebrale rendono possibile da parte di soggetti esterni l’accesso diretto ai contenuti mentali di un altro soggetto, attraverso la lettura dei correlati neurali delle attività mentali. IAT (Implicit Association Test), riflesso di trasalimento (si misura con l’elettromiografia EMG), studi concentrati sull’amigdala: sono alcuni dei test usati da tempo dalla scienza cognitiva sociale che studia la mente sociale, esplorando i legami tra mente-cervello e comportamento. E non sono pochi gli interrogativi sugli aspetti etici e filosofici connessi alla gestione delle informazioni derivate dalle ricerche di brain imaging.
Delle prospettive e delle problematiche connesse alle nuove metodologie e tecnologie di indagine del cervello si è discusso recentemente alla Sissa di Trieste nel corso di un dibattito con Raffaella Rumiati, docente di neuroscienze cognitive alla Sissa, e Stefano Cappa, professore di neuropsicologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Le metodiche di neuroimmagine funzionale consentono di indagare l’attività celebrale in soggetti impegnati nello svolgimento di compiti cognitivi. È davvero possibile leggere nella mente altrui mediante la misurazione dell’attività celebrale? E come devono essere interpretati e gestiti i risultati degli esperimenti neuroscientifici?
“La risonanza magnetica funzionale, che consente per esempio di localizzare le aree coinvolte in un compito cognitivo, è stata utilizzata – spiega Raffaella Rumiati – per cogliere eventuali differenze tra il cervello maschile e quello femminile nello svolgimento di prove di matematica o di cognizione spaziale, per studiare i correlati cerebrali dei pregiudizi razziali, delle scelte economiche e politiche, delle esperienze spirituali, dell’orientamento sessuale. Noi neuropsichiatri cognitivi siamo consapevoli delle implicazioni morali ed etiche e di conseguenza dobbiamo chiederci come interpretare e diffondere i risultati di tali ricerche”.
“Anche se la rilevanza di questo ambito di studio per la psicologia cognitiva – afferma Stefano Cappa – è tuttora oggetto di un intenso dibattito, vi è un ampio consenso riguardo al contributo di metodiche quali la risonanza magnetica funzionale allo studio dell’organizzazione cerebrale di alcune funzioni come il linguaggio o la rappresentazione dello spazio. In particolare, lo studio combinato con metodiche differenti, quali la classica correlazione anatomo-clinica nei pazienti neurologici, o la neurofisiologia cognitiva, è ritenuto l’aspetto fondante delle neuroscienze cognitive. In un periodo più recente, l’ambito di indagine delle neuroscienze cognitive si è esteso a funzioni più complesse, tradizionalmente considerate a ponte tra l’indagine sperimentale e la riflessione filosofica, quali il ragionamento, la presa di decisione ed il controllo del comportamento. Tale ambito di studi, spesso definito come neuroscienze sociali, pone una serie di problematiche specifiche. Ad esempio, la necessità di formulare quesiti sperimentali affrontabili con le attuali tecniche di indagine, che rimangono in larga misura correlative, può portare ad eccessive semplificazioni dei modelli teorici di riferimento”. “Infine – conclude – sempre maggiore attenzione viene rivolta, anche al di fuori della comunità scientifica, alle implicazioni etiche di studi che suggeriscono la possibilità di avere accesso ai correlati neurali di stati mentali privati”.
Le prospettive “applicative” di questo tipo di studi (ad esempio, come “lie detector”), con tutte le implicazioni etiche e sociali connesse, appaiono ancora lontane dalla effettiva realizzabilità, a causa soprattutto di limitazioni di tipo metodologico. Tuttavia, ad un livello conoscitivo, la possibilità di analizzare in gruppi di soggetti impegnati in compiti cognitivi l’attività cerebrale correlata, sta fornendo una massa di informazioni che consentono di ipotizzare la presenza di processi di cui il soggetto non è necessariamente consapevole. Esempi sono la presenza di attivazioni in aree motorie durante compiti puramente linguistici che tuttavia contengono parole o frasi relative ad azioni, e la loro deattivazione in caso di frasi negative; o l’attivazione in aree collegate all’elaborazione delle emozioni durante compiti linguistici su parole astratte. Ampia risonanza hanno avuto anche studi che avrebbero consentito di individuare i correlati di pregiudizi inconsapevoli relativi a stereotipi sociali e razziali.
Questo tipo di risultati (e soprattutto la loro interpretazione) apre una serie di complessi problemi di tipo epistemologico, che vanno a toccare temi centrali della filosofia della mente, quali il rapporto mente/cervello. Correlare un’attività mentale cosciente con un’attività neurale è un processo che la maggior parte degli studiosi compie correntemente, mentre il processo inverso (inferire un’attività mentale da un pattern di attivazione) appare al momento possibile solo per aspetti elementari di codifica di uno stimolo (ad esempio, decidere se il soggetto ha identificato un volto o un oggetto inanimato). L’interpretazione di attivazioni cerebrali che non sembrano corrispondere a processi consapevoli apre delle prospettive ancora più complesse e che ora sono solo ipotesi.

foto: Finn Hackshaw


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