Sidebar

13
Gio, Dic

Sesso in gravidanza: il feto non corre alcun pericolo

Medicina
Stile testo

Fare sesso in gravidanza non comporta alcun rischio per il feto e per la mamma.

Fare sesso in gravidanza non comporta alcun rischio per il feto e per la mamma.

A sostenerlo uno studio americano e canadese, pubblicato di recente sul Canadian Medical Association Journal. Astenersi dai rapporti sessuali è una precauzione da adottare solo se la gravidanza è a rischio. Invece sono molte le coppie che per nove mesi interrompono la loro attività sessuale, pensando di incorrere – erroneamente – in un parto prematuro, infezioni uterine e coaguli di sangue. Un altro luogo comune da sfatare è il calo del desiderio nelle donne incinte. In realtà, è vero il contrario: gli estrogeni provocano un aumento del desiderio e maggiore appagamento durante i rapporti.
Sotto osservazione dagli studiosi due gruppi di donne: uno aveva avuto rapporti per tutto il tempo della gestazione, il secondo si era astenuto completamente. Nessun problema è stato riscontrato nelle donne che avevano avuto rapporti sessuali. Molte delle donne esaminate avevano avuto un precedente parto prematuro (in questi casi i rapporti sono sconsigliati), e anche in quest’occasione non erano insorti problemi. Per i ricercatori, però, se la gravidanza è gemellare, è sconsigliato fare sesso.

18/02/2011 - I frutti di bosco prevengono dal Parkinson

Il morbo di Parkinson si può prevenire mangiando frutti di bosco (fragole, mirtilli, lamponi) e in generale cibi contenenti flavonoidi. A dimostrarlo un gruppo di ricercatori della Harvard School of Public Health di Boston, che ha coinvolto per la ricerca 49.281 uomini e 80.336 donne, seguiti per un arco di tempo compreso tra 20 e 22 anni.
Con l’aiuto di questionari specifici i ricercatori hanno valutato la quantità di flavonoidi presi dai partecipanti all’indagine attraverso la dieta, quindi hanno analizzato l’associazione tra dosi di flavonoidi consumate e pericolo di ammalarsi di Parkinson. Durante il periodo di osservazione, 805 persone hanno sviluppato la patologia.
Gli esperti hanno stimato che il 20% di uomini che consumava quantità maggiori di flavonoidi aveva un rischio di Parkinson quasi dimezzato (-40%) rispetto al 20% di maschi che assumeva meno flavonoidi. Nelle donne la relazione tra consumo di flavonoidi e rischio patologia non è stata osservata, ma facendo una distinzione fra sottoclassi di flavonoidi si è notato che l’assunzione regolare di antocianine ottenute specialmente dai frutti di bosco aveva un effetto “scudo” in tutti e due i sessi.
“Questo è il primo studio – spiega l’autore Xiang Gao – che analizza negli esseri umani l’associazione tra consumo di flavonoidi e rischio Parkinson. La ricerca suggerisce un effetto neuroprotettivo delle antocianine. E se il risultato sarà confermato da ulteriori ricerche, i flavonoidi potranno essere considerati un modo sano e naturale per evitare il Parkinson”. Lo studio è stato presentato al 63esimo meeting annuale dell’American Academy of Neurology, lo scorso aprile, a Honolulu nelle Hawaii.

18/02/2011 - Mal di schiena? Tutta colpa della tracolla!

Secondo una ricerca condotta dalla British Chiropractic Association, gli uomini che solitamente indossano le tracolle rischiano di essere colpiti da mal di schiena. Oggigiorno almeno tre uomini su cinque non vi rinunciano, caricandole di cellulare, computer, tablet e smartphone.
Il problema per gli esperti sarebbe da attribuire al peso delle borse. Trascorrendo la giornata fuori casa, “il borsello – ha chiarito Tim Hutchful, uno dei chiropratici dell’associazione – è ormai una necessità per molti uomini, ma questo oggetto può causare dolore alla schiena e alle spalle a causa dello stress prolungato, e può avere effetti anche sulla postura. Bisogna diventare più saggi nell’uso, ascoltando i primi segni di dolore che provengono dal corpo”. La soluzione? Cambiare spesso spalla così da non caricare il peso sempre sullo stesso lato e accorciare la cintura della borsa.

18/02/2011 - Più a rischio di obesità mangiando davanti al computer

Mangiare davanti al pc aumenta il rischio di obesità perché aumenta il consumo di cibi dolci. La notizia arriva da uno studio dell’Università di Bristol (Gran Bretagna), guidata dal dottor Jeff Brunstrom.
Per l’esperimento sono state osservate 44 persone, divise in due gruppi. Ognuno dei due gruppi aveva ricevuto un pasto completo anche di dessert, l’ordine di arrivo delle portate era stato lo stesso. Il primo gruppo aveva consumato il pasto giocando a solitario davanti al computer, mentre il secondo aveva mangiato senza alcuna distrazione. Alla fine del pranzo, i ricercatori avevano notato che il primo gruppo aveva mangiato di più, soprattutto dolci, e faticava a ricordarsi l’ordine delle portate.
Per Brunstrom, “chi mangia davanti ad un pc o ad un monitor, perde di vista il numero delle calorie introdotte e si riduce la sensazione di sazietà, perché troppo focalizzati sulle immagini”. La ricerca è stata pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition.

