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Dom, Mag

Nuove prospettive terapeutiche in cardiologia

Medicina
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Diversi lettori in queste ultime settimane ci hanno chiesto delucidazioni sui nuovi farmaci introdotti di recente in cardiologia, una disciplina che nel più recente passato si è molto sviluppata: ecco le più significative.

Diversi lettori in queste ultime settimane ci hanno chiesto delucidazioni sui nuovi farmaci introdotti di recente in cardiologia, una disciplina che nel più recente passato si è molto sviluppata: ecco le più significative.


> Un’alternativa all’amiodarone: il Dronedarone
Il dronedarone chimicamente è un derivato benzofuranico derivato dall’amiodarone, noto da anni a molti cardiopatici colpiti da aritmie, che per l’elevato contenuto in iodio può causare effetti collaterali a livello polmonare, tiroideo ed epatico. La rimozione dello iodio dalla molecola ha permesso di ridurre la tossicità del dronedarone, inoltre questo farmaco è meno lipofilico dell’amiodarone e possiede perciò un’emivita molto meno prolungata. Il farmaco è stato approvato dalla Fda (Food and drug administration americana) e dall’Emea (Agenzia europea del farmaco) per la cura e la prevenzione della fibrillazione atriale. Il preparato è disponibile sotto forma di compresse da 400 mg da assumere due volte al giorno (mattino e sera) con i pasti. Il dronedarone è indicato per i pazienti con flutter o fibrillazione atriale parossistica o permanente per ripristinare e mantenere il ritmo regolare o anche come premedicazione prima della cardioversione elettrica per favorire il ripristino e il mantenimento del ritmo regolare.
L’autorizzazione alla commercializzazione è stata rilasciata in base ai risultati di numerosi studi clinici fra cui lo studio Athena che ha coinvolto 4.628 pazienti con fibrillazione o flutter atriale seguiti per circa 30 mesi. In questo studio il dronedarone ha ridotto in modo significativo il rischio di nuovo ricovero ospedaliero e di mortalità rispetto al placebo. Il suo utilizzo però è controindicato nei soggetti con scompenso cardiaco instabile. Fra i più comuni effetti collaterali: nausea, diarrea, incremento della creatinina, ma soprattutto aumento della tossicità epatica.
> Un’alternativa all’anticoagulante: il Dabigatran
I pazienti con fibrillazione atriale possono andare incontro all’ictus a causa del ristagno di sangue nell’atrio sinistro. Ciò provoca la formazione di trombi da cui possono staccarsi emboli che passando nella circolazione generale causano embolie; la cerebrale è la localizzazione più frequente. Oggi per la prevenzione di questa temibile complicazione si utilizzano gli antagonisti della vitamina K (Coumadin o Sintrom). Sono note però le difficoltà che si incontrano nella gestione di questa non facile terapia che richiede frequenti controlli di laboratorio.
I pazienti con fibrillazione atriale che devono essere sottoposti a questa terapia troveranno un’efficace alternativa con l’uso del Dabigatran, un nuovo anticoagulante orale, inibitore competitivo della trombina. Nello studio RE-LY, a cui hanno partecipato anche molti cardiologi italiani, il Dabigatran è stato confrontato con il Coumadin. In base ai risultati di questo studio, il Dabigatran non è risultato inferiore al Coumadin nella prevenzione dell’embolia nei pazienti (molti gli anziani) con fibrillazione atriale cronica. Il preparato, non ancora disponibile nel nostro Paese, è facile da somministrare (2 cp al giorno) senza la necessità di eseguire controlli periodici del tempo di Quick e ciò migliorerà la qualità della vita di molti pazienti.
> Fumo e Dipendenza
Il fumo è una delle principali cause di morte in tutto il mondo, infatti oltre 5 milioni di persone perdono la vita ogni anno a causa del fumo. Alcuni ricercatori americani hanno individuato il meccanismo che innesca la dipendenza: è un recettore cerebrale che regola le risposte del cervello alla nicotina. Inibendo questo recettore i ricercatori hanno rilevato un minor consumo di nicotina da parte degli animali da esperimento. La vulnerabilità alla dipendenza da tabacco perciò può essere smorzata.
> Vino e cardiopatie
