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Gio, Giu

Una notte terribile e confusa, di Tullio Kezich

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«Il destino si avvale delle nostre debolezze per raggirarci, trascinarci fuori strada e mollarci là; e sul finire della partita esistenziale subentrano il tormento e la rabbia di non potersi rifare a nessuna regola, a qualcosa che ci metta il cuore in pace spiegando ciò che è successo e perché.

Tradotto in parole povere, inutile rivangare il passato, quindi a che vale questo mio continuo tornare idealmente a Trieste essendone lontano ormai da decenni? Qua drento noi gavemo l’elastico, mi disse una volta un patriarca locale indicando il proprio petto; e forse mi rivelò una verità ineluttabile».

 

Nel 1947 Trieste si trovava sotto il Governo Militare Alleato degli angloamericani. La guerra fredda l’aveva sorpresa con due anni di anticipo rispetto al resto del mondo. Le truppe alleate la occuparono nel ’45 per non lasciarla in mano alla Jugoslavia socialista di Tito: era diventata una questione di principio, l’avanzata del comunismo in Europa doveva osservare confini ben precisi. Oltre un certo limite, si voleva far capire, i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero reagito, e Trieste era uno di quei limiti.

 

Per la città fu un periodo fortemente ambiguo. Da una parte la guerra l’aveva ridotta a una specie di testa senza corpo, un capoluogo ormai amputato di tutta la sua regione. La Venezia Giulia non esisteva più, persa l’Istria, le isole del Quarnero, e poi Fiume, Zara. Con tutti i corollari di una simile situazione, il senso di spaesamento, l’interruzione di contatti un tempo normalissimi e quotidiani. Come Genova senza più la Liguria, Roma senza più il Lazio.

 

D’altra parte, al senso di afflizione si affiancava in molti un compiacimento non troppo inconfessato. I riflettori del mondo puntati addosso non potevano che solleticare quella mania di pensarsi in grande tipicamente triestina. In buona parte era un’illusione, un errore di prospettiva. Il mondo, sepolto fra tutte quelle macerie, aveva altro a cui pensare. Ma tant’è ci si baloccava nell’idea, soprattutto non ci si voleva rassegnare al fatto che «dai tempi della Redenzione, costata all’Italia seicentomila morti di cui non pochi oriundi nostrani» noi triestini «siamo scivolati fuori dal cono di luce. Non eravamo più niente e là siamo rimasti».

 

Così scrive Tullio Kezich, decano della nostra critica cinematografica, per introdurre al contesto in cui si muove la vicenda del suo romanzo epistolare, dando subito un saggio del piglio disincantato che ispira la sua cifra di scrittore. La bella prosa del critico che conosciamo si unisce in Una notte terribile e confusa a una visione della vita romantica e asciutta al contempo, a una sorta di understatement però vibrante e caldo, che lascia trapelare il prezzo pagato negli anni per averlo conquistato.

 

Il seducente titolo del libro è ricavato da una citazione da Jean Cocteau che si riferisce alla memoria, alla coltre di ricordi che avvolge periodicamente con le sue lunghe dita di malinconia quando si pensa al passato e alla propria adolescenza, a quello che si poteva diventare e non si è stati. Quando si pensa a una città strana e quasi immateriale, un luogo dell’anima abbandonato da giovani che non lascia libTullio Kezichero il pensiero, lo costringe a far ritorno continuamente sulle sue storie spezzate, le promesse differite, i rebus irrisolti. Di tanto in tanto succede che la malinconia si guasti e si trasformi in rimorso, allora come in un quadro di Magritte si alza dalla città-fantasma una orrenda Manona Nera che ti scova ovunque sei, «cala qui sul petto, attanaglia e leva il respiro». E allora sono sudori freddi, bruschi risvegli nel cuore della notte.

 

È quasi d’obbligo che succeda se hai appena ritrovato in una scatola nascosta l’epistolario dei tuoi amici di quando avevi vent’anni. L’aveva raccolto e conservato la tua ex moglie, in ricordo di una stagione diversa da tutte le altre, quella in cui le ombre dell’adolescenza si allungano fino a scomparire nel tramonto e un attimo dopo il sole bianco del mattino rischiara il primo giorno della nuova vita. Un battito d’ali, si è uomini e donne adulti e il ripudio del passato è completo. Leonora, Daniele, Isa, Matteo varcano la linea d’ombra nel 1947, mentre in città c’è il Governo Militare Alleato, aleggia la follia psicopolitica dell’omicidio Pasquinelli e Umberto Saba si candida sul “Corriere della Sera” a diventare governatore del Territorio Libero di Trieste con una sola legge nel programma: la fucilazione immediata degli italiani che predicano l’odio contro gli sloveni e degli sloveni che predicano l’odio contro gli italiani.

