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Mer, Ago

Il mio Carso, di Scipio Slataper

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È un inno eterno di dedizione a una donna morta, a una nazione, a una patria. La donna è Anna Pulitzer: una delle tre amiche cui Scipio Slataper ha inviato...

 lettere d’amore – e di poesia, e filosofia – fra le più belle, senz’altro, della letteratura italiana, rinvenibili a tutt’oggi in Alle tre amiche, volume curato da Giani Stuparich, per la collana mondadoriana dello “Specchio”, risalente al troppo lontano 1958. Anna, affettuosamente battezzata Gioietta da Scipio, si è tolta la vita nel 1910, evento che rappresenta la causa scatenante della decisiva maturazione del poeta (e dell’uomo) Slataper, nonché della redazione del Mio Carso quale oggi noi lo conosciamo.

 

La nazione è quella italiana e la patria è Trieste; Trieste e, naturalmente, il Carso che avvinghia la città da tergo come un maschio la sua preda, unione di passione inscindibile e aspra. Non meravigli la distinzione, tra nazione e patria. È il felice risultato di quella certa tensione che, in proposito, è possibile cogliere tra lo Slataper poeta e lo Slataper teorico politico; esito apprezzabile appieno nel Mio Carso, dove frequente è l’appellarsi a Trieste e all’altipiano come alla propria patria. Uscito nel 1912 esso si situa nel mezzo di un itinerario di pensiero durato non molti anni: avviato con le Lettere triestine, lui appena ventunenne, propagate dalla «Voce» di Firenze nel 1909, le quali gli procurano una fama, almeno in città, di giovane sventato e sconveniente; itinerario condotto e terminato poi, nel periodo ’14-15, con slancio febbrile e smodata volontà persuasiva sulle colonne del «Resto del Carlino», da cui chiama l’Italia alla guerra – l’Italia del Risorgimento: della libertà – contro il progetto di un’Europa della forza, autoritarista e militarista, retta dal pangermanesimo austro-prussiano. E di subito successiva è la morte, avvenuta in azione di guerra, ventisettenne, in pieno Carso ora sono quasi novant’anni esatti.

 

Detto in sintesi: nello Slataper poeta che s’incontra nel Mio Carso, la nazione pare configurarsi come la comunità cui si appartiene per comunanza di lingua e cultura. Non ha base etnica, al contrario: l’acquisizione della nazionalità così intesa è un processo che può avvenire in forme, in un certo senso, al limite della consapevolezza; e ciò a ben vedere richiama, a un livello solo un po’ più acutizzato, le riflessioni di Chabod sul fondo “volontaristico” dell’idea di nazione italiana. Proprio in simili modi, del resto, va interpretato il “farsi italiani” di slavi, tedeschi, greci e quant’altro a Trieste tra Settecento e Ottocento (ivi compresi, tanto per dire, gli avi di uno Slataper o di un Oberdan). È l’assimilazione di un ambiente cosmopolita a una parlata e a una cultura, nella fattispecie la parlata veneta dei commerci e la cultura – soprattutto letteraria – italiana, avvertita quale patrimonio spirituale fra i più preziosi d’Europa. Ed è anche, ovviamente, integrazione di sé in un’identità plurale, la quale diviene parte costitutiva dell’identità individuale.

 

Questa la nazione. La patria invece emerge dal Mio Carso, in più luoghi, come la propria terra-casa; la propria Heimat, dicono i tedeschi (cfr. l’inglese –home, il norvegese –heim, ecc.): un luogo dell’anima, fatto di presenze umane, tipi umani, colori della natura e sapori della cucina, usanze comuni, lo scorcio di un pendio o di un golfo, una volgarità in dialetto; in questo senso, può comprendere e implicare fusioni di nazionalità e incroci di sangue – come accade appunto nell’alto Adriatico, da sempre; essere il risultato sentimentale di un impasto di tradizioni di disparata provenienza – ciò che accadrà all’Europa quando vorrà diventare una patria, un giorno. Di qui l’attualità del discorso slataperiano.