Una recentissima analisi pubblicata su un’importante rivista inglese (British Medical Journal) riporta i risultati di uno studio in cui si dimostra che un moderato consumo di alcool (1-2 bicchieri al giorno di vino) provoca una riduzione del rischio di comparsa di alcune patologie cardiovascolari e anche della mortalità per malattie cardiovascolari.
> Identificati nuovi geni favorenti il rischio di infarto
I soggetti colpiti da infarto in Italia sono ogni anno circa 150.000. Uno studio europeo (Procardis) con la partecipazione dell’Istituto Mario Negri, ha identificato 17 nuove varianti genetiche associate ad un aumento di rischio di infarto. È stato inoltre confermato che allo sviluppo di questa malattia concorrono molti geni ciascuno con un piccolo effetto. Si allontana perciò la possibilità che un semplice test genetico possa identificare le persone più a rischio di sviluppare un infarto. La riduzione del livello dei classici fattori di rischio noti (colesterolo alto, diabete, ipertensione, fumo ecc.) è sicuramente, allo stato attuale, il modo più corretto per prevenire l’infarto del miocardio. Attenuare i fattori di rischio cardiovascolare, grazie al cambiamento dello stile di vita, è molto importante per tutte le fasce di età, in particolare per la popolazione giovanile.
> Aderenza alle terapie
I pazienti con malattie cardiovascolari devono spesso assumere numerosi farmaci indispensabili per la cura e la prevenzione secondaria. Molti pazienti già nei primi mesi dopo la dimissione dall’ospedale riducono spontaneamente il numero o la dose dei farmaci prescritti per tutta una serie di fattori: effetti indesiderati dei preparati, numero delle prescrizioni, dosaggi, modalità di somministrazione. Sicuramente i regimi terapeutici complessi contribuiscono pesantemente a ridurre l’aderenza dei pazienti alle cure, tuttavia si auspica una maggiore partecipazione dei malati alle cure, in particolare discutendo con i medici curanti le diverse problematiche delle terapie complesse come quelle cardiovascolari o antitumorali.
> Sale e salute cardiaca
L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda per le popolazioni occidentali non più di 5 grammi di sale al giorno. Una dose maggiore si associa ad un aumento di rischio di ictus e di malattie cardiovascolari. La maggior parte del consumo di sale deriva dai cibi conservati.
> La misurazione automatica della pressione arteriosa è accurata
Il monitoraggio automatico della pressione arteriosa è più accurato di quello manuale. Questa la conclusione di uno studio policentrico canadese condotto su 500 ipertesi curanti nella medicina generale. Infatti, lo sviluppo di nuovi apparecchi per la misurazione automatica della pressione arteriosa ha permesso di eliminare le misurazioni imprecise delle vecchie apparecchiature. È indispensabile però utilizzare quelle consigliate dalle associazioni mediche perché validate da organismi internazionali o società scientifiche.
> Pacemaker compatibili con esami di risonanza magnetica
Attualmente, la risonanza magnetica è sconsigliata nei pazienti portatori di pacemaker perché i campi magnetici possono causare il malfunzionamento degli stimolatori. La Food and drug administration americana ha approvato il primo pacemaker cardiaco progettato per essere utilizzato in sicurezza nel corso degli esami di risonanza magnetica.
> Depressione e cardiopatie
Uno studio pubblicato su una rivista cardiologica inglese ha rivelato che i pazienti cardiopatici, se affetti anche da depressione, hanno un rischio di morte quasi 5 volte superiore. Si sapeva da tempo che la depressione peggiorava la sintomatologia cardiaca, ma i risultati di questa ricerca dimostrano che la combinazione delle due patologie è ancora più pericolosa di quanto si credesse.
> Innesto di cellule staminali nei pazienti con infarto
Una speranza reale per i pazienti che hanno un infarto del miocardio è rappresentata dall’innesto di cellule staminali ricavate dal midollo osseo. Uno studio condotto a Miami ha dimostrato che le staminali hanno la capacità di ridurre le dimensioni del cuore leso, mentre una seconda ricerca condotta in Germania ha dimostrato che la somministrazione di cellule staminali migliora le prestazioni cardiache e aumenta la sopravvivenza di 4 volte nei pazienti che hanno subito un infarto del miocardio.
dott. Sabino Scardi