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Sab, Mar

Anche da vecchie: le donne nella terza e quarta età

Costume e società
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Di anziani si parla spesso, fin troppo per chi vecchio ancora non è e non si entusiasma, è insofferente anche solo all’idea di far parte a breve della categoria.

Di anziani si parla spesso, fin troppo per chi vecchio ancora non è e non si entusiasma, è insofferente anche solo all’idea di far parte a breve della categoria.

Si parla genericamente di “persone anziane” senza una specificazione di genere, quasi con accezione neutra. Eppure le analisi più complete per comprendere i fenomeni sociali non possono esimersi dall’analizzare il genere, una variabile essenziale perché “le implicazioni di genere strutturano l’intero ciclo di vita, dalla nascita all’età anziana, influenzando l’accesso alle risorse e alle opportunità e modellando le scelte di vita ad ogni stadio” (Onu, 2002). Quando si parla di “deriva gerontologica” e di invecchiamento della società non si è espliciti e questo non porta ad avere un quadro veritiero della situazione. La vecchiaia si va femminilizzando: vivendo più a lungo le donne anziane sono sensibilmente più numerose dei loro coetanei uomini, anche se lo scarto di sopravvivenza è in via di riduzione e non solo in Italia.
Niente è neutro, e parlare, operare un distinguo fra donne anziane e uomini anziani non è una pedanteria vetero-femminista ma un efficace e originale metodo per indagare a fondo la condizione anziana, come è oggi e come potrebbe essere domani. Nel solco di questo metodo si sviluppa il contenuto del volume “Anche da vecchie” di Teresa Bonifacio (Franco Angeli ed.) che analizza in modo appassionato e appassionante tutte le sfaccettature della collocazione sociale delle donne anziane. La Bonifacio è psicologa e collabora con l’associazione “Goffredo de Banfield” di Trieste, onlus che opera a favore degli anziani non autosufficienti e dei loro familiari. Frutto di un paziente lavoro di ricerca (finalizzato in origine alla sua tesi di laurea) nelle principali banche dati della letteratura psicosociale, il testo attinge anche da altre discipline. Ne esce uno studio chiaro e positivo che offre molti elementi inediti su un fatto ineluttabile: tutti invecchiano. Ma, qui sta l’originale impostazione, c’è chi invecchia meglio, chi più degli altri.
Le donne, anche da vecchie, come il titolo incisivamente dichiara, subiscono alcune discriminazioni nella vita ancora da vivere come in quella già vissuta. Del resto anche il femminismo è stato accusato di “agism” (stereotipi e pregiudizi legati all’età) e di essere poco sensibile, nella tradizione italiana, ai temi specifici delle vecchiaie femminili. Delle vulnerabilità specifiche nelle donne anziane vengono analizzate l’istruzione, il reddito, gli aspetti epidemiologici, le cure e i caregiving, le violenze e gli abusi, l’accesso alla tecnologia, la sessualità, e altro ancora. Assolutamente degni di essere citati, pertanto, sono i capitoli sugli abusi e le violenze. Si fa luce su una realtà, sinistra e inquietante, che infrange la cortina di silenzi e reticenze che adombra i maltrattamenti delle persone anziane e che non accenna a diradarsi nemmeno al di fuori dell’ambito più strettamente domestico, ammesso che sia possibile suddividere l’abuso in settori e ambiti. La denuncia investe non solo l’abuso fisico e psicologico intimo, familiare, maritale che con l’età pure si attenua, ma anche nel caregiving familiare e istituzionale. I comportamenti interpersonali manipolativi e abusivi sono interpretabili in un contesto sociale improntato su disuguaglianze di potere fra uomini e donne. Ma esiste, ingiustificabile, quello messo in atto dalle donne sulle donne. Come non sorprendersi che gli anziani che vivono da soli hanno meno probabilità di subire abuso di quelli che vivono con altri? Possibile che la solitudine rappresenti un vantaggio? Invece no.
Questo testo, oltre al rigore della ricerca (marchio di fabbrica magistrale, nella migliore tradizione dell’università che produce cultura alta), offre prospettive inedite per la vecchiaia. Il gioco, l’allegria e il divertimento, l’amicizia fra donne, nella terza, quarta età possono contribuire al mantenimento delle funzioni cognitive e alla crescita emozionale. Le emozioni positive e l’amicizia associata al gioco possono essere evolutivamente adattive. E la leggerezza e la positività che sa trasmettere questa ponderosa indagine si potrebbe riassumere nella ironica solidarietà femminile insegnata dalle aderenti alla Red Hat Society. Questa aggregazione di donne sa proporre allegria, coinvolgere fino ad alleviare con il sorriso, non del tutto ma molto, il fardello di vulnerabilità e di svantaggi cumulativi che alle donne viene consegnato alla nascita e che si portano dietro tutta la vita.
Ignazia Zanzi