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Dom, Nov

La seduzione dell'intimo

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Il termine seduzione ha sempre goduto di una certa ambiguità ed è stato spesso trattato con malcelata diffidenza poiché il seduttore, un tempo rigorosamente maschio, era rappresentato da chi, mediante inganni e raggiri conquistava una donna e dopo aver raggiunto lo scopo, la deludeva abbandonandola.

La seduttrice, declinata al femminile, era invece colei che portava alla rovina gli uomini senza alcun pudore, alcuno scrupolo e spesso senza alcuna moralità. Queste sintetiche definizioni, in realtà, castigano coloro che invece fanno del corteggiamento un’arte raffinata e sofisticata e alla seduzione affidano una forma di comunicazione primaria non necessariamente votata alla conquista, intesa come subdola tattica di inganno e di possesso.
Seduzione è quindi un modo di relazionarsi per cogliere l’emotività di una persona e stabilire una comunicazione non formale, seduzione è anche quella capacità di riuscire a cogliere le sfumature dell’interiorità di una persona allo scopo di stabilire un’equilibrata intesa emotiva, duratura o temporanea o, ancora, seduzione è quel raffinato processo che permette di penetrare nell’animo altrui. In sintesi è un gioco divertente e complicato, a volte inebriante e a volte deludente, una sfida raffinata nella quale si mettono in campo le più sofisticate strategie per scuotere e sbilanciare, per smuovere l’altro dalle sue posizioni. Oggi questo gioco di seduzione domina decisamente la scena sociale e culturale, dalle copertine dei giornali al cinema, dai mass media alla moda che porta alla ribalta trasparenze e vestiti sempre più corti, dalla politica alla pubblicità, che propone senza pudori tutta l’ambiguità di messaggi basati proprio sulla tentazione e sul peccato.
Sull’arte del sedurre sono stati scritti molti libri, aperti molti dibattiti, girati molti film. Viviamo ormai in una società dell’immagine dove l’ambiguità seduttiva non la troviamo solamente nel conflitto personale tra l’essere e l’apparire ma anche nel mostrare ciò che è e ciò che non è e nel tradurre in ipotetiche realtà desideri e sentimenti, a volte solo virtuali. Certo, per sedurre è necessario, soprattutto per le donne, essere intelligenti, spigliate, spiritose… ma è altrettanto necessario essere vestite nel modo giusto e avere cura della propria biancheria intima. Oggi gli uomini sono particolarmente attratti dal gioco del “vedo-non-vedo” che ha di gran lunga soppiantato il “vedo-nudo” diventato di moda dopo le spinte rivoluzionarie degli anni ’70.
In realtà il discorso è molto più antico. Sui glutei femminili, ad esempio, l’uomo incominciò a fantasticare e a produrre metafore magiche e propiziatorie, nonché artistiche, in epoche remotissime. Le più antiche statuette muliebri del primo paleolitico esaltano in modo centrifugo la rotondità delle terga che evidenziano un richiamo sessuale collegato all’evoluzione delle natiche come elemento di attrazione. Così nel corso della storia sociale la sagoma dei glutei e l’energia vitale che la attraversa hanno conosciuto alterne fortune. Se in epoche lontanissime hanno avuto ben poco a che vedere con la bellezza, intesa come ricerca di un canone di proporzioni e linee esteticamente adeguate, svolgendo altresì un prosaico ruolo di richiamo sessuale simile a quello degli altri primati, hanno trovato invece una decisiva conferma estetico-spaziale nella cultura ellenistica e in quella romana, cadendo poi rovinosamente in un drammatico annichilimento nel medioevo cristiano con la sua apocalittica condanna della sensualità e della carnalità ad opera di San Paolo prima e della Patristica poi, anche se Agostino qualche soddisfazione era riuscito a togliersela prima di finire in castità. Per poi tornare a nuova vita con l’esuberanza dell’immaginario rinascimentale e uscire completamente allo scoperto con il libertinaggio settecentesco.
È veramente paradigmatico, e incredibilmente attuale, che la civiltà che ha generato tutta l’architettura culturale dell’Occidente abbia dedicato tanta attenzione alle armoniche rotondità del “lato b”, dall’Afrodite Callipigia (ossia “dalle belle kalli natiche pygos”) ai Bronzi di Riace dando vita a quella sovrapposizione sensuale tra maschile e femminile che è stata una delle costanti del desiderio dell’età classica. Il fondoschiena ipertonico, di chiara struttura virile, che oggi, almeno nella sua accezione consumistica, sembra prevalere sul gluteo filogeneticamente femmineo, più morbido, carnoso ed esposto alla tirannia gravitazionale che tanta attenzione ha avuto nella storia dell’arte, da Tiziano a Rubens, da Botticelli a Ingres o Warhol, sembra conformarsi sempre più all’immagine attuale della donna assemblata da spot che la vogliono autonoma, sensuale, aggressiva, lussuriosa circondata da creme depilanti, rassodanti, abbronzanti e vestita esclusivamente di un minuscolo lembo di tessuto cosi ridotto da suggerire l’ormai nota battuta… “una volta per vedere le natiche dovevi spostare le mutande, ora per vedere le mutande devi spostare le natiche”. Il tutto accompagnato da un contorno di elementi quali calze autoreggenti che finiscono, tagliano, incorniciano i glutei come in un’inquadratura cinematografica che ne sottolinea la forza seduttiva, reggicalze che ne contornano la superficie, o guepiere che stringono i fianchi e si aprono verso il basso in una rasserenante rivelazione.
