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La farmacia è ancora un’opportunità di lavoro?

 |  Redazione Sconfini

Centinaia di farmacie in regione, migliaia tra collaboratori farmacisti e impiegati. Sono i numeri di una professione che sembra oramai satura e che offre poche possibilità di lavoro. Per metà è vero, nel senso che esistono precise disposizioni normative che regolano l’istituzione di una sede farmaceutica e visto che l’uso e la consuetudine della cessione d’azienda da padre in figlio si sono via via molto consolidate; ma è altresì vero che esiste la possibilità di accedere ad un concorso per titoli ed esami, bandito dalla Giunta regionale, in grado di fornire l’abilitazione all’esercizio della professione e la conseguente possibilità di aprire la farmacia.

 

L’ultimo bando in regione risale però al 1981, data a partire dalla quale si è verificato un lento ma inesorabile calo demografico. Infatti, precise norme dispongono che il numero delle sedi farmaceutiche sia stabilito in modo che nei comuni con popolazione fino a 25.000 cittadini non vi sia più di una farmacia ogni 5.000 abitanti, ed in quelli con più di 25.000 abitanti non vi sia più di una farmacia ogni 4.000 abitanti. Se prendiamo, ad esempio, il capoluogo giuliano possiamo rilevare che la diminuzione degli abitanti negli ultimi 20 anni ha reso, di fatto, impossibile l’istituzione di un bando per lo sviluppo di una nuova attività farmaceutica.

 

Rimane almeno un’altra possibilità: l’acquisto di una farmacia già in attività. Ma anche in questo caso, da un lato per mancanza di occasioni frequenti e dall’altro per gli esorbitanti costi di acquisto, la possibilità sembra preclusa.

 

Se ci pensiamo bene, però, le scarse opportunità di lavoro sono ben compensate dall’alta professionalità del farmacista, che per decenni oltre ad essere altsempre in prima linea rimane anche un punto di riferimento certo per molti cittadini. Come ad esempio è accaduto per una farmacista che dal 1947 al 1961 è stata dipendente di una farmacia in provincia di Verona; dopo, grazie ad un concorso, è riuscita ad aprire una sua farmacia, sempre a Verona, per poi 20 anni più tardi vincerne un altro a Trieste ed aprirvi una nuova farmacia in un rione che all’epoca, era il 1981, si stava appena popolando. Il camice al chiodo lo ha appeso nel 2002 all’età di 80 anni, dopo aver affiancato ed istruito per 16 anni la figlia, anche lei farmacista subentrata alla madre.

 

“Oggi essere farmacista è sicuramente molto più complesso di qualche anno fa – afferma la dott.ssa Patrizia Bianchi, farmacista – e l’amarezza sta nel constatare che molto tempo della nostra giornata lo passiamo tra le nostre carte anziché tra i nostri clienti”. “L’attività farmaceutica – continua – si è molto burocratizzata (basti pensare solo a tutti gli obblighi previsti per la tutela della privacy), e si è industrializzata a tal punto da tradire in parte quel pensiero popolare che vedeva sempre insieme al locale del paese il sindaco, il parroco ed il farmacista. Fare il farmacista, almeno nel mio caso, è una scelta di cuore, un po’ come accade per la medicina che, solo per passione, può trasformare una persona in medico. E ciò che tiene sempre viva la fiamma della passione è l’inesauribile ricchezza del rapporto umano che si crea con i clienti o pazienti, oltre alla consapevolezza della grande responsabilità di una professione che quotidianamente compra e vende prodotti farmaceutici”.

P.G.

 

 In collaborazione con Help!

 

 


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