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Professione reporter: per passione, per raccontare

 |  Redazione Sconfini

In prima fila per dare voce a chi non ne ha e testimoniare il dramma dell’umanità che soffre. Dal Kosovo al Libano, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Striscia di Gaza alle regioni più povere dell’India: un lungo reportage in giro per il mondo, battendo le zone più calde del nostro pianeta, per portare alla luce storie e volti che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra.


Come i cronisti di un tempo – quelli che sulle orme di Egisto Corradi ed Ettore Mo consumavano la suola delle scarpe – Alfredo Macchi, nativo di Sorengo nel Canton Ticino, dai primi anni Novanta è stato freelance e inviato di importanti testate nazionali: Corriere della Sera, L’Espresso, Raiuno, Tg4 e Rete4/Password. Dopo i premi “Saint-Vincent” (2002) e “Ilaria Alpi” (2009), si è aggiudicato di recente il Premio giornalistico Marco Luchetta 2010 – ritirato lo scorso luglio a Trieste – con il servizio televisivo “Piccoli schiavi” sui bambini sfruttati nelle fabbriche di riso e di mattoni dello stato indiano del Tamil Nadu.


Attualmente in forza a News Mediaset, redazione che confeziona inchieste per i Tg della più grande azienda privata di comunicazione in Italia, Macchi continua a svolgere con passione il difficile mestiere di reporter, spinto dal desiderio di raccontare alla gente, senza retorica o sensazionalismo, quello che accade nei luoghi più lontani e dimenticati del mondo.


Com’è cambiata in questi anni la sua professione?

“È cambiata – risponde Macchi – come un po’ tutta la televisione. Sicuramente è diventata meno formale e meno ingessata rispetto al passato. Oggi si gioca di più sul rapporto tra il reporter che va a vedere le cose, la sua capacità di raccontarle e il pubblico. Ma c’è un rovescio della medaglia: il calo d’interesse da parte dei direttori – di telegiornali, ma anche di giornali – per gli esteri. Stiamo diventando un Paese provinciale, dove nei Tg passano solo le immagini più spettacolari o più curiose, ma si fa poco approfondimento su ciò che accade nel resto del mondo. E proprio l’approfondimento sta avendo sempre meno spazio nei palinsesti televisivi. Un reportage come “Piccoli schiavi”, ad esempio, è un documento di 15 minuti che consente di descrivere bene una certa realtà, mentre un servizio di 1 minuto nel Tg avrebbe permesso appena di sfiorarla…”.


Quali sono le difficoltà di un reporter quando si trova a parlare di bambini maltrattati e sfruttati?

“Non è facile, perché prima di tutto bisogna tutelare loro, sia dal punto di vista delle riprese che dei rischi a cui vengono esposti. È necessario farsi sempre mille scrupoli. Proprio come nel reportage che ho realizzato in India, in uno degli stati più poveri di quella nazione. Vicino Chennay sono entrato in contatto con Susaj Ray, che da bambino aveva lavorato nelle acciaierie. Diventato adulto Susaj ha creato l’associazione Jeeva Joithy con l’obiettivo di andare nelle fabbriche di riso e di mattoni per obbligare i padroni a far studiare i ragazzi che lì vivono e lavorano. Esiste infatti una forma di schiavitù dovuta all’indebitamento di tante famiglie, che sono così costrette a stare rinchiuse in fabbrica per estinguerlo. Un debito che a volte, con il misero stipendio che ricevono, dura tutta la vita. Non è stato facile filmare e raccogliere le loro testimonianze. I padroni ci scacciavano o gli stessi intervistati erano impauriti: parlare con uno straniero può essere molto pericoloso”.


Quando ci si occupa di un fatto tragico in tv, c’è il rischio di gonfiarlo, con la musica o una certa regia, di ulteriore emotività e retorica?

“Nei miei servizi cerco sempre di far parlare le immagini, mettendoci poco testo, solo per spiegare allo spettatore dove si trova e ciò che succede. Non mi piace la retorica o l’uso eccessivo della parola. Preferisco un testo stringato, che lasci in primo piano la situazione e i protagonisti. Nei reportage televisivi il sottofondo musicale è spesso necessario per dare un certo ritmo al servizio, ma sono contrario ad un suo uso esagerato solo per creare emozione e scatenare la classica lacrimuccia. Credo che un giornalista faccia onestamente il suo mestiere quando riporta al telespettatore ciò che vede con i suoi occhi, senza ricamarci sopra. Una notizia drammatica si racconta già da sola”.