Parallelamente si è venuto organizzando, sempre sulla scia della liberalizzazione dei costumi degli ultimi quarant’anni, e con l’incessante contributo dei mass media e di Internet, un duello a distanza tra la parte alta e la parte bassa del corpo femminile e cioè tra il seno e i glutei. Anche in questo caso il discorso parte da lontano… Con il passaggio alla deambulazione verticale e bipede, infatti, ciò che prima era “sotto” diventò “davanti” trasformandosi in un’area di particolare comunicazione corporea e sviluppando elementi di attrazione prima ignorati e sottovalutati. Secondo gli antropologi dunque i seni, ricordando le rotondità delle natiche, si sarebbero gonfiati e avrebbero acquisito un ruolo seduttivo per riprodurre le più ampie mezzelune del fondoschiena.
Tornando ai giorni nostri via libera quindi alla sfida tra tanga, culottes, bustier, reggiseni, pizzi, ricami. Grazie all’evoluzione della moda la biancheria intima ha cessato di essere nascosta per la gioia degli uomini e delle donne che apprezzano il poter guardare e il poter mostrare. Con l’intimo non si raccontano bugie. Un abito può servire a mascherare il corpo e i messaggi mandati dal corpo. Ma reggiseno e slip no! Anzi, spesso finiscono per trasformarsi in un implicito invito ad andare oltre. L’intimo è un’arma di seduzione e le donne ormai lo scelgono non solo in base alla comodità, ma a seconda di gusti, desideri, obiettivi futuri. Ovviamente con differenze tra donna e donna, tanto da poter persino tracciare un collegamento diretto tra carattere e abbigliamento intimo.
Molte donne non hanno un’immagine di sé forte e stabile né un’autonomia emotiva tale da vestirsi in modo coerente alla propria personalità. Per questo motivo scelgono abbigliamenti eccessivamente provocanti e seduttivi con l’apparente doppio vantaggio di essere alla moda e suscitare pensieri inverecondi, sentendosi così confermate nella propria femminilità. Poi, però, nell’intimità psichica e sessuale non reggono il gioco, subiscono il rapporto, manifestano le proprie fragilità esprimendo la non sintonia con il proprio essere, ostacolando la comunicazione e creando, con sé e con gli altri, un clima di delusione e di conflitto. Purtroppo negli ultimi anni abbiamo assistito al trionfo dell’esagerazione e del grottesco. Si tratta però di una seduzione talmente ostentata da diventare quasi ridicola, una specie di esagerazione carnevalesca. In quanto investito di valori simbolici, l’abbigliamento, soprattutto quello intimo, è sempre un feticcio. Bisogna quindi evitare che diventi preponderante e, in mancanza di contenuti forti, imprigioni trasformandosi in un emblema di dipendente sofferenza.
Un altro elemento su cui si basa l’efficacia suggestiva dell’intimo è il suo valore di codice cromatico-comunicativo espresso attraverso i colori e le trasparenze. Se il nero è, almeno dall’inizio del Novecento, il segno incontrastato della seduzione femminile, esiste una plurisecolare lettura simbolica del rosso, considerato fin dall’antichità come segnale di fertilità e di passionale eccesso. Le “sarabulle” rosse, aderenti e ridottissime mutande, indicavano nell’età romana le signore “espansive” e di facili costumi. Anche le ballerine di can can dei locali parigini indossavano mutande rosse negli spettacoli di fine anno con la speranza di un anno nuovo pieno di soddisfazioni. Una scelta propiziatoria che oggi il consumismo ha volgarizzato in modo esponenziale con scintillanti boutique o meste mercerie che espongono a fine dicembre un’inesauribile e confusa moltitudine di giarrettiere, tanga e slip rossi con tanto di carillon musicali e improbabili frasi umoristiche. Ma ci si può anche orientare sul collaudatissimo bianco, che regala un senso di freschezza unito ad un po’ di ingenuità e di innocenza, sul rosa che suggerisce l’esigenza di amori dolci e romantici oppure sul beige, sinonimo di classe e raffinatezza.
Mi astengo con dignità dal considerare l’intimo zebrato, leopardato o pezzato e concludo con una riflessione che emerge da queste veloci considerazioni sull’uso e sui significati della biancheria e cioè che la seduzione è un gioco sottile, una risorsa e una ricchezza ma poiché appartiene al mondo dell’apparire può nascondere o mimetizzare le paure, le imperfezioni, le carenze dell’essere e trasformare la realtà in una pericolosa illusione.

Cosa c’era prima del reggiseno?
Le donne si sono coperte il seno fin dai primordi della civiltà umana, non per pudore ma per proteggerlo e soprattutto per poter assorbire il latte durante l’allattamento. Le greche, per le gare sportive, usavano “l’apodesmo”, stretto bendaggio avvolto intorno ai seni che serviva ad evitare che ballonzolassero durante le corse. Le fanciulle etrusche e romane si stringevano in larghe fasce, le “taenie”, nell’illusione di mantenere piccolo il seno, come imponeva la moda di allora. Se non riuscivano nell’intento passavano al “mamillare”, un corpetto di rigido cuoio. Le cortigiane romane, invece, intuendone le potenzialità seduttive, indossavano lo “strophium” fatto di sciarpe peccaminosamente trasparenti, mentre va alle atlete dei giochi nautici l’invenzione del bikini, allora definito “subligaculum”. Ma, passando attraverso corpini, corsetti e famigerati busti, bisogna arrivare al 1914 per poter parlare di reggiseno quando una ricca miss americana, per indossare i suoi trasparentissimi vestiti da sera, pensò di unire insieme due foulard di seta imbottendoli di ovatta e cucendo due fettucce di raso come spalline.