 

Il Maestro Raro, giovane promessa del pianoforte e citatissimo nelle lettere degli altri quattro, è l’unico a non partecipare allo scambio epistolare, ma sarà quello che a distanza di sessant’anni lo riscopre e nuovamente vi si immerge. Si cimenta nella decifrazione, cerca di ricomporre i frammenti di quella giovinezza immortalata nelle lettere nel suo momento più torbido e irrequieto, di quell’amicizia colta nel diapason un istante prima di infrangersi. Dall’epistolario ritrovato riaffiora la giovinezza in tutte le sue manifestazioni contorte, contraddittorie e non di rado masochiste. Riaffiora la bellezza giovanile della fidanzata (e poi sposa) Leonora; riemerge Matteo, il quale per celare la sua fragilità forse scimmiotta un po’ Slataper nel suo opporre la morale ai moralismi (cfr. il memorabile ed entusiasmante elogio del bordello alle pp. 91-94) ma la sua non è che una contraffazione, come si vedrà non appena Daniele e Isa lo avranno messo alla prova dei fatti.

 

Alla divaricazione delle cose e degli animi provocata dal transito del tempo quasi nulla resiste, la maturazione dei giovani umani è una forza centrifuga solenne e crudele, procede per la sua strada incurante delle rovine che si lascia alle spalle. Lo strappo è poi pressoché immancabile in presenza di divergenze profonde nella visione della vita, quando due amici incarnano tipi psicologici – avrebbe detto Jung – inconciliabili loro malgrado già a livello costitutivo. E da giovani agisce un dualismo più radicale degli altri, come ci ricorda la vicenda di Daniele e Matteo nella Notte terribile e confusa. Quello che ha sempre diviso e dividerà colui che tra l’amico e la donna sceglie il primo, da chi al contrario pur di salvare il rapporto con la donna sarebbe disposto a far male all’amico. Ma sono appunto furori e schematismi di gioventù, perché con la vecchiaia si scopre che il problema è un falso problema, dato che la donna finisce spesso per fare le funzioni anche del migliore amico.

 

L’adolescenza è l’età dei misteri insolubili, dei propositi rivoluzionari ed estremi, la fase in cui ciascuna generazione crede di essere migliore di quella che l’ha preceduta (pp. 137-38). Non può e neppure deve indovinare la prosaicità delle risposte che l’esistenza darà ad alcune delle sue domande. Tanto più che a quelle principali la risposta sarà sempre negata, e pertanto è vero – come scrive Kezich riflettendo sulla poetica di Hemingway – che la vita è un eterno encierro, dove non facciamo che fuggire dall’inseguimento sfrenato dei tori senza capire perché corriamo, fino a quando un muro non scende a sbarrarci la corsa. Per questo è saggio consigliare ai ragazzi di preoccuparsi più dei genitali che non dei genitori (p. 144), di prendere la vita con la giusta distanza ogni volta che si è nella fortuna di poterlo fare, come una festa mobile sensuale e inconsapevole, “fin che la và” si dice a Trieste. Una festa che va tutta goduta prima che la Division Bell di gilmouriana memoria non pensi a disperderla.

 

«Se torno col pensiero al carteggio, restituito alla sua scatola da scarpe in fondo all’armadio e pronto a essere dimenticato da qui all’eternità, mi affiora il dubbio che i giovani hanno forse ragione a credere nell’amore eterno perché l’amore è eterno. C’è qualcosa di indistruttibile nel calore dei sentimenti, quando non sono ingannevoli o simulati; proprio qualcosa che scavalca il tempo e ignora la morte, come accade nell’oggettività dei prodotti dell’arte, riuscendo a conservare intatto il suo diritto a esistere».

 

Patrick Karlsen

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Tullio Kezich, Una notte terribile e confusa, Sellerio, Palermo 2006.

L’autore, critico cinematografico, biografo di Fellini e drammaturgo, in campo narrativo ha pubblicato L’uomo di sfiducia e Il campeggio di Duttogliano (Sellerio 2001).

 


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