Ha mai sentito la frustrazione di denunciare situazioni di violenza e disagio senza poi riuscire a migliorarle?

“È una cosa, purtroppo, che accade quasi sempre. D’altra parte come giornalisti abbiamo il dovere di raccontare e far conoscere i fatti all’opinione pubblica, ma non spetta a noi intervenire sulla realtà che ci troviamo davanti. Le porto un esempio: circa un anno e mezzo fa, per la trasmissione “Password”, realizzai un reportage su quanto stava accadendo a Rosarno, dove centinaia di immigrati vivevano amaltmassati nelle fabbriche in una vera e propria città di cartone. Il servizio, della durata di 20 minuti, andò in onda in prima serata su Rete4, ma non provocò alcuna reazione. Nessuno intervenne. Nessuno fece nulla. Dieci mesi dopo scoppiò la rivolta degli immigrati… con grande sorpresa della maggior parte dei media italiani”.


Nei suoi reportage c’è stato un momento in cui ha pensato: basta, adesso smetto e me ne torno a casa…

“Sì, è stato nel novembre del 2001. Ero entrato in Afghanistan dal confine pakistano quando i talebani stavano scappando dalla frontiera. Con me c’era anche Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera. Arrivammo a Jalalabad mentre i guerriglieri si insediavano nel palazzo del governatore. Il giorno dopo decisi di partire per Kabul. Sapevamo tutti che la strada era pericolosa, tanto che Maria Grazia non se la sentì di venire. Camuffato da afghano raggiunsi la capitale con un taxi dopo otto ore di viaggio. Tre giorni più tardi, su quella stessa strada, Maria Grazia Cutuli venne uccisa in un attentato. Quando appresi la notizia piansi a dirotto e giurai a me stesso che non sarei mai più tornato in zone di guerra. Restai invece in Afghanistan per altri due mesi e piano piano compresi che mi piaceva troppo quella realtà. Dovevo proseguire a fare il mio mestiere. Dovevo continuare a raccontare la storia di quella gente”.


Per un inviato di guerra esiste ancora il “territorio Comanche” descritto nell’omonimo libro di Pérez-Reverte? Insomma, fino a dove è lecito che un giornalista si spinga?

“Voglio sempre vedere con i miei occhi quanto mi succede attorno. Quando l’operatore va a girare non me ne sto in albergo, ma lo accompagno fino a dove è possibile andare. È chiaro che ogni volta bisogna valutare bene i rischi per sé e per chiunque ti accompagni. È indispensabile raccogliere il maggior numero di informazioni dalla gente del luogo o dal personale dell’Onu per capire quanto la zona sia a rischio. Alla fine si tirano le somme e si decide se andare o rinunciare. Tenendo sempre presente che non esiste notizia che vale la tua vita e quella di chi ti sta accanto”.


Le brutte notizie, in generale, attirano di più l’informazione e la gente. Ma si può fare del buon giornalismo raccontando un fatto bello?

“Penso che il compito principale di un giornalista sia quello di denunciare le cose che non vanno. Ma la bravura del cronista sta certamente anche nel riuscire a trovare delle belle storie o comunque nel lasciare uno spiraglio di speranza. Nel servizio sui bambini indiani del Tamil Nadu descrivo una condizione di sfruttamento e povertà, ma racconto pure la bella storia di Susaj Ray, che con la sua associazione sta dando una prospettiva concreta di futuro a tanti ragazzi, permettendo loro di studiare e di vivere una vita dignitosa”.


In conclusione, quali regole base dovrebbe seguire un reporter?

“Non sta a me insegnare niente a nessuno. La mia regola principale è di rispettare sempre le persone di cui racconto e quelle a cui racconto, cioè i telespettatori. E poi cerco di dare tutte le versioni di una vicenda, sentendo le voci di una parte e dell’altra, descrivendo ciò che ho visto, che ho percepito, e dicendo apertamente, se non ho avuto accesso alle informazioni, anche quello che non sono riuscito a raccontare”.

 

Claudio Bisiani

 


In collaborazione con Help!


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