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Gio, Dic

Nel cuore dei Balcani: Sarajevo, emozioni uniche

Arte e cultura
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«Non sono morti. Sono vivi, solo che non li vediamo». Sarà perché molti dei cimiteri musulmani non sono recintati da alte mura come dalle nostre parti, o perché i bianchi parallelepipedi delle loro lapidi, tutti uguali, la stessa frase incisa e protesi verso il cielo, risaltano in modo piuttosto evidente sbucando all’improvviso e nei luoghi più imprevedibili. Sarà anche la consapevolezza di percorrere i luoghi che sono stati il teatro di un conflitto ancora troppo recente per essere considerato “passato”, ma la sensazione, spostandosi da Mostar a Sarajevo, è quella di attraversare un unico, grande cimitero.

«Non sono morti. Sono vivi, solo che non li vediamo». Sarà perché molti dei cimiteri musulmani non sono recintati da alte mura come dalle nostre parti, o perché i bianchi parallelepipedi delle loro lapidi, tutti uguali, la stessa frase incisa e protesi verso il cielo, risaltano in modo piuttosto evidente sbucando all’improvviso e nei luoghi più imprevedibili. Sarà anche la consapevolezza di percorrere i luoghi che sono stati il teatro di un conflitto ancora troppo recente per essere considerato “passato”, ma la sensazione, spostandosi da Mostar a Sarajevo, è quella di attraversare un unico, grande cimitero.


> SARAJEVO
Eppure, immaginando di guardarla dall’alto, la Bosnia è una bellissima, enorme, roccia ricoperta da un cuscino di muschio verde brillante e attraversata da una miriade di rivoli d’acqua. Incastonate in questo cuscino, le sue affascinanti città, tra le quali brilla Sarajevo, la capitale. Oltre ad essere stata teatro dell’attentato dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, scintilla che scatenò la Prima guerra mondiale, la città fu pure oggetto, durante la guerra nei Balcani degli anni ’90, del lungo assedio da parte delle forze paramilitari serbo-bosniache. Assedio che durò dal 2 maggio 1992 al 29 febbraio 1995, consacrandosi come uno dei più lunghi nella storia bellica moderna.
L’arrivo in città riporta indietro di una decina d’anni: c’è lo scheletro colorato di quella che sarebbe dovuta diventare una vivace struttura per anziani; la sede dell’Oslobodjenje, la testata giornalistica che, come segno di resistenza, continuò a uscire ogni giorno; tra gli enormi edifici di cemento e a specchio, sedi di numerose banche, c’è anche il caseggiato giallo dell’Holiday Inn, costruito in occasione dei Giochi olimpici invernali dell’84 e usato durante la guerra come sede dei giornalisti stranieri, nonostante una delle sue facciate guardasse il cosiddetto “viale dei cecchini”. E poi il ponte “Suada Dilberovic e Olga Sucic”, uno dei tanti che collegano le due parti della città attraversata dal fiume Miljacka, intitolato alle prime due vittime del conflitto in Bosnia e dell’assedio cittadino.
I segni di quegli anni sono ancora ovunque, dalle facciate di alcune case non ancora risistemate e di qualche vettura rattoppata alla fontana del parco che collega il quartiere di Bjelave con il centro, dedicata ai bambini caduti, dai segni sulle lapidi dell’antico cimitero ebraico non ancora del tutto sminato al Markale, la piazza del mercato dove avvenne la più grande strage di popolazione civile di tutto l’assedio, con 68 morti e 200 feriti.
> PERSONE
A Sarajevo incontriamo anche Jovan Divjak, fondatore di un’associazione per i bambini bosniaci rimasti orfani a causa della guerra. A quei tempi era un generale dell’Jna, l’armata popolare jugoslava, e durante l’assedio, nonostante le sue radici serbe, decise di rimanere a difendere la sua città. È lui a guidarci per le vie ed i quartieri della capitale, raccontandoci episodi e spaccati di una realtà impossibile da immaginare finché non la si prova sulla propria pelle. “La resistenza di Sarajevo – commenta – non è stata solo militare, ma anche spirituale. Una spiritualità femminile: sono state soprattutto le donne, grazie alla loro grande dignità personale che le ha spronate a mantenere sempre le case pulite, a continuare a farsi belle e a cercare di mantenere quell’atmosfera di unità tra gli amici e nelle famiglie, a trasmettere alla città la forza necessaria per andare avanti. Donne che hanno avuto anche il coraggio di farsi portavoce dei soldati facendo le giornaliste, andandoli a intervistare al fronte, scrivendo e testimoniando”.
Una di queste donne si chiama Kanita. Vedova sin dai primi giorni della guerra, è rimasta sola con i suoi due figli e una situazione familiare difficile, cosicché, da architetto ha dovuto reinventarsi vita e lavoro. Ma alla fine ce l’ha fatta. “Mancava tutto – racconta la donna – e si rischiava di dover morire anche per una semplice tazza di caffè, perché bisognava uscire per prendere il caffè verde, la legna per tostarlo, l’acqua per prepararlo… Eppure durante tutti gli anni dell’assedio Sarajevo non ha mai smesso di suonare, cantare e fare festa. Forse per dimostrare agli altri e a noi stessi che eravamo ancora vivi”.
E forse per capire meglio i loro racconti bisogna andare in Ulica Tuneli, la via del tunnel, dove sorge ancora la casa messa a disposizione dai suoi proprietari per scavare il tunnel che avrebbe collegato la città completamente isolata con l’area neutrale dell’aeroporto istituita dalle Nazioni Unite. Oggi museo, la casa viene gestita dagli stessi proprietari di allora, i quali costituirono parte attiva per la realizzazione del progetto: uno scavo alto e largo 1 metro e mezzo per 800 metri di sviluppo a 5 metri sotto la superficie e che avrebbe permesso di trasportare feriti, rifornimenti e aiuti umanitari. Fu realizzato nell’arco di circa sei mesi a partire dal 1° gennaio del ’93. Un secondo tunnel venne scavato verso la fine del ’94.
> UNA CITTÀ MAGICA
Ma nonostante tutto Sarajevo sa regalare emozioni uniche. All’altezza di molte altre capitali europee è una città viva, dove antico e nuovo si incontrano e scontrano così come modernità e tradizione. Giovani ragazze in minigonna e uomini in giacca e cravatta passeggiano accanto a donne col velo e uomini col fez; accanto ai viali sui quali si affacciano sfavillanti vetrine di negozi monomarca si diramano vie e vicoli che conducono nelle zone artigianali della città, con piccole botteghe dove si lavora il rame e caffè tradizionali frequentati da soli uomini. Una ricchezza culturale sprigionata anche dagli stessi palazzi: da quella austera della chiesa e del birrificio francescani, ai palazzi austroungarici, all’atmosfera ottomana che si respira passeggiando per le vie della Bascarsija, dove si concentra una miriade di negozi, bar e attività commerciali. Qui sorgono anche la bella moschea Gazi Husrevbey e l’adiacente madrasa, scuola d’arte coranica con le sue magnifiche opere ad intarsio, mentre la sera le vie si riempiono di giovani.
Il Sarajevo Film Festival, così come il Festival della poesia di Sarajevo, sono solo alcune delle numerose iniziative culturali di rilievo internazionale che animano la città e che convivono con altre attività che riguardano ogni giorno la gente comune, come le partite a scacchi che si svolgono in una piazza del centro, capaci di coinvolgere numerosi spettatori che partecipano incuriositi alla prova di abilità degli sfidanti mentre muovono pedine grandi quanto un bambino sulla scacchiera disegnata sul pavimento.
Una città da provare, respirare, da vivere. Con tutti i suoi pregi e difetti. Nonostante le difficoltà burocratiche e politiche la città ha avuto la fortuna di poter avviare il suo processo di ricostruzione soprattutto proprio in quanto capitale, potendo contare su flussi di denaro che altre aree del Paese non hanno avuto e continuano a non avere. Tuttavia dà un’idea di quello che potrebbe essere l’intero Paese se (e quando) riuscirà a lasciarsi completamente alle spalle il passato e a mettere in pratica quella voglia di cambiare camminando unito e sulle proprie gambe… come sembra esser emerso anche dalle ultime elezioni.
Corinna Opara