18/02/2011 - Quando la madre lavora i figli hanno più problemi di salute

Le mamme che lavorano lo hanno sempre temuto, ma ora ci si mette anche la scienza ad allarmarle con la notizia che vede i figli di donne che lavorano incorrere in maggiori problemi di salute come l’asma o piccoli incidenti, rispetto a quelli con mamme casalinghe. A confermare la notizia è una ricerca della North Carolina State University (Usa).
Lo studio ha analizzato la salute dei bimbi in età scolare con almeno un fratello minore. Si è notato che quando una madre lavora, il pericolo che il figlio possa incappare in eventi rischiosi come ricoveri durante la notte, episodi di asma, lesioni o avvelenamenti, aumenti del 200%. “Credo – afferma Melinda Morrill, autore dello studio – che nessuno dovrebbe esprimere giudizi di valore sulla decisione di una madre di lavorare o no, ma è importante essere consapevoli dei costi e dei benefici associati alla decisione”.

04/03/2011 - Studiare fa bene alla salute

Dedicare tempo allo studio giova alla salute. A darne conferma i risultati di una recente ricerca diffusa su Bmc Public Health. Secondo i ricercatori gli anni di studio sarebbero correlati a valori di pressione più bassi, ma anche ad una riduzione dell’incidenza di altri fattori determinanti per la salute, come il consumo di alcol, il fumo o il sovrappeso.
Per la ricerca sono state monitorate 3.890 persone per un lasso di tempo trentennale. È stata controllata la storia medica di ciascuno, la durata della formazione culturale e l’incidenza di malattie cardiovascolari. Si è visto che gli uomini con circa 17 anni di studio alle spalle avevano un indice di massa corporeo più basso, consumavano meno alcol e fumo, rispetto a coloro i quali avevano trascorso meno tempo sui libri. Stesso risultato anche per le donne più studiose: fumavano di meno delle loro coetanee meno acculturate ed avevano un indice di massa corporea più basso. L’unica differenza è la tendenza a bere un po’ di più (comunque sempre circa la metà rispetto agli uomini studiosi). Inoltre per entrambi ogni livello in più di grado accademico raggiunto diminuiva ancor di più l’incidenza di ipertensione.
“Anche tendendo conto delle variabili socio-economiche – sostiene il ricercatore Eric Loucks della Brown University – gli anni di studio sono inversamente correlati con l’ipertensione, e l’effetto positivo della cultura è addirittura più forte per le donne, rispetto agli uomini”.

04/03/2011 - Antibiotici in età pediatrica, le regole da seguire

Per tutti i genitori arrivano i consigli dei pediatri della Sipps, Società italiana di pediatria preventiva e sociale, su un uso corretto degli antibiotici in età pediatrica. I consigli rientrano nell’ambito della campagna sul corretto uso degli antibiotici promossa dal ministero della Salute, insieme all’Istituto Superiore di Sanità (Iss) e all’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa).
“L’uso indiscriminato di antibiotici – afferma il dottor Giuseppe Di Mauro, presidente Sipps – conduce allo sviluppo del fenomeno dell’antibioticoresistenza, vale a dire che ogni qualvolta viene utilizzato un farmaco antibiotico, può accadere che si selezionino dei batteri resistenti al farmaco stesso. Ciò provoca, molto spesso, una probabile ricaduta dell’infezione nel bambino, questa volta più difficile da trattare, perché i batteri sono diventati resistenti all’attacco dell’antibiotico”.
Le regole da seguire: prima di somministrare un medicinale è necessario rivolgersi al pediatra; non ricorrere agli antibiotici in caso di raffreddore o influenza; in presenza di muco giallo o verde nelle secrezioni nasali non somministrare l’antibiotico, è un errore pensare di trovarsi in presenza di un’infezione batterica; una volta cominciato il trattamento, è fondamentale somministrare tutte le dosi giornaliere per il periodo di tempo prescritto dal medico; infine, una volta conclusa la terapia, l’antibiotico aperto va buttato.

18/03/2011 - Medicine salva-vita con il sole meno efficaci

Medicinali salva-vita meno efficaci nei mesi più caldi. Alcuni ricercatori svedesi hanno visto che la vitamina D, prodotta dal nostro organismo, accelera (nei mesi estivi) la capacità del corpo di limitare l’effetto di questi farmaci. Lo studio, diffuso sulla rivista Drug Metabolism and Disposition, è stato condotto su 6.000 persone e sembrerebbe raccomandare ai camici bianchi di diminuire le dosi dei medicinali nei mesi invernali, per poi aumentarle quando arrivano le giornate calde.
I ricercatori del Karolinska Institute ritengono che i risultati ottenuti potrebbero modificare la prescrizione dei farmaci in questione, ma raccomandano ai pazienti di non farlo senza prima consultare il medico. La ricerca ha analizzato per oltre 10 anni 70mila campioni di sangue di persone sottoposte a trapianto d’organo che prendevano i medicinali anti-rigetto. In questo modo hanno potuto verificare la diversa concentrazione di farmaci in periodi dell’anno differenti, in stretto legame con i cambiamenti dei livelli di vitamina D. Quando questa aumenta (in estate) scende contemporaneamente la presenza dei farmaci nell’organismo.
Secondo gli esperti, la vitamina D accrescerebbe la quantità di una sostanza chimica rilasciata dal fegato e in prima linea nel processo di decomposizione dei medicinali. “L’enzima noto come CYP3A4 – spiega Erik Eliasson, a capo dello studio – è coinvolto nella metabolizzazione di circa la metà di tutti i farmaci. Ulteriori studi saranno necessari per confermare i risultati ottenuti, ma CYP3A4 è considerato il più importante enzima per l’assunzione del farmaco nell’organismo, e i risultati potrebbero essere significativi per molti medicinali”.