 

Se si parla di attualità, tornando al Mio Carso si deve spendere un cenno sulla struttura e lo stile. Vi troviamo autobiografia, inserti diaristici, abbandoni lirici, ponderazioni a mo’ di appunti, narrazione libera a episodi; uno stile alto, che però non disdegna di smozzicarsi in brani dialettali; l’impiego in generale di quella lingua letteraria, un tempo così tipica del prosare triestino, ansioso di assicurarsi patente di legittimità in seno alla comunità dei letterati nazionali, quasi vergognoso di una frequentazione troppo fitta col tedesco e con un dialetto che si giudicava forse poco “puro”, troppo gravido di innesti stranieri. Quello di Pennadoro (“slataper” tradotto dallo slavo, per bizzarro caso o ineludibile vocazione) è comunque uno stile ammaliante, infrequente per potenza e sensualità nell’espressione. Si vedano le assidue osservazioni rivolte alla natura, una natura declamata sempre con ardore panico, direi con bocca immersa a suggerne i succhi vitali; oppure ancora la coralità quasi cinematografica della scena finale, in cui Trieste si sveglia in un’alba già satura di traffici e di lavoro, e presenta la sua prosperità e la sua innocenza in dono all’Italia.

 

Per quanto concerne le influenze culturali, si fanno notare alcune idee di larga fortuna nell’Europa dell’epoca, segno che la formazione del giovane Slataper è tutt’altro che quella di un provinciale. Specie quel certo vitalismo nietzscheano, che si coglie in qualche sbandata di superomistica esaltazione di sé (talora odorano di acerbo, è vero, ma quando c’è ispirazione sono adorabili e memorabili); e che si rinviene anche, ibridato plausibilmente a O. Bauer e Simmel, nel riferirsi ricorrente a una sorta di graduatoria dei popoli basata sulla loro presunta “salute”: abbiamo così la vigoria degli slavi di contro agl’italiani esangui, interpretazione allargabile alle categorie presso che senza tempo di campagna e città (e non può trattenere un brivido il giuliano – un connazionale sarebbe sperare troppo – che col senno di poi legga oggi la pagina vaticinante dello slavo ormai pronto a far sua la Venezia Giulia, e dell’italiano riverso sul marciapiede della sua città in attesa invece che «il nuovo secolo lo calpesti»). C’è infine la concezione del lavoro sia come dovere, sia come strumento di palingenesi, unica via all’espiazione del possibile nihil che è la vita umana nel cosmo, e a una liberazione, dunque, tutta terrena; concezione che a me pare incrocio originale d’ispirazioni socialiste quanto cristiane.

 

Ma sono considerazioni fredde e sul limite d’essere fuori luogo, va riconosciuto, appena ci si volga alla poesia del testo, cioè al suo valore e al suo significato più duraturo e vero. Che sta tutto, lo ripeto, nei termini Italia, Carso e Gioietta. Perché Scipio Slataper, con questo libro, ha consegnato Trieste alla nazione italiana e alla patria del Carso, in un atto d’amore incondizionato e disperato, quanto può esserlo l’amore di una giovane suicida. O piuttosto: con questo libro la Trieste italiana si è guardata allo specchio, e in esso si è scoperta irriducibilmente diversa dalla nazione cui proprio allora si stava offrendo con tutta la sua anima; con l’imbarazzata consapevolezza della propria diversità, il batticuore di non saperla spiegare e di non farsi accettare: di qui l’esitante condizionale d’apertura, il pudore di quel vorrei dirvi che meriterebbe ancor oggi altra attenzione. Carso, Gioietta e Italia sono i termini entro cui si va a fondare la personalità matura dello Slataper poeta; e poeta egli è nel senso più carico, giacché scioglie l’uno nel tutto, e cantando di sé canta il destino di una comunità intera. Il mio Carso, se vogliamo, è un romanzo di formazione: ma di una città.

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.

Scipio Slataper, Il mio Carso, edizione speciale per la collana «Trieste d’autore» del quotidiano «Il Piccolo», Trieste 2004.

 

Prima Edizione: «La Voce», Firenze 1912.

 

Scipio Slataper (1888-1915), scrittore triestino. Decisivo il suo contributo alla «Voce» di Firenze. Ha scritto analisi e commenti di politica internazionale per il «Resto del Carlino». Ha fatto conoscere il drammaturgo norvegese Ibsen in Italia. Ha curato l’epistolario del Tasso e tradotto Hebbel. Si è arruolato volontario nell’esercito italiano allo scoppio della Prima guerra mondiale. È morto in combattimento sul monte Podgora, nei pressi di Gorizia, il 3 dicembre 1915. Medaglia d’oro alla memoria.

 

Patrick Karlsen