BOX: L’educazione costruisce la Bosnia Erzegovina

Tra le numerose realtà presenti a Sarajevo, l’associazione non governativa Obrazovanje gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia Erzegovina). Fondata da Jovan Divijak, ex generale che negli anni ’90 guidò la difesa di Sarajevo durante gli anni dell’assedio, l’associazione si occupa dei bambini della guerra cercando di far loro superare i traumi, dare loro un’adeguata educazione e seguirli nella crescita per farli diventare membri attivi all’interno della propria società. Secondo alcune stime nella Bosnia Erzegovina sono infatti più di 30mila i bambini che hanno perso almeno un genitore e più di 2mila e 500 coloro che hanno perso entrambi.
Tra gli obiettivi raggiunti, ad oggi l’associazione è riuscita ad aiutare più di 35mila bambini e giovani fornendo loro materiali scolastici e sportivi e con altre forme di sostegno materiale; ha collaborato all’equipaggiamento di alcune scuole nelle città di Bihac, Sarajevo, Tuzla, Ilijas, Kupres, Girazde, Istocno Sarajevo, Cajnice e Zenica; ha distribuito più di 27mila borse di studio (di cui 60 a favore di bambini della comunità Rom della Bosnia Erzegovina) per un valore totale di 1 milione di euro; ha permesso a più di 1.800 bambini di trascorrere dei soggiorni estivi in Bosnia Erzegovina o all’estero. Ma a testimoniare l’operato dell’associazione, soprattutto il semplice fatto che molti di quei primi bambini accolti dall’associazione, oramai cresciuti, oggi sono attivi all’interno dell’associazione stessa.