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Gio, Giu

Islanda sull'orlo del fallimento si affida alla Russia

Economia
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C'era una volta un'isola felice. L'Islanda. Ora l'isola esiste ancora, ma non è affatto felice. Il sistema capitalistico sregolato occidentale, che in queste settimane sta bruciando centinaia di miliardi di dollari in continue crisi finanziarie, ha fatto tra le sue prime vittime proprio il remoto paese scandinavo, posizionato nel circolo polare artico tra l'Europa e il Nord America.

Riveste allora un peso specifico notevole, anche dal punto di vista geopolitico, l'aiuto richiesto dall'Islanda alla Russia, che ha deliberato un prestito di 4 miliardi di euro a favore della piccola repubblica artica.

4 miliardi di euro per un paese di appena 300.000 anime rappresentano senza dubbio una sorta di "acquisto" della Russia di Putin dell'isola, che rientrerà ben presto dal punto di vista della politica estera, sotto l'influenza di Mosca.

E' incredibile ciò che sta accadendo nell'emisfero settentrionale in questo periodo così delicato e di crisi finanziaria internazionale. Ci si poteva aspettare che Reykjavik chiedesse aiuto agli USA anziché alla Russia, ma la credibilità (e la solvibilità) di Washington sono ai minimi storici e Putin ne approfitta per ripagare con le stesse monete gli americani che per decenni hanno spadroneggiato nel mondo occidentale: soldi e affidabilità. Un contrappasso in piena regola.

La Corona islandese ha subito una svalutazione di oltre il 50% in pochi giorni. Le principali banche d'affari e gli istituti di credito sono stati nazionalizzati dal Governo per evitare scene di isteria collettiva simili a quelle viste qualche anno fa in Argentina, con i risparmiatori pronti a tutto pur di salvare i soldi dal fallimento delle banche.

L'Islanda ha molto goduto della crescita della "finanza creativa" in salsa americana e negli ultimi lustri ha poggiato la propria economia sul sistema bancario che a sua volta ha sfruttato senza limiti i derivati-spazzatura. Ora il gioco è finito e Reykjavik ha voltato le spalle agli americani, prostrandosi proprio al peggiore - dal punto di vista degli USA - tra gli interlocutori